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Archive for the ‘PENSIERI DI UN RAGAZZO DI BOTTEGA’ Category

Leggevo ad aprile su Repubblica:

Matteo Renzi torna sul tema dei rapporti tra magistrati e politici. Chiede “rispetto”. E aggiunge: “Tutti i giorni leggo polemiche tra politici e magistrati. Un film già visto per troppi anni. Personalmente ammiro i moltissimi magistrati che cercano di fare bene il loro dovere. E anche i moltissimi politici che provano a fare altrettanto. Il rapporto tra politici e magistrati deve essere molto semplice: il politico rispetta i magistrati e aspetta le sentenze. Il magistrato applica la legge e condanna i colpevoli’.

Il nostro premier dice un po’ di tutto su tutto… ma è un privilegiato che vorrebbe insegnare a noi del popolino…

Da quello che leggo e vivo, i magistrati e tutto il loro apparato più che applicare la legge, cavillano e ‘calcoleggiano’ alla grossa…

Ma, per piacere, che non mi si venga a parlare di ‘giustizia’ ‘terrena’… che nemmeno Chi è al di sopra ho ben capito cosa faccia!!!

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Ieri sera per caso mi sono trovata a guardare un film, Gone, thriller statunitense del 2012. Leggo che il film ha ottenuto recensioni negative da parte della critica e scarsi profitti al box office. E in effetti non mi è particolarmente piaciuto, ma la fine merita veramente e, per una donna che di ingiustizie ne ha viste, sentite e subite tante e soprattutto da chi la giustizia la dovrebbe tutelare e applicare, è liberatoria.

La protagonista che, pur essendo stata rapita da un maschio pervertito, non era stata ritenuta credibile dalla polizia ed era finita in casa di cura psichiatrica, giustizia se la fa da sola e il pluri-omicida lo sistema da sola e lascia che tutte/i quelle/i che non le avevano creduto pensino che la sua sia stata una fissazione per scagionarsi…

Probabilmente sarò cattiva ma credo che per azioni abominevoli non esista che una soluzione.

E lo stesso purtroppo penso valga per la giustizia in un sistema malato e dittatoriale… o almeno io ho rinunciato e rinuncio a credere di poterla vedere e sarò costretta ad agire di conseguenza… Da un po’ di tempo ho una voglia pazza di tagliare gomme e rigare “alcune” vetture… per poi costituirmi…

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Suspectus est nescio quis quasi inimicus, et forte est amicus. Videtur alter quasi amicus, et est forsitan occultus inimicus. O tenebrae!
Un tale è sospettato che sia un nemico, ed è, forse, un amico; un altro sembra essere amico, e forse è un nemico nascosto. Che buio!
S. Agostino, Serm. 49, 4

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Non posso pensare che le atrocità di Parigi e le tante stragi dell’Is possano indurre le persone a perdere il controllo di testa e cuore e le spingano a “pensare” con la pancia…
Posso capire rabbia e disperazione ma Dio voglia tenere la Sua mano sul nostro capo e ci aiuti a rimanere donne e uomini “umani”…
I morti di Parigi si sommano alle 215 mila persone che dal 15 marzo 2011 (66.109 civili) sono morte in Siria… e a tutte le altre tante troppe vittime dell’odio, della smania di potere, della pazzia dell’uomo.
Ho cercato un “elenco” dei Paesi in guerra, una mappa delle guerre, il numero delle persone morte in questi ultimi anni per mano della disumanità, della ferocia omicida che guida i vigliacchi di qualsiasi razza, religione, cultura a massacrare uomini e donne innocenti e indifesi, colti nel quotidiano…
Ma numeri ed elenchi servono a poco e rischiano di cristallizzare sofferenze che invece sono vive e plasmate da lacrime senza consolazione.
I terroristi sono delinquenti e assassini, non dimentichiamolo! I loro sostenitori sono invasati! Gli altri uomini, le altre donne hanno le nostre stesse paure e, come noi, pregano Dio che questo scempio finisca…

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“Vous n’aurez pas ma haine”
Vendredi soir vous avez volé la vie d’un être d’exception, l’amour de ma vie, la mère de mon fils mais vous n’aurez pas ma haine. Je ne sais pas qui vous êtes et je ne veux pas le savoir, vous êtes des âmes mortes. Si ce Dieu pour lequel vous tuez aveuglément nous a fait à son image, chaque balle dans le corps de ma femme aura été une blessure dans son coeur.
Alors non je ne vous ferai pas ce cadeau de vous haïr. Vous l’avez bien cherché pourtant mais répondre à la haine par la colère ce serait céder à la même ignorance qui a fait de vous ce que vous êtes. Vous voulez que j’ai peur, que je regarde mes concitoyens avec un oeil méfiant, que je sacrifie ma liberté pour la sécurité. Perdu. Même joueur joue encore.
Je l’ai vue ce matin. Enfin, après des nuits et des jours d’attente. Elle était aussi belle que lorsqu’elle est partie ce vendredi soir, aussi belle que lorsque j’en suis tombé éperdument amoureux il y a plus de 12 ans. Bien sûr je suis dévasté par le chagrin, je vous concède cette petite victoire, mais elle sera de courte durée. Je sais qu’elle nous accompagnera chaque jour et que nous nous retrouverons dans ce paradis des âmes libres auquel vous n’aurez jamais accès.
Nous sommes deux, mon fils et moi, mais nous sommes plus fort que toutes les armées du monde. Je n’ai d’ailleurs pas plus de temps à vous consacrer, je dois rejoindre Melvil qui se réveille de sa sieste. Il a 17 mois à peine, il va manger son goûter comme tous les jours, puis nous allons jouer comme tous les jours et toute sa vie ce petit garçon vous fera l’affront d’être heureux et libre. Car non, vous n’aurez pas sa haine non plus.

Antoine Leiris
“Non avrete il mio odio”
Venerdì sera avete rubato la vita di un essere umano eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, ma non avrete il mio odio.
Io non so chi siate e non voglio saperlo, siete anime morte. Se il Dio per il quale avete ciecamente ucciso ci ha creati a sua immagine, ogni singolo proiettile nel corpo di mia moglie sarà una ferita nel Suo cuore.
Quindi non vi farò il dono di odiarvi. Ci avete provato ma, sapete, rispondere all’odio con altro odio significherebbe arrendersi alla stessa ignoranza che vi ha reso ciò che siete.
Voi volete che io abbia paura, che guardi i miei concittadini con sospetto, volete che io sacrifichi la mia libertà in nome della pubblica sicurezza. Avete perso. Provate un’altra volta.
L’ho vista stamattina. Alla fine, dopo notti e giorni di attesa. Era bella come il momento in cui ha lasciato casa venerdì sera, bella come il momento in cui mi sono follemente innamorato di lei più di 12 anni fa. Naturalmente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di brevissima durata.
So che lei ci seguirà ogni giorno della nostra vita, e ci incontreremo di nuovo in quel Cielo di anime libere in cui voi non entrerete mai.
Siamo in due, io e mio figlio, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. A proposito, non ho più tempo per voi, devo andare a controllare Melvil che si sta svegliando dal suo pisolino.
Ha solo 17 mesi e ora sta per fare uno spuntino, come al solito, e dopo giocheremo insieme, come al solito, e per tutta la sua vita questo ragazzino vi farà l’affronto di essere felice e libero.

Perché no, non avrete neanche il suo odio.

MakeUsGoodForGoodnessSake

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In base al D.P.R. 30 marzo 1957, n. 361, art. 104, comma 5:

Il segretario dell’Ufficio elettorale che rifiuta di inserire nel processo verbale o di allegarvi proteste o reclami di elettori è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa sino a lire 4.000.000”.

Questo mi basta per prendere in considerazione la possibilità di andare al seggio per le prossime elezioni: andarvi per allegare alla procedura che mi riguarda il mio reclamo di cittadina.

Non ho purtroppo trovato seri riferimenti a quello che accadrà del mio voto o non voto, né ho garanzie che il gesto non possa essere punito con pretesti vari, ma credo sia giunto il momento di dichiarare, con mezzi che vadano oltre le parole, la mia contrarietà.

Da tempo mi sono dimessa come cittadina e per un semplice motivo: quella che ritenevo la mia “patria” non tutela i miei diritti e non rispetta i Suoi doveri nei miei confronti e nei confronti di troppi, come me, semplici cittadini.

Lo Stato che mi dovrebbe tutelare, mi opprime invece con un apparato burocratico pachidermico e malato che “punisce” ogni desiderio e aspirazione.

Questo è ciò che provo e, ne ho certezza, tante/i altre/i vivono il mio stesso malessere nel silenzio.

Per me il tempo del silenzio di fronte agli abusi è finito.

Sono ormai una cittadina “terminale”, senza più speranza alcuna nella buona fede di un Sistema impersonale e corrotto di Potere.

Ho creduto, lo ripeto, nella mia Patria: sono tra i fanciulli che cantavano -, anche “Bella Ciao”… senza attribuirle alcun colore politico, – sotto la bandiera tricolore.

Di quella bandiera sono stata fiera; cosciente del valore incorruttibile del sangue versato da tanti giovani, del dolore vissuto da milioni di persone per un Ideale comune.

Avrei dato la vita per il mio Paese, per difenderne l’Onore.

E credevo nella Giustizia e nella sua Imparzialità, convinta che il Bene Comune potesse con onore e onestà essere raggiunto.

Ora tuttavia mi sento di vivere in un Paese senza onore, un Paese che con metodicità e impersonalità, con freddezza e superbia, penalizza la Donna e l’Uomo comuni.

Ho perso perciò il senso di libertà e appartenenza che mi rendeva fiera e pronta al sacrificio.

Ho perso la fiducia in un sistema politico distratto, quando non corrotto, preoccupato di “rubare” il mio voto per salire al Potere, un sistema che racconta la favola del Bene comune, ma mira ad altro, a ben altro.

Nessuno mi rappresenta tra i “partiti” che sventolano bandiere.

Nessuno.

Lo scrivo e lo griderei, potendo, a costo d’essere chiamata “populista”, disfattista, pessimista, fuori di testa.

Il tempo dei timori, il tempo di preoccuparmi del giudizio svagato e delle incomprensioni  dei tanti, il tempo del timore di punizioni o condanne è finito.

Sono una cittadina comune, una donna qualsiasi, una che almeno ha tentato d’essere coerente e accettato di mettersi in discussione, una che non ha nemmeno più nulla da perdere. Una che nessuno ormai potrebbe o vorrebbe rappresentare…

 

nassiriya

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Da tempo ho deciso di non parlare e scrivere di politica. La scelta è guidata da motivazioni varie, non ultima una spiccata allergia alle farse, alle falsità, ai voltagabbana, alle bugie, ecc. ecc. di politicanti vari e annessi e connessi.

Non resisto tuttavia ora al desiderio di pubblicare la relazione che la prof.ssa Vaira Marzia Pagliari, Presidente del Comitato di Gestione della Biblioteca Comunale di Legnago, la Gervasio Bellinato per intenderci, scrisse a fine mandato.

La relazione è stata protocollata il 22 novembre 2013, n. 33932. È dunque pubblica e come tale credo meriti rilievo (il poco almeno che il mio piccolo blog può dare).

Di seguito il testo integrale.

Al Sindaco del Comune di Legnago Roberto Rettondini

e.p.c.

alla Giunta Comunale

alla Dirigente Milena Mirandola

A conclusione del mio secondo mandato, stendo questa relazione finale, preceduta dagli obiettivi che mi ero prefissata in accordo col Comitato di Gestione.

1)     Presentare a questa Amministrazione bozza del nuovo regolamento della B.C. (il precedente era di 30 anni fa).

2)     Attivare un logo e un sito proprio della B.C.

3)     Riconfermare ed aumentare il numero dei volontari.

4)     Potenziare il rapporto B.C. – scuole (già attivato da Anna Costantini e Marilena Bonfante fin dagli anni precedenti, con scuole materne, elementari e medie), creando nuovi contatti di collaborazione con tutti gli Istituti di Istruzione Superiore di Legnago.

Relativamente al punto 1, dopo un impegnato e serio lavoro da parte del Comitato – durato tutta l’estate, – pur consapevoli che i nostri erano suggerimenti, l’Amministrazione ha ritenuto di rifare ex novo tale documento, mantenendo, solo all’articolo 8, la richiesta più innovativa e democratica proposta, relativa ai componenti del Comitato: “ Il Vice Presidente e il Segretario vengono designati a rotazione dal Presidente in caso di sua assenza”.

In tal modo ho caldeggiato il coinvolgimento di tutti i componenti, uscendo dalla rigorosa e statica nomina (di natura politica) e facendo in modo che, a turno, tutti potessero avere lo stesso incarico.

Relativamente al logo, finalmente la B.C. ne ha uno proprio, creato dalla Professoressa Stellina Cirincione nel 1988 e posto davanti alla porta della biblioteca stessa. Ho fortemente voluto questo logo perché fa parte della memoria storica della biblioteca, in onore e rispetto del suo fondatore, Professor Gervasio Bellinato.

Riguardo al sito, di cui si è intensamente e tenacemente occupata la Sig.ra Federica Bettini, membro del Comitato, ho ricevuto conferma della sua prossima attivazione dalla Dottoressa Nicoletta Comparini, purtroppo solo recentemente incaricata come responsabile della Biblioteca.

Riguardo il punto 3, durante i miei due mandati, in Biblioteca hanno operato i seguenti volontari: Federico Zuliani, Sabrina Dodich, Fabio Furlan, Gabriella Picchi, Rosalba Crocco, Vanessa Dal Lago, Anna Carli, Elana Mancini. Il termine “volontario” si spiega da sé: persone disponibili che impiegano tempo e competenza a servizio della Biblioteca, a supporto del personale operante. Va da sé che i volontari non possono sostituire il personale addetto, ma coadiuvarlo. La collaborazione dei volontari può inoltre per svariati motivi – malattie, imprevisti, ecc. – venire a mancare.

Riguardo al punto numero 4, in questi miei 2 mandati, ho potuto constatare, relativamente ai giovani frequentanti la Biblioteca, un vuoto di presenze dei ragazzi di età compresa tra i 14 e i 17 anni. Sono dunque stati attivati due progetti, per un totale di 40 ore frontali, per creare nuovi collegamenti con i bienni delle superiori. Sono entrati in biblioteca più di 150 alunni, molti dei quali non avevano mai messo piede in tali strutture. Abbiamo privilegiato la “lettura”, dal momento che, per gli insegnanti, il tempo da dedicare in classe a tale strumento didattico è sempre ridotto. Si è cercato di far capire ai giovani quanto possa essere piacevole prendere in mano un libro, sfogliarne le pagine, annusare il profumo delle parole scritte sulla carta e – non è retorica, – molti ragazzi si sono iscritti in Biblioteca e hanno preso, alcuni per la prima volta, un libro da leggere. Chiaramente non abbiamo risolto il più grande problema dei giovani che non leggono o che, se leggono, non decodificano, né abbiamo voluto insegnare nulla ai docenti. Ci siamo molto più semplicemente basati sulla certezza che, se gli stimoli arrivano da più parti e, in questo caso, la scuola si sposta in Biblioteca, è possibile recuperare l’attenzione e l’interesse di qualche ragazza/o, anche grazie alla curiosità di frequentare un luogo diverso e con operatori alternativi ai propri insegnanti.

Conclusioni

Detto ciò, sento il dovere di esprimere il mio rammarico per lo scarso interesse dimostrato dall’Amministrazione nei confronti della situazione assai grave in cui da troppo tempo versa la “nostra” Biblioteca.

Certo le difficoltà che incombono sulle Amministrazioni in questi tempi sono tante, la spending review spesso impedisce di prendere decisioni risolutive, ma speravo in un rapporto più stretto, più collaborativo con il Comitato. Auspicavo si potesse creare quello spirito collaborativo che è sintomo di propositività e volontà di costruzione. Visti i miei quattro anni di costante presenza in Biblioteca e la conoscenza capillare del funzionamento e delle carenze della stessa, mi sarei attesa d’essere almeno interpellata, insieme agli altri membri del Comitato, per porre rimedio ai problemi più impellenti.

Questo purtroppo non è avvenuto.

Non intendo con ciò affermare che il Comitato avrebbe risolto tutte le problematiche, ma certo avrebbe potuto offrire utili suggerimenti nei momenti di reale emergenza venutisi a creare, in particolare, in occasione di assenze per gravissimi problemi di salute di membri del personale esperto. A causa della cronica carenza di personale addetto e delle emergenze suddette, la Biblioteca spesso è rimasta aperta con l’ausilio di volontari e personale recuperato al momento o addirittura costretta a chiudere i battenti, con continui disagi per l’utenza.

Nonostante l’incombenza di questi accadimenti e alcune incomprensioni a inizio del mandato, dovute comunque a ingerenze politiche esterne e non certo a problemi personali di accordo tra i membri, io e il Comitato, che ringrazio per la collaborazione, abbiamo lavorato moltissimo, impegnandoci, a prescindere da tutto, affinchè l’offerta formativa della Biblioteca diventasse il più significativa possibile.

Così scriveva nel 1848 Victor Hugo: “Bisogna, signori, porre rimedio al male; bisogna elevare, per così dire, lo spirito dell’uomo […]. È in questo modo, e solo in questo, che troverete la pace dell’uomo con sé stesso e di conseguenza la pace con la società. Per arrivare a questo obiettivo, signori, che cosa bisogna fare?[…] Bisognerebbe moltiplicare le scuole, le cattedre, le biblioteche, i musei, i teatri, le librerie. Bisognerebbe moltiplicare i luoghi di studio per i bambini, i luoghi di lettura per gli uomini, tutte le organizzazioni, tutte le istituzioni in cui si medita, in cui si istruisce, in cui ci si raccoglie, in cui si impara qualcosa, in cui si diventa migliori; in una parola, bisognerebbe far entrare dovunque la luce nello spirito del popolo; perché è a causa delle tenebre che si perde”.

In merito a tutto quanto elencato, invito l’Amministrazione tutta a dare alla Biblioteca Comunale nuova forza vitale per rafforzare l’istruzione, la cultura e l’informazione, considerati agenti fondamentali per promuovere la pace e il benessere spirituale delle menti di uomini e donne.

Mi appello infine ad alcuni significativi passaggi del “Manifesto UNESCO per le Biblioteche pubbliche”: “La Biblioteca pubblica rientra nelle responsabilità delle autorità locali e nazionali. Deve essere retta da una legislazione specifica e finanziata dalle amministrazioni locali e nazionali. Deve costituire una componente essenziale di ogni strategia a lungo termine per la cultura, per la diffusione dell’informazione, dell’alfabetismo, e dell’istruzione. I servizi devono essere fisicamente accessibili a tutti i membri della comunità. Ciò comporta una buona localizzazione degli edifici, attrezzature adatte per la lettura e lo studio, le tecnologie necessarie e orari di apertura sufficienti e comodi per gli utenti”.

Cordiali Saluti

La Presidente del Comitato di Gestione

Prof.ssa Vaira Marzia Pagliari

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Questo il logo della Prof.ssa Stellina Cirincione.

Condivido ogni parola delle “conclusioni” di Marzia. E tengo a precisare che lo “scarso interesse” cui ella si riferisce riguarda l’Amministrazione “tutta”, “maggioranza e “minoranza” compresa. È bene chiarire, a mio parere, la cosa.

Della parola “cultura” son pronti tutti – non importa la “bandiera”, – a riempirsi la bocca e, immagino, se ne sentirà parlare molto soprattutto in questi giorni di campagna elettorale. Sarebbe bene al contrario parlar poco, non promettere alcunché e “fare” tutto il possibile, partendo dalle piccole cose.

Abbiamo a Legnago la Biblioteca Comunale, la Fondazione Fioroni, il Museo Archeologico, tre “realtà” da tutelare. Ma i fondi, mi dicono, scarseggiano e tutte e tre le struttura non navigano in buone acque.

Io non sono nessuno, non mi intendo di economia… e di politica ancora meno ma, come casalinga, so quel che serve sulla gestione delle risorse domestiche. Nella mia famiglia, dati i tempi di magra, cerchiamo di razionalizzare i consumi e razionare le risorse disponibili.

Se dovessi gestire – per esempio, s’intende… – le tre strutture, unificherei la gestione e riassumerei le persone di provata esperienza, “lasciate a casa” recentemente. Se ciò non bastasse, in attesa di tempi migliori, inizierei anche a “rodare” per le strutture “bisognose” qualche altro operatore della Pubblica Amministrazione.

Quello che ora serve è aiutare i “luoghi di cultura” a resistere alla crisi economica che li vede, da sempre, come i primi “rami” da tagliare. Dovrebbe avvenire il contrario se fossimo lungimiranti. È quando si fa buio che la luce diviene preziosa: l’accesso alla cultura, ai suoi luoghi, ai libri… accende luci per l’anima, ma noi insistiamo a dimenticarlo…

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Per chi non ne fosse a conoscenza, la denuncia e il “tentativo” di riconoscimento di una malattita di sospetta origine professionale seguono un iter particolare e si articolano in una serie di “passaggi” che paiono avere il solo e unico scopo di prendere il lavoratore per sfinimento, soprattutto – mi azzardo a scrivere, – se trattasi di malattia che definirò “importante”.

La divisione in malattie tabellate o non tabellate è meramente formale e non ha nessuna valenza concreta sulle “procedure”, dunque il fatto che una malattia sia tabellata non modifica, nella maggior parte dei casi, il destino di tribolazioni cui il lavoratore dovrà, ahimé, rassegnarsi.

Una delle fasi del’iter dicasi “collegiale medica”: a questa fase il lavoratore è costretto, dopo che l’Inail – come di prassi accade (vedi statistiche),- riceve il primo diniego dall’Ente. Alla Collegiale, ci si presenta con un medico legale ( a spese del lavoratore!). Dopo un breve colloquio con il medico incaricato dell’Inail in presenza del proprio medico legale, il lavoratore viene invitato ad attendere fuori il successivo diniego. Solo a quel punto, si può fare ricorso al giudice…

Di seguito la lettera che ho scritto al rappresentante dell’Inail dopo la collegiale che mi ha visto tra gli “attori”…

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Gentile Dottore, pur ammettendo la Sua gentilezza, che comunque nulla ha a che vedere con la cordialità e l’empatia che ogni medico dovrebbe essere capace di mostrare nei confronti  dell’utente, mi trovo costretta per desiderio di chiarezza a farLe presenti un paio di questioni riguardanti la Collegiale cui, ahimé, ho dovuto presenziare in data … presso la sede Inail di …

Le premetto che sapevo già si sarebbe trattato di una farsa a cui le/i disgraziate/i (per modo di dire) come me sono costretti da un apparato amministrativo-burocratico malato. Farsa nella quale comunque la maggior parte di Voi recita la propria parte senza apparentemente battere ciglio…

So bene che l’apparato di cui Lei è parte è una forma legalizzata di presa per i fondelli del lavoratore che spera ancora di poter arrivare a una qualsiasi “reale” forma di tutela sul lavoro: del resto il Vostro ente vanta fior fiore di corsi per la sensibilizzazione sull’argomento.

I plichi di documentazione che ci costringete a consegnarVi valgono quanto la carta straccia e come tale immagino verranno trattati: impilati su tavoli e ripiani e intonsi.

So bene anche, – ne sono prova i post che ognuno può vedere sui siti di medici competenti, autorizzati, legali, – che molti vedono nel lavoratore che rivendica un diritto un opportunista pronto ad approfittare di chissà quali vantaggi.

So bene infine di non essere, come ogni altro lavoratore che a Voi si rivolge, niente altro che un numero, una noiosa pratica da chiudere nel minor tempo possibile.

Lei mi ha accusato di non aver “letto bene” la normativa riguardante l’obbligo di denuncia delle malattie tabellate di sospetta origine professionale.

Se ciò fosse vero, non sarei ora qui a scriverLe e avrei ammesso la mia ignoranza, ma purtroppo conosco, a questo punto azzardo… forse anche meglio di Lei, la normativa e ho letto e leggo ogni pubblicazione man mano pubblicata da voi dell’Inail e non solo.

Lei, con una certa ironia, si è pure permesso quasi di deridermi per la mia attenzione a mantenere comportamenti professionali precisi nello svolgimento del lavoro, visto che su “7 ero la sola”, chiedendomi addirittura infine se ciò potesse avere un senso, dato il comportamento “diverso” di altri.

Diceva Gandhi: “A volte essere in minoranza è un privilegio”.

Ora, a rischio di apparire arrogante e superba, mi sento di dirLe che il senso di responsabilità, del dovere e dell’onore, il rispetto morale per se stessi e per l’altro, la dignità e il coraggio o si hanno o nemmeno si sa che esistano o si scansano per far solo ciò che è più comodo, giustificando così l’ignavia che prepotente può dominare l’uomo.

Le persone il cui esempio mi guida e sostiene da sempre, primi i miei genitori, non sono persone “vincenti” secondo il comune pensare. A loro mi ispiro e lo faccio non solo per me stessa, ma per le mie figlie, per poter dimostrare loro che ciò che conta sono la coerenza, la tenacia, la capacità di operare per un bene che va oltre noi stessi e può contribuire anche con briciole ad aprire nuovi percorsi per un futuro migliore.

Il comportamento corretto e responsabile nel quotidiano, e dunque anche sul posto di lavoro, dovrebbe essere un dovere, soprattutto per chi opera nelle Pubbliche Amministrazioni e a servizio, come nel mio caso, dei malati.

L’ignoranza e la cieca obbedienza a ordini “superiori”, senza il filtro di scienza , coscienza e di una Legge morale, hanno portato il nostro Paese allo stato attuale di degrado. L’ignavia inoltre, la connivenza e l’individualismo di troppi hanno creato e creano il substrato per ogni sorta di atti illegali, soprusi, vessazioni e corruzione.

Io vorrei andarmene da questo mondo con la coscienza pulita di chi almeno ha tentato di contrastare questo degrado.

Sono fiera di potermi paragonare al colibrì citato nella storiella durante il colloquio.  Quando, come tutti, arriverò alla resa dei conti, spero dunque di poter dire che a essere “giusta” ho almeno tentato, facendo “la mia parte”, per quanto infinitesimale essa possa essere stata.

Detto ciò, di seguito alcuni riferimenti legislativi, tratti dal sito dell’Inail.

Obblighi in capo al medico nel momento in cui pone diagnosi di malattia la cui eziologia potrebbe essere “professionale” o “lavoro-correlata”:

 > referto all’Autorità Giudiziaria ex artt. 365 c.p. e 334 c.p.p.;

 > denuncia all’Ispettorato del Lavoro ai sensi dell’art. 139 del D.P.R. 1124/1965;

> certificazione ai sensi dell’art. 53 del D.P.R. 1124/1965 per le malattie professionali nell’industria;

 > certificazione-denuncia ai sensi dell’art. 251 del D.P.R. 1124/1965 per le malattie professionali in agricoltura;

 > segnalazione all’ISPESL, tramite i Centri Operativi Regionali (COR), ex art. 244, comma 2, D.Lgs 81/2008, delle neoplasie ritenute attribuibili ad esposizioni lavorative ad agenti cancerogeni;

 > trasmissione all’ISPESL, ex art. 281, comma 2 D.Lgs 81/2008 dei casi di malattie o di decessi causati da esposizione lavorativa ad agenti biologici;

 > comunicazione all’Ispettorato del Lavoro e agli organi del Servizio Sanitario Nazionale, ex art. 92, comma 2, D.Lgs 230/1995 e s.m.i., delle malattie causate da radiazioni ionizzanti;

> trasmissione all’ISPESL, ex art. 92, comma 3, D.Lgs 230/1995 e s.m.i., dei casi neoplasie ritenute causate da esposizione lavorativa a radiazioni ionizzanti.

Sia nel caso di certezza diagnostica o solo sospetto di malattia professionale deve essere sporta la denuncia della malattia da parte del medico competente.

Compito del medico competente è quello di compilare il certificato medico di malattia professionale, che il lavoratore dovrà consegnare al proprio datore di lavoro entro i 15 giorni successivi dalla dichiarazione ufficiale della patologia.

Entro i 5 giorni successivi alla consegna del certificato medico di malattia professionale consegnato al datore di lavoro, quest’ultimo dovrà trasmettere all’Inail la denuncia di malattia professionale.

Il medico competente ha invece l’obbligo di denunciare la malattia professionale all’Ufficiale di Polizia Giudiziaria della ASL competente per il territorio, obbligato a inviare, a sua volta, il referto all’Autorità Giudiziaria.

Grazie alla segnalazione della malattia professionale, come del resto dell’infortunio, all’Autorità competente, si innesca un meccanismo di prevenzione e controllo dei luoghi di lavoro per arrestare o limitare i rischi che determinano eventi accidentali e dannosi per il lavoratore.

Obbligo del medico competente è inoltre l’invio del primo certificato medico di malattia professionale all’INAIL.

Ogni medico che effettua la denuncia è tenuto a riportare nella stessa, limitatamente alle malattie della lista I e della lista II, il relativo codice identificativo.

Art. 139D.P.R. 1124/1965

E’ obbligatorio per ogni medico, che ne riconosca l’esistenza, la denuncia delle malattie professionali, che saranno indicate in un elenco da approvarsi con decreto del Ministro per il lavoro e la previdenza sociale di concerto con quello per la sanità, sentito il Consiglio superiore di sanità.
La denuncia deve essere fatta all’ispettorato del lavoro competente per territorio, il quale ne trasmette copia all’Ufficio del medico provinciale.
I contravventori alle disposizioni dei commi precedenti sono puniti con l’ammenda da lire mille a lire quattromila.
Se la contravvenzione è stata commessa dal medico di fabbrica previsto dall’art. 33 del decreto del Presidente della Repubblica 19 marzo 1956, n. 303, contenente norme generali per l’igiene del lavoro, l’ammenda è da lire ottomila a lire quarantamila.

II codice di procedura penale colloca l’istituto del referto nell’ambito delle notizie di reato obbligatorie aventi come destinatario l’Autorità Giudiziaria. L’art. 365 c.p. recita

“chiunque, avendo nell’esercizio di una professione sanitaria prestato la propria assistenza od opera in casi che possono presentare i caratteri di un delitto pel quale si debba procedere d’ufficio, ometta o ritarda di riferirne all’Autorità indicata…è punito…”.

Il delitto colposo è perseguibile d’ufficio in caso di lesione personale grave o gravissima

(art. 583 c.p.) conseguente a “violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all’igiene del lavoro o che abbiano determinato una malattia professionale” (art. 590 c.p. modificato dall’art. 92 della Legge 689/1981).

Le malattie correlate al lavoro, pertanto, se di durata superiore ai 40 giorni o integranti l’indebolimento di un senso o di un organo, rientrano nelle previsioni del vigente codice penale, agli artt. 583 e 590 e, di conseguenza, il medico che pone diagnosi certa di una malattia la cui origine, tenuto conto dello stato attuale delle conoscenze  scientifiche, potrebbe essere lavorativa, ha l’obbligo di inoltrare referto all’Autorità Giudiziaria, quindi, direttamente al Pubblico Ministero o anche attraverso Ufficiali di Polizia Giudiziaria..

Cordiali saluti

Rosa Noci

P.S.

Non v’è cosa più facile che trarre in inganno un uomo dabbene: chi non mente mai è disposto a credere qualunque cosa, e chi non ha mai ingannato è sempre pieno di fiducia.

Baltasar Gracián y Morales, Oracolo manuale e arte della prudenza, 1647

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“Se ti becchi una pallottola o una scheggia 

si mettono subito a strillare presto-barellieri-il-plasma, 

se ti rompi una gamba te la ingessano, 

se hai la gola infiammata ti danno le medicine. 

Se hai il cuore pezzi e sei così disperato che non ti riesce aprir bocca, 

invece, non se ne accorgono neanche. 

Eppure il dolore dell’anima è una malattia molto più grave della gamba rotta 

e della gola infiammata, 

le sue ferite sono assai più profonde e pericolose 

di quelle procurate da una pallottola o da una scheggia. 

Sono ferite che non guariscono, quelle, 

ferite che ad ogni pretesto ricominciano a sanguinare”.

Oriana Fallaci

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Oriana Fallaci è una delle donne che ammiro, nonostante non sempre ne abbia condiviso le idee, le opinioni e le scelte.

Ci vuole del coraggio per dire e scrivere ciò che Oriana ha messo nero su bianco, incurante del massacro mediatico cui sarebbe stata sottoposta.

Condivido assolutamente una delle sue definizioni di alcuni “personaggi” del centro-sinistra “che cianciano di democrazia ma in fondo al cuore sono democratici quanto io son mussulmana”¹.

E allo stesso modo condivido, pur non essendo certo di “destra”, come la scrittrice definì una certa categoria di partigiani, «cacasotto»perché “non ebbero il coraggio di sminare i ponti di Firenze che i tedeschi avevano minato“.

Sì, perché i cacasotto possono nascondersi dietro bandiere di ogni colore, anche rosse… e son gente brava a cianciare del bene del prossimo, pronta a commuoversi per il malanno altrui, gente che poi, nei fatti, quando è ora di tirar fuori il coraggio e metterci la faccia, non parla, non vede, non sente e non muove un dito.

Gente che “se hai il cuore pezzi e sei così disperato che non ti riesce aprir bocca, non se ne accorge”…

P.S. Dedico questo post, con tutto il cuore, ai “cacasotto” che ho incontrato, soprattutto negli ultimi anni (dopo essermi malata di cancro per l’esattezza). Lo dedico ai “cacasotto” che di fronte a ingiustizie subite sul lavoro e sotto gli occhi di tutti dalle persone come me, debilitate fisicamente e nel cuore, han girato la testa dall’altra parte. Sarà un caso, ma quelli che ho incontrato io erano prevalentemente nascosti dietro “bandiere rosse”…

 

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¹ Oriana Fallaci,  Intervista a sé stessa L’Apocalisse, edizioni RCS

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Non c’è che dire: Snoopy è un grande! Da sopra la sua cuccia, con la fedele macchina da scrivere ci dona piccole perle che riescono a strappare il sorriso…

Ieri per me non è stata una buona giornata, non perché io stia male ma per le brutture che mi circondano che, in giorni come questo, pesano come macigni dentro al cuore.

Come posso insistere a essere felice quando intorno a me sono così tante le persone che soffrono e sono costrette a tribolare…  a causa di governi caduti nelle mani delle persone sbagliate… indipendentemente dalla bandiera che sventolano… Ogni punto di sospensione è un salto del mio cuore stanco…

Il mio lavoro in ambito sanitario mi mette a quotidiano contatto con realtà angosciose.

Ho assistito in questi quasi 30 anni di lavoro alla “caduta” di un sistema sanitario pubblico che, accipicchia, era tra i migliori e a detta di molti. La politica “cattiva” e l’ingordigia dei “cattivi” ne hanno fatto scempio e noi lo abbiamo permesso.

Ognuno di noi si occupa solo di se stesso e da troppo tempo. Manca quell’empatia che creerebbe tra donna e donna – uomo e uomo un legame di forza tale da trascinare le montagne.

Le immagini di Kiev che i questi giorni siamo costretti a vedere mi paiono come un presagio di ciò che può accadere quando il popolo esasperato è disposto a “morire” per gridare la propria disperazione.

Io vedo ormai tanta… troppa disperazione anche nel nostro Paese e non so cosa sarei disposta a fare per tentare, citando Snoopy, dopo tante sofferenze, con un po’ di felicità…

 

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Jan Palach

Dato che la nostra nazione si trova in bilico tra disperazione e rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e risvegliare così la coscienza nazionale.”
Dalla lettera di Jan Palach all’Unione degli scrittori cechi, 16 gennaio 1969

Jan ZAJÍC

“Mamma, papà, fratello e sorellina! Quando leggerete questa lettere sarò già morto o molto vicino alla morte. So quale profonda ferita provocherò in voi con questo mio gesto, ma non preoccupatevi per me…
Non lo faccio perché sono stanco della vita, ma proprio perché la apprezzo. E la mia azione ne è forse la migliore garanzia. Conosco il valore della vita e so che è ciò che abbiamo di più caro. Ma io desidero molto per voi e per tutti, perciò devo pagare molto […]

Jan Zajíc, Lettera ai familiari, 1969

“In questo secolo cinico, in cui spesso temiamo gli altri e gli altri temono noi, e in cui spesso ci spaventiamo al constatare la nostra mediocrità, Palach ci ha spinti a porci una domanda che può fare di noi delle persone migliori: Cosa ho fatto per gli altri? com’è il mio cuore? qual è il mio obiettivo? quali sono i valori più importanti nella mia vita?”
Predica del pastore Jakub S.Trojan sulla tomba di Jan Palach, 25 gennaio 1969

“È morto perché voleva gridare il più forte possibile.
Voleva che ci accorgessimo di quello che ci stava accadendo, che vedessimo quello che stavamo facendo e sentissimo quello che stavamo dicendo in quell’epoca di concessioni ritenute inevitabili, compromessi spacciati per atti ragionevoli e tattiche che si volevano far credere intelligenti.
Ci stavamo dimenticando che anche quando la pressione aumenta qualcosa deve resistere, qualcosa di fondamentale, che non può essere merce di scambio e senza il quale la vita umana perde la sua inalienabile dignità.”

Dal documento di Charta 77, in occasione del 20° anniversario dell’auto-immolazione di Palach, 15 gennaio 1989
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Volevano “che vedessimo quello che stavamo facendo e sentissimo quello che stavamo dicendo in quell’epoca di concessioni ritenute inevitabili, compromessi spacciati per atti ragionevoli e tattiche che si volevano far credere intelligenti…”.
Siamo noi in un altro secolo e in un altro Paese.
Non siamo apparentemente sotto alcuna dittatura.
Eppure io, io che credevo nell’appartenenza a un popolo e a una nazione, con la sua storia e cultura, ora vivo il dramma della “non appartenenza” a questo “secolo cinico”, a un Paese “cinico” il cui apparato altro non fa che schiacciare il popolo che una Costituzione definisce “sovrano”.

Il gesto di auto-immolazione di Jan Palach e Jan Zajic doveva apparire, per volere dell’apparato governativo dell’epoca, l’atto di un folle suicida. Di tutto è stato fatto dai burocrati e politicanti dell’epoca per gettare fango sui giovani martiri.

Questa è la tattica nelle dittature: gettare fango, screditare, isolare.

Accade anche oggi, nel nostro “democratico” Paese, nei confronti di chi cerca “con i fatti” di “risvegliare” le coscienze.
Accade a chi “desidera molto” per gli altri ed è disposto a “pagare molto”.

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