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Archive for the ‘DEPRESSIONE’ Category

“Lavoravo in una casa di riposo al reparto “protetto” che ospitava anziani affetti da morbo di Alzheimer.
Tutto cominciò a pochi mesi dalla mia assunzione, quando venne sostituito il direttore sanitario.
Ancora oggi non credo ci sia stata una vera e propria causa scatenante: penso che nei miei mobbers sia nata la consapevolezza di non potermi condizionare, di non potermi far dire o fare ciò che volevano.
Il rendersi conto che il lavoratore sa svolgere il proprio lavoro con professionalità crea in qualche modo delle frustrazioni e destabilizza l’intero sistema.
La prima cosa che oggi rielaboro con grande amarezza è il controllo, all’inizio del turno e durante le attività; il porre ostacoli all’esecuzione dei progetti educativi, peraltro tutti approvati dai direttori sanitari; il divieto di fare fotocopie per i miei utenti, di entrare in casa di riposo durante il periodo di ferie impostomi d’ufficio.
Dicevano al personale di non parlarmi perché ero inaffidabile, e poi l’aggressione, le telefonate anonime e ingiuriose, i richiami scritti…
Io andavo d’accordo con i miei colleghi e c’era collaborazione fra noi, ma la paura credo abbia prevalso, la paura di essere diversi, di poter cambiare davvero questo sistema. Chiedendo scusa, accettavano a capo chino le imposizioni provenienti dai superiori. All’inizio non mi rendevo conto di quello che mi stava succedendo: andavo al lavoro e mi sentivo diversa, piangevo anche in reparto, a casa, di notte, non dormivo più, una volta a letto i miei occhi si spalancavano e vedevano l’arrivo del mattino seguente.
Inappetenza, perdita di peso, tachicardie improvvise, senso di paura e di inadeguatezza; continuavo a chiedermi se e dove stavo sbagliando, ma mi sembrava che non ci fosse soluzione.
Per me esisteva solo IL problema, ero IO il problema o, meglio, questo mi avevano indotto a pensare.
Continuavo a parlarne in casa con gli amici più vicini, il resto passava in secondo piano. Poi, un giorno, mi fu comunicato che il contratto alla sua scadenza non mi sarebbe stato rinnovato “perché il mio lavoro non andava già bene da diverso tempo”.
Questa plateale rivelazione mi scosse: non poteva essere così perché i risultati con gli ospiti si vedevano, io li vedevo e anche gli altri.
I miei pazienti, se pur prigionieri dell’oblio causato dalla loro malattia, mi aspettavano e stavano bene con me; apparecchiavano la tavola, cantavano, leggevano, ballavano, dipingevano, hanno arredato da soli l’intero reparto.
Quando scoprii che il mio contratto era illegittimo e in quel momento avrei potuto mostrare che loro non erano così forti, quando fu rintracciata la persona che effettuava le chiamate anonime, quando la psicoterapeuta mi disse che non dovevo dimostrare a nessuno di saper fare il mio lavoro, ma che solo i risultati che avrei ottenuto dall’impiego delle mie conoscenze e capacità avrebbero potuto fornirmi la prova che serve a ogni lavoratore per crescere professionalmente e a livello umano, decisi di ribellarmi.
Ovviamente non è possibile dimenticare. Qualunque cosa legata a quei momenti, a quel contesto, ne fa riaffiorare il ricordo”.

Da “Noi che abbiamo vissuto il mobbing”
di Sara Ficocelli
d.repubblica.it
30 aprile 2013

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“penso che nei miei mobbers sia nata la consapevolezza di non potermi condizionare, di non potermi far dire o fare ciò che volevano.
Il rendersi conto che il lavoratore sa svolgere il proprio lavoro con professionalità crea in qualche modo delle frustrazioni e destabilizza l’intero sistema”…

Nulla pare cambiato dall’inizio dell’Era industriale, quando nacquero teorie che declamavano la necessità di un operaio senza cervello, senza ideali, anche poco abile, come migliore alternativa rispetto al lavoratore “pensante”…

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“Lavoravo nel settore del turismo. L’azienda iniziò a farmi mobbing dopo alcuni mesi dalla mia comunicazione di una seconda gravidanza, con una scusa banale: una contestazione di uso improprio del computer aziendale, cosa dimostrata non vera.
Dopo il parto, quando sarei dovuta rientrare, mi obbligarono a prendere tutte le ferie a disposizione, anche se non era assolutamente obbligatorio e avrei potuto usufruirne all’occorrenza, visto che avevo un bimbo di pochi mesi.
Al rientro, stabilito da loro, mi allontanarono dagli uffici, posizionando la mia scrivania nel retro di un archivio, togliendomi ogni ruolo e ogni mansione.
Sulla carta avevano “creato” un ruolo ad hoc per me, ma nel concreto quel lavoro non esisteva.
Lì sono stata per due anni, senza fare quasi nulla.
Non avevo nel luogo di ultima destinazione rapporti con molti colleghi, se non un paio. Quelli che incontravo nei paraggi dell’ufficio mi ignoravano.
Fin da subito mi venne una forte depressione che mi costrinse a psicofarmaci e a visite periodiche con psichiatri specializzati.
Feci anche un percorso di 6 mesi con il centro antimobbing della mia città.
Le giornate erano lunghe, interminabili. Per quanto volessi impegnare la mente, dedicarmi ai miei bambini, lo sconforto, l’ansia e la solitudine la facevano da padrone.
Tutta la mia vita sociale era cambiata.
A casa il mio nervosismo lo percepivano e ne risentivano specialmente i miei figli.
Evitavo di uscire con amici perché puntualmente si finiva a parlare di lavoro e la cosa non mi faceva stare bene.
Sentirsi poi dire frasi del tipo “che t’importa, quello che conta è che ti paghino”, mi feriva più di ogni altra cosa, perché era la dimostrazione che nulla e nessuno avrebbe mai compreso il mio stato d’animo.
Decisi subito di ribellarmi. Provai per circa 9 mesi a trovare un accordo con la mia azienda, a ricevere motivazioni, ma quando capii la loro totale chiusura, gli feci causa e ad oggi è ancora in corso.
Nonostante tutto, non ho mai sentito di potercela fare. Mi hanno mandata via, la causa di mobbing è ancora in alto mare e sto per iniziare quella per il licenziamento.
Credo che un’esperienza del genere sia, e resti, una violenza psicologica molto forte.
La cicatrice c’è e resterà per sempre.
A seguito di questa esperienza ho anche creato un forum, Mobbingdonna (www.mobbingdonna.it), che ho deciso di aprire gratuitamente l’8 marzo del 2012.
L’ho fatto perché nelle lunghe giornate di inattività lavorative avrei voluto tanto qualcuno con cui parlare, ma un qualcuno che mi capisse e, purtroppo, solo chi ha vissuto o sta vivendo la tua stessa tragica esperienza può farlo.
Mi ha aiutato a non sentirmi più sola. Tante sono state le persone, donne e uomini, che mi hanno scritto, che mi hanno chiesto consigli, moltissimi però in privato, forse per paura. Spero che anche qualcuno di loro in qualche modo si sia sentito meno solo”.

Da “Noi che abbiamo vissuto il mobbing”
di Sara Ficocelli
d.repubblica.it
30 aprile 2013

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“che t’importa, quello che conta è che ti paghino”…

È una delle peggiori frasi che una persona mobbizzata possa sentirsi dire!
Eppure, troppi non comprendono il dolore che sta dietro una persona che subisce ogni giorno ingiustizia sul posto di lavoro…
Quel lavoro che non è altro che un suo diritto, quel lavoro su cui – Costituzione docet -, si basa la nostra repubblica…

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“Lavoravo in un prestigioso albergo a Roma, come cameriera per una ditta appaltatrice.
La mia esperienza di mobbing è cominciata una volta tornata a lavoro dopo due mesi di assenza per un’operazione chirurgica.
Il mio capo, una donna, insieme a una sua amica, mi cambiarono subito di posto, spostandomi ai piani più pesanti pur sapendo che tipo di operazione avevo subito.
Chiesi di tornare alla mia posizione ma la risposta fu NO.
Chiesi anche di modificare il contratto di lavoro che, durante la mia assenza era stato cambiato senza il mio consenso riducendo le ore di riposo, ma ricevetti un altro rifiuto. Avevo l’abitudine di prendere le difese delle colleghe in difficoltà, e questo non piaceva.
Mi dissero che avrei dovuto interrompere l’amicizia con una delle mie amiche/colleghe che non piaceva alla mia capa, ma io rifiutai.
“Lei non è in grado di fare il suo lavoro”, mi dissero, “io al posto suo mi licenzierei”. Mi accusavano di lavorare male, di essere lenta, e quando cercavo di difendermi di davano della maleducata.
Un giorno mi sentii male: mi risero dietro dicendo che stavo fingendo. Schiacciata dalla vergogna, dopo tre mesi mi rivolsi al medico cominciando un percorso di recupero con psicologi e psichiatri e chiedendo per questo alcuni giorni di malattia.
Per tutta risposta cominciarono a darmi lo stipendio con due settimane di ritardo.
Quando cominciai a sentirmi un po’ meglio, criticai l’eccessivo carico di lavoro e l’inosservanza della legge 81/2008, oltre che il comportamento delle mie superiori.
Diventai scomoda e con un pretesto mi licenziarono in tronco.
Alcune colleghe mi sono state vicino, altre si sono dileguate, temendo che se mi avessero frequentato sarebbero state trattate come me.
Tutte abbiamo subito soprusi di vario genere.
Alcune di loro prendendo coraggio hanno sporto querela ai carabinieri e si sono rivolte a un avvocato.
Anche io, dopo due denunce e una diffida, mi sono rivolta a un avvocato e ho intrapreso una causa civile e penale, tutt’ora in corso.
All’inizio non capivo cosa mi stava succedendo, piangevo in continuazione, ero mortificata, mi vergognavo, davo la colpa a me stessa.
Pensavo di essere diventata debole, mi scusavo per tutto. Mi sentivo così come mi descrivevano: una lavoratrice incompetente e una persona inutile.
Smisi di seguire mio figlio 12enne nei compiti, smisi di andare a parlare coi suoi professori, smisi di dedicarmi alla casa e alla famiglia, di leggere libri. Il mio unico passatempo era diventato fare solitari. Non riuscivo neppure più a dormire.
Poi, un giorno, dal medico per un mal di schiena, mi misi a piangere. E capii che era venuto il momento di reagire.
Ora sono disoccupata da dicembre, in attesa di tornare al mio lavoro in albergo, non importa presso quale ditta”.

Da “Noi che abbiamo vissuto il mobbing” di Sara Ficocelli
d.repubblica.it
30 aprile 2013

fobia

“La mia esperienza di mobbing è cominciata una volta tornata a lavoro dopo due mesi di assenza per un’operazione chirurgica”…

È frequente che il/i i mobber inizino ad agire dopo assenze della vittima dovute a malattia. Altro fattore scatenaante è l’assenza per gravidanza.

“All’inizio non capivo cosa mi stava succedendo, piangevo in continuazione, ero mortificata, mi vergognavo, davo la colpa a me stessa”…

È una fase angosciosa che ogni persona mobbizzata è costretta a vivere.
E, cavolo, troppo spesso avviene sotto gli occhi di tutti…

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“Noi che abbiamo vissuto il mobbing” di Sara Ficocelli è un interessante articolo apparso il 30 aprile 2013 su d.repubblica.it

La premessa:

Il mobbing è un atto di violenza consapevole, una vessazione che scava nell’autostima e nella gioia di vivere come una goccia corrode la roccia, giorno dopo giorno. Trasformando il posto di lavoro in inferno e il lavoro in un incubo.
Le donne, per varie ragioni, in Italia e nel resto del mondo sono le più colpite.
Tracciare una mappa del fenomeno è difficile, perché estremamente sfaccettato, e la legislazione italiana, deficitaria dal punto di vista della tutela, non aiuta a inquadrarlo né a contenerlo”.

Ultimo monitoraggio dell’Ispesl, Istituto per la prevenzione e la sicurezza del lavoro nel nostro Paese: un milione e mezzo i lavoratori vittime di questa vessazione.

Il 70 per cento delle vittime lavora nella pubblica amministrazione, con una produttività che mediamente, in seguito ai primi episodi di violenza, cala del 70 per cento.
Tra le categorie più esposte gli impiegati (79 per cento) e, tra questi, i diplomati (52 per cento) e i laureati (24 per cento).

Fernando Cecchini, dello Sportello Disagio Lavorativo-Mobbing INAS CISL, fornisce altri dati:
“il 23,5 per cento dei lavoratori dichiara di aver subìto almeno una volta forme di sopruso o persecuzione da parte del datore di lavoro.

E, secondo l’ultimo rapporto Eurispes, i superiori restano i principali responsabili (87,6 per cento) ma spesso l’aguzzino è un collega (39,2 per cento). Si tratta del cosiddetto “mobbing orizzontale o trasversale” che, attraverso atti o pratiche dei pari grado, tende a isolare il lavoratore”.

Secondo Gianni Favro, presidente del Movimento Nazionale contro il Mobbing ai Lavoratori Onlus (movimentocontromobbing.blogspot.it),
“Solo nella scuola si contano 75mila docenti mobbizzati a causa dell’autonomia scolastica avvenuta dal 1999/2000 e a causa dello strapotere dei dirigenti. La cronaca ormai è piena di casi di suicidi. E’ un fenomeno in crescita difficile da valutare perché l’austerità crea situazioni di disagio all’interno delle aziende, le quali devono risparmiare e trovano nella tattica del mobbing il sistema per licenziare/espellere i lavoratori con una selezione discriminante.
I soggetti vengono presi di mira con tecniche appropriate al fine di indurli a licenziarsi da soli, perché esasperati da un clima di disagio creato ad hoc.
Il fenomeno è duro da valutare perché difficile da denunciare o far emergere: oggi avere un posto di lavoro è una vera fortuna e, anziché far venir fuori la situazione, il lavoratore o la lavoratrice preferisce sopportare”.

Ancora Fernando Cecchini spiega
“Il lavoro non solo soddisfa i bisogni economici ma dà uno status socialmente riconosciuto ed apprezzato e consente all’individuo di esprimersi in ciò che sa fare.
Nelle situazioni di mobbing l’impiego professionale diventa invece fonte di grandi sofferenze che portano, in genere, a trasformazioni durature del sé.
Il mobbizzato è costretto a subire continue ferite, è esposto in azienda a fenomeni di prepotenza o discriminazione, può essere oggetto di ricatti in funzione di molestie sessuali, può subire atteggiamenti persecutori e impedimenti alla carriera a causa della maternità, è dequalificato, deve cambiare radicalmente lavoro con perdita di professionalità e di esperienza, a volte è lasciato inattivo, inoperoso, senza far nulla, altre volte viene isolato dai colleghi; in alcuni casi gli viene chiesto di andare in pensione anticipatamente, in altri può avere grosse difficoltà finanziarie per spese mediche e legali o è costretto a chiedere aiuto economico al partner sentendosi un peso”.
La salute, da tutto questo, esce gravemente danneggiata e la vittima di mobbing può accusare serie patologie e, pur curandosi, non riuscire a uscirne fuori. Dopo un duro e costoso percorso legale, molti scoprono che la legge non è uguale per tutti e questo contribuisce a maturare un profondo senso di fallimento, accompagnato da un intenso sentimento di vergogna, spesso negato.

COME REAGIRE
Chi pensa di essere vittima di mobbing deve assolutamente rivolgersi a uno sportello ad hoc.
Nei centri di ascolto e presso le sedi delle varie associazioni, la vittima viene innanzitutto ascoltata, poi sottoposta a incontri telefonici o in video conferenza per farle capire che non è più sola. A tutti vengono date indicazioni per ricomporre e ordinare le prove e un’agenda dei fatti per raccogliere testimonianze che saranno poi poste al giudizio di un giudice qualora si voglia proporre ricorso o in caso di conciliazione.
“Importantissima” spiega ancora Favro, “è la valutazione e la documentazione medica a favore del lavoratore, per comprovare l’eventuale danno biologico e il risarcimento.
Il danno biologico (malattie e disabilità psicologiche) è causa di risarcimento.
È difficoltoso anche dimostrare queste malattie poiché non sono sanguinanti quindi poco visibili”.
Una volta pronta la documentazione, il lavoratore può rivolgersi agli avvocati convenzionati o a legali sia per un tentativo di conciliazione che per il ricorso al giudice del lavoro. a darsi delle colpe e a isolarsi. Le relazioni amicali e la vita di società ne risentono.

NON ASPETTARE CHE SIA TROPPO TARDI
“Purtroppo” continua Favro, “quando un lavoratore si accorge di essere mobbizzato è troppo tardi, ha già patito e sopportato delle situazioni vessatorie e il mobber ha già attuato la sua strategia in forma avanzata.
Quindi, quando la vittima chiede aiuto, troppe volte è difficile conciliare e/o risolvere la situazione. Altra cosa sarebbe se alle prime avvisaglie egli trovasse chi lo aiuta disinteressatamente o se venissero attuate tutte le norme di tutela previste, come l’intervento del medico d’azienda o del consigliere di fiducia.
Naturalmente il mobber ha tutto l’interesse a negare al lavoratore queste forme di protezione e gioca sulla sua inesperienza e disinformazione”.

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Le notizie che riprendono i ‘suicidi per la crisi’ comparsi nella stampa online nei primi sei mesi del 2012 sono più di 120”, questo troviamo su Il Fatto Quotidiano che ha tracciato attraverso Google News e raccolto sotto forma di due visualizzazioni interattive: una mappa e una timeline.
La mappa aggrega le notizie sul territorio italiano, riportando data, luogo, vicenda e fonte. Dalla mappa emerge una particolare presenza di notizie provenienti dal Nord-Est, a testimoniare l’impatto della crisi su uno dei maggiori distretti imprenditoriali del Paese.

solitudine

In questi giorni le pagine dei giornali e gli schermi televisivi ci hanno mostrato i volti di Romeo Dionisi e Anna Maria Sopranzi che si sono tolti la vita, impiccandosi uno accanto all’altro in uno stanzino vicino al garage di casa, e il volto del fratello di lei, Giuseppe, che si è ucciso gettandosi in mare.

Quando un essere umano sceglie di morire ognuno di noi sopravvissuti deve sentire un senso di colpa, ognuno di noi, senza esclusione alcuna.
Se un rappresentante del governo viene fischiato, qualunque siano il suo percorso personale e la sua onestà, dovrà accettare lo scherno perché il suicidio di una persona è sempre risultato di un fallimento collettivo della società che lo circondava.

Tanto più ora questo è dimostrabile: lo spazio tra il singolo e lo Stato è incommensurabile.
Abbiamo persino linguaggi diversi e la comunicazione è perduta.
Mai come ora le istituzione si sono arroccate, abbarbicate ai propri privilegi, inchiodate al trono conquistato a qualsiasi costo, calpestando corpi ancora vivi dei caduti nella lotta.
Eppure lo Stato dovremmo essere noi, ognuno di noi…

Cosa ne sanno questi “tecnici”, questi “saggi”, questa massa di politicanti allo sbaraglio di Romeo, Anna Maria, Giuseppe?
Esprimono il cordoglio di rito, si auto-assolvono paragonando i dati numerici dei suicidi nostrani con quelli di Grecia e chissà quale altro Paese sconfitto dall’incapacità di loro compagni di merende e poi? Li finisce.

Io invece penso agli altri Romeo, Anna Maria, Giuseppe… a quelli già partiti e a chi già non vede altro dinanzi a sé che una finestra aperta, un cappio, una rotaia, un’arma carica… Ci penso e sento tutto il peso della mia incapacità a reagire a questa dittatura dell’economia fasulla sulla vita dei popoli che dovrebbero poter vivere da donne e uomini liberi da ogni forma di sottomissione e schiavitù.

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I never saw a Moor –
I never saw the Sea –
Yet know I how the Heather looks
And what a Billow be –
I never spoke with God
Nor visited in Heaven –
Yet certain am I of the spot
As if the Checks were given –

Non ho mai visto una Brughiera –
Non ho mai visto il Mare –
Eppure so come appare l’Erica
E che cos’è un’Onda –
Non ho mai parlato con Dio
Né visitato il Cielo –
Eppure certa son io del luogo
Come se il Biglietto fosse consegnato –

Emily Dickinson

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Questo Giorno non è nato da Dio.
Nessun giorno come questo nasce da Lui.
Questo Tempo è frutto di uomini demoni.
A questi demoni si metta una macina al collo e vengano gettati negli abissi del mare, disse il Figlio.
Oggi, in nome dello scandalo che portano ai Cuori, – Dio mi perdoni, – questi demoni io maledico, dagli abissi del cuore.
E non si chiami, la mia, rabbia, né vendetta.
La mia maledizione è grido nel deserto dell’ingiustizia.
“The Checks were given…”.

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“TRENTO – Per la giustizia è un reato, è furto. Poco importa se un camionista abbia rubato solo un pacchetto di caramelle e un peluche per il figlio. Sempre furto rimane. E così l’imputato è stato processato e condannato dal Tribunale di Trento a 2 mesi e 20 giorni di reclusione. Poteva anche andargli peggio: il Codice prevede la pena della reclusione da sei mesi a tre anni”.
http://www.ladige.it

Poi però leggi che una parlamentare acquista 11.00 euro di abiti, non li paga e viene condannata al risarcimento della cifra più le spese legali. Punto.

E ancora trovi che, in base all’art. 365 del Codice Penale, l’omissione di referto medico è punita con la multa fino a euro 516. Quindi, per fare un esempio, un medico, magari competente o del lavoro, che non denuncia – nonostante esista una legge che lo obbliga – una malattia di sospetta origine professionale tabellata, se la cava con una multa.

Lo so, da che mondo è mondo accadono queste ingiustizie legalizzate ma, cavolo, assistere a tanto schifo senza reagire, senza trovare modo di intervenire è deprimente.
Che altro posso dire?

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Il mio cuore piange e sento le forze venire meno e un senso di impotenza e solitudine mi spinge a ritrarmi nel dolore, in un dolore che vivo come superiore alla mia forza, in un dolore traducibile solo in lacrime…

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Il Santo Natale si avvicina, ma io non mi sento buona.
proprio non riesco a sentirmi buona e a sopportare tutto il male che sento e vedo in questo sporco mondo.
La mia fede insegna il perdono e io dovrei sforzarmi e perdonare e comprendere e non giudicare e guardare la mia trave… non la pagliuzza ma, cielo, quando qualcuno ha un bilico di travi, cosa devo fare???
Dovrei perdonare tutta quella gente che sta affamando il nostro Paese approfittando della crisi? Perdonare chi si arricchisce ora a scapito di chi non riesce più a mantenere nemmeno la casa acquistata con sacrifici di una vita e si trova costretto a vendere per pochi spiccioli?
Dovrei perdonare chi tiene per la gola i nostri ragazzi, costretti a elemosinare per un posto di lavoro precario, in nero e mal pagato?
Dovrei perdonare la nostra pubblica amministrazione, se ancora si può chiamare così un sistema che di pubblico ha conservato solo il nome e cura solo gli interessi dei raccomandati, dei lavativi, dei politicanti?
Dovrei perdonare chi sta massacrando il Servizio sanitario italiano per favorire gli interessi del privato?
Chi fa la stessa cosa con la scuola pubblica?
Lo ammetto: non ne sono capace… con tutta la mia buona volontà, non ci riesco.
Questo Natale non mi troverà più buona.
E a chi mi dice di non pensarci, che tanto non cambia nulla, e di farmi solo i fatti miei, questo Natale rispondo VAFFANC… sperando che il Signore non se la prenda troppo con me. E, se se la prenderà, sconterò la pena.
È proprio questo che non va in questo sporco mondo: non possiamo pensare solo a noi stessi!
Dobbiamo prenderci cura del più debole, stare al suo fianco, difenderlo… come possiamo, nel nostro piccolo… e, ormai, lasciare a Dio il compito del perdono…

ingiustizia

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Perdersi… succede.
L’importante è ritrovarsi.

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Camminavo oggi, lentamente, per via della costa rotta che ancora fa male. Camminavo nell’ora d’aria che è concessa a chi è in malattia, indipendentemente dalla natura della malattia: influenza, mal di schiena, cancro, depressione…
E, mentre percorrevo un po’ curva la strada di casa, il pensiero della malattia, il cancro al seno, mi è comparso, quasi materializzato davanti agli occhi.
E se dovesse tornare, mi sono detta, cosa farei? Dovrei ricominciare tutto? Tutto il dolore sofferto, le attese infinite, le difficoltà sul posto di lavoro ripiomberebbero sulle mie spalle, come macigni…
E il cuore è parso tremare in petto e mi si è mancato il respiro.
È durato un istante lo smarrimento, nemmeno il tempo di una lacrima.
Ma in quell’istante ho rivissuto i giorni, gli anni, le paure.
Non so cosa farei se la malattia tornasse, non lo so e nemmeno ci voglio pensare oggi. Oggi sono viva e cammino sotto una pioggia fitta. Ora sono sulla porta di casa e sento Sofia suonare al pianoforte. Posso chiedere altro alla vita?

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