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Archive for the ‘DIS-GIUSTIZIA’ Category

In base al D.P.R. 30 marzo 1957, n. 361, art. 104, comma 5:

Il segretario dell’Ufficio elettorale che rifiuta di inserire nel processo verbale o di allegarvi proteste o reclami di elettori è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa sino a lire 4.000.000”.

Questo mi basta per prendere in considerazione la possibilità di andare al seggio per le prossime elezioni: andarvi per allegare alla procedura che mi riguarda il mio reclamo di cittadina.

Non ho purtroppo trovato seri riferimenti a quello che accadrà del mio voto o non voto, né ho garanzie che il gesto non possa essere punito con pretesti vari, ma credo sia giunto il momento di dichiarare, con mezzi che vadano oltre le parole, la mia contrarietà.

Da tempo mi sono dimessa come cittadina e per un semplice motivo: quella che ritenevo la mia “patria” non tutela i miei diritti e non rispetta i Suoi doveri nei miei confronti e nei confronti di troppi, come me, semplici cittadini.

Lo Stato che mi dovrebbe tutelare, mi opprime invece con un apparato burocratico pachidermico e malato che “punisce” ogni desiderio e aspirazione.

Questo è ciò che provo e, ne ho certezza, tante/i altre/i vivono il mio stesso malessere nel silenzio.

Per me il tempo del silenzio di fronte agli abusi è finito.

Sono ormai una cittadina “terminale”, senza più speranza alcuna nella buona fede di un Sistema impersonale e corrotto di Potere.

Ho creduto, lo ripeto, nella mia Patria: sono tra i fanciulli che cantavano -, anche “Bella Ciao”… senza attribuirle alcun colore politico, – sotto la bandiera tricolore.

Di quella bandiera sono stata fiera; cosciente del valore incorruttibile del sangue versato da tanti giovani, del dolore vissuto da milioni di persone per un Ideale comune.

Avrei dato la vita per il mio Paese, per difenderne l’Onore.

E credevo nella Giustizia e nella sua Imparzialità, convinta che il Bene Comune potesse con onore e onestà essere raggiunto.

Ora tuttavia mi sento di vivere in un Paese senza onore, un Paese che con metodicità e impersonalità, con freddezza e superbia, penalizza la Donna e l’Uomo comuni.

Ho perso perciò il senso di libertà e appartenenza che mi rendeva fiera e pronta al sacrificio.

Ho perso la fiducia in un sistema politico distratto, quando non corrotto, preoccupato di “rubare” il mio voto per salire al Potere, un sistema che racconta la favola del Bene comune, ma mira ad altro, a ben altro.

Nessuno mi rappresenta tra i “partiti” che sventolano bandiere.

Nessuno.

Lo scrivo e lo griderei, potendo, a costo d’essere chiamata “populista”, disfattista, pessimista, fuori di testa.

Il tempo dei timori, il tempo di preoccuparmi del giudizio svagato e delle incomprensioni  dei tanti, il tempo del timore di punizioni o condanne è finito.

Sono una cittadina comune, una donna qualsiasi, una che almeno ha tentato d’essere coerente e accettato di mettersi in discussione, una che non ha nemmeno più nulla da perdere. Una che nessuno ormai potrebbe o vorrebbe rappresentare…

 

nassiriya

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Per chi non ne fosse a conoscenza, la denuncia e il “tentativo” di riconoscimento di una malattita di sospetta origine professionale seguono un iter particolare e si articolano in una serie di “passaggi” che paiono avere il solo e unico scopo di prendere il lavoratore per sfinimento, soprattutto – mi azzardo a scrivere, – se trattasi di malattia che definirò “importante”.

La divisione in malattie tabellate o non tabellate è meramente formale e non ha nessuna valenza concreta sulle “procedure”, dunque il fatto che una malattia sia tabellata non modifica, nella maggior parte dei casi, il destino di tribolazioni cui il lavoratore dovrà, ahimé, rassegnarsi.

Una delle fasi del’iter dicasi “collegiale medica”: a questa fase il lavoratore è costretto, dopo che l’Inail – come di prassi accade (vedi statistiche),- riceve il primo diniego dall’Ente. Alla Collegiale, ci si presenta con un medico legale ( a spese del lavoratore!). Dopo un breve colloquio con il medico incaricato dell’Inail in presenza del proprio medico legale, il lavoratore viene invitato ad attendere fuori il successivo diniego. Solo a quel punto, si può fare ricorso al giudice…

Di seguito la lettera che ho scritto al rappresentante dell’Inail dopo la collegiale che mi ha visto tra gli “attori”…

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Gentile Dottore, pur ammettendo la Sua gentilezza, che comunque nulla ha a che vedere con la cordialità e l’empatia che ogni medico dovrebbe essere capace di mostrare nei confronti  dell’utente, mi trovo costretta per desiderio di chiarezza a farLe presenti un paio di questioni riguardanti la Collegiale cui, ahimé, ho dovuto presenziare in data … presso la sede Inail di …

Le premetto che sapevo già si sarebbe trattato di una farsa a cui le/i disgraziate/i (per modo di dire) come me sono costretti da un apparato amministrativo-burocratico malato. Farsa nella quale comunque la maggior parte di Voi recita la propria parte senza apparentemente battere ciglio…

So bene che l’apparato di cui Lei è parte è una forma legalizzata di presa per i fondelli del lavoratore che spera ancora di poter arrivare a una qualsiasi “reale” forma di tutela sul lavoro: del resto il Vostro ente vanta fior fiore di corsi per la sensibilizzazione sull’argomento.

I plichi di documentazione che ci costringete a consegnarVi valgono quanto la carta straccia e come tale immagino verranno trattati: impilati su tavoli e ripiani e intonsi.

So bene anche, – ne sono prova i post che ognuno può vedere sui siti di medici competenti, autorizzati, legali, – che molti vedono nel lavoratore che rivendica un diritto un opportunista pronto ad approfittare di chissà quali vantaggi.

So bene infine di non essere, come ogni altro lavoratore che a Voi si rivolge, niente altro che un numero, una noiosa pratica da chiudere nel minor tempo possibile.

Lei mi ha accusato di non aver “letto bene” la normativa riguardante l’obbligo di denuncia delle malattie tabellate di sospetta origine professionale.

Se ciò fosse vero, non sarei ora qui a scriverLe e avrei ammesso la mia ignoranza, ma purtroppo conosco, a questo punto azzardo… forse anche meglio di Lei, la normativa e ho letto e leggo ogni pubblicazione man mano pubblicata da voi dell’Inail e non solo.

Lei, con una certa ironia, si è pure permesso quasi di deridermi per la mia attenzione a mantenere comportamenti professionali precisi nello svolgimento del lavoro, visto che su “7 ero la sola”, chiedendomi addirittura infine se ciò potesse avere un senso, dato il comportamento “diverso” di altri.

Diceva Gandhi: “A volte essere in minoranza è un privilegio”.

Ora, a rischio di apparire arrogante e superba, mi sento di dirLe che il senso di responsabilità, del dovere e dell’onore, il rispetto morale per se stessi e per l’altro, la dignità e il coraggio o si hanno o nemmeno si sa che esistano o si scansano per far solo ciò che è più comodo, giustificando così l’ignavia che prepotente può dominare l’uomo.

Le persone il cui esempio mi guida e sostiene da sempre, primi i miei genitori, non sono persone “vincenti” secondo il comune pensare. A loro mi ispiro e lo faccio non solo per me stessa, ma per le mie figlie, per poter dimostrare loro che ciò che conta sono la coerenza, la tenacia, la capacità di operare per un bene che va oltre noi stessi e può contribuire anche con briciole ad aprire nuovi percorsi per un futuro migliore.

Il comportamento corretto e responsabile nel quotidiano, e dunque anche sul posto di lavoro, dovrebbe essere un dovere, soprattutto per chi opera nelle Pubbliche Amministrazioni e a servizio, come nel mio caso, dei malati.

L’ignoranza e la cieca obbedienza a ordini “superiori”, senza il filtro di scienza , coscienza e di una Legge morale, hanno portato il nostro Paese allo stato attuale di degrado. L’ignavia inoltre, la connivenza e l’individualismo di troppi hanno creato e creano il substrato per ogni sorta di atti illegali, soprusi, vessazioni e corruzione.

Io vorrei andarmene da questo mondo con la coscienza pulita di chi almeno ha tentato di contrastare questo degrado.

Sono fiera di potermi paragonare al colibrì citato nella storiella durante il colloquio.  Quando, come tutti, arriverò alla resa dei conti, spero dunque di poter dire che a essere “giusta” ho almeno tentato, facendo “la mia parte”, per quanto infinitesimale essa possa essere stata.

Detto ciò, di seguito alcuni riferimenti legislativi, tratti dal sito dell’Inail.

Obblighi in capo al medico nel momento in cui pone diagnosi di malattia la cui eziologia potrebbe essere “professionale” o “lavoro-correlata”:

 > referto all’Autorità Giudiziaria ex artt. 365 c.p. e 334 c.p.p.;

 > denuncia all’Ispettorato del Lavoro ai sensi dell’art. 139 del D.P.R. 1124/1965;

> certificazione ai sensi dell’art. 53 del D.P.R. 1124/1965 per le malattie professionali nell’industria;

 > certificazione-denuncia ai sensi dell’art. 251 del D.P.R. 1124/1965 per le malattie professionali in agricoltura;

 > segnalazione all’ISPESL, tramite i Centri Operativi Regionali (COR), ex art. 244, comma 2, D.Lgs 81/2008, delle neoplasie ritenute attribuibili ad esposizioni lavorative ad agenti cancerogeni;

 > trasmissione all’ISPESL, ex art. 281, comma 2 D.Lgs 81/2008 dei casi di malattie o di decessi causati da esposizione lavorativa ad agenti biologici;

 > comunicazione all’Ispettorato del Lavoro e agli organi del Servizio Sanitario Nazionale, ex art. 92, comma 2, D.Lgs 230/1995 e s.m.i., delle malattie causate da radiazioni ionizzanti;

> trasmissione all’ISPESL, ex art. 92, comma 3, D.Lgs 230/1995 e s.m.i., dei casi neoplasie ritenute causate da esposizione lavorativa a radiazioni ionizzanti.

Sia nel caso di certezza diagnostica o solo sospetto di malattia professionale deve essere sporta la denuncia della malattia da parte del medico competente.

Compito del medico competente è quello di compilare il certificato medico di malattia professionale, che il lavoratore dovrà consegnare al proprio datore di lavoro entro i 15 giorni successivi dalla dichiarazione ufficiale della patologia.

Entro i 5 giorni successivi alla consegna del certificato medico di malattia professionale consegnato al datore di lavoro, quest’ultimo dovrà trasmettere all’Inail la denuncia di malattia professionale.

Il medico competente ha invece l’obbligo di denunciare la malattia professionale all’Ufficiale di Polizia Giudiziaria della ASL competente per il territorio, obbligato a inviare, a sua volta, il referto all’Autorità Giudiziaria.

Grazie alla segnalazione della malattia professionale, come del resto dell’infortunio, all’Autorità competente, si innesca un meccanismo di prevenzione e controllo dei luoghi di lavoro per arrestare o limitare i rischi che determinano eventi accidentali e dannosi per il lavoratore.

Obbligo del medico competente è inoltre l’invio del primo certificato medico di malattia professionale all’INAIL.

Ogni medico che effettua la denuncia è tenuto a riportare nella stessa, limitatamente alle malattie della lista I e della lista II, il relativo codice identificativo.

Art. 139D.P.R. 1124/1965

E’ obbligatorio per ogni medico, che ne riconosca l’esistenza, la denuncia delle malattie professionali, che saranno indicate in un elenco da approvarsi con decreto del Ministro per il lavoro e la previdenza sociale di concerto con quello per la sanità, sentito il Consiglio superiore di sanità.
La denuncia deve essere fatta all’ispettorato del lavoro competente per territorio, il quale ne trasmette copia all’Ufficio del medico provinciale.
I contravventori alle disposizioni dei commi precedenti sono puniti con l’ammenda da lire mille a lire quattromila.
Se la contravvenzione è stata commessa dal medico di fabbrica previsto dall’art. 33 del decreto del Presidente della Repubblica 19 marzo 1956, n. 303, contenente norme generali per l’igiene del lavoro, l’ammenda è da lire ottomila a lire quarantamila.

II codice di procedura penale colloca l’istituto del referto nell’ambito delle notizie di reato obbligatorie aventi come destinatario l’Autorità Giudiziaria. L’art. 365 c.p. recita

“chiunque, avendo nell’esercizio di una professione sanitaria prestato la propria assistenza od opera in casi che possono presentare i caratteri di un delitto pel quale si debba procedere d’ufficio, ometta o ritarda di riferirne all’Autorità indicata…è punito…”.

Il delitto colposo è perseguibile d’ufficio in caso di lesione personale grave o gravissima

(art. 583 c.p.) conseguente a “violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all’igiene del lavoro o che abbiano determinato una malattia professionale” (art. 590 c.p. modificato dall’art. 92 della Legge 689/1981).

Le malattie correlate al lavoro, pertanto, se di durata superiore ai 40 giorni o integranti l’indebolimento di un senso o di un organo, rientrano nelle previsioni del vigente codice penale, agli artt. 583 e 590 e, di conseguenza, il medico che pone diagnosi certa di una malattia la cui origine, tenuto conto dello stato attuale delle conoscenze  scientifiche, potrebbe essere lavorativa, ha l’obbligo di inoltrare referto all’Autorità Giudiziaria, quindi, direttamente al Pubblico Ministero o anche attraverso Ufficiali di Polizia Giudiziaria..

Cordiali saluti

Rosa Noci

P.S.

Non v’è cosa più facile che trarre in inganno un uomo dabbene: chi non mente mai è disposto a credere qualunque cosa, e chi non ha mai ingannato è sempre pieno di fiducia.

Baltasar Gracián y Morales, Oracolo manuale e arte della prudenza, 1647

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“Lavoravo in una casa di riposo al reparto “protetto” che ospitava anziani affetti da morbo di Alzheimer.
Tutto cominciò a pochi mesi dalla mia assunzione, quando venne sostituito il direttore sanitario.
Ancora oggi non credo ci sia stata una vera e propria causa scatenante: penso che nei miei mobbers sia nata la consapevolezza di non potermi condizionare, di non potermi far dire o fare ciò che volevano.
Il rendersi conto che il lavoratore sa svolgere il proprio lavoro con professionalità crea in qualche modo delle frustrazioni e destabilizza l’intero sistema.
La prima cosa che oggi rielaboro con grande amarezza è il controllo, all’inizio del turno e durante le attività; il porre ostacoli all’esecuzione dei progetti educativi, peraltro tutti approvati dai direttori sanitari; il divieto di fare fotocopie per i miei utenti, di entrare in casa di riposo durante il periodo di ferie impostomi d’ufficio.
Dicevano al personale di non parlarmi perché ero inaffidabile, e poi l’aggressione, le telefonate anonime e ingiuriose, i richiami scritti…
Io andavo d’accordo con i miei colleghi e c’era collaborazione fra noi, ma la paura credo abbia prevalso, la paura di essere diversi, di poter cambiare davvero questo sistema. Chiedendo scusa, accettavano a capo chino le imposizioni provenienti dai superiori. All’inizio non mi rendevo conto di quello che mi stava succedendo: andavo al lavoro e mi sentivo diversa, piangevo anche in reparto, a casa, di notte, non dormivo più, una volta a letto i miei occhi si spalancavano e vedevano l’arrivo del mattino seguente.
Inappetenza, perdita di peso, tachicardie improvvise, senso di paura e di inadeguatezza; continuavo a chiedermi se e dove stavo sbagliando, ma mi sembrava che non ci fosse soluzione.
Per me esisteva solo IL problema, ero IO il problema o, meglio, questo mi avevano indotto a pensare.
Continuavo a parlarne in casa con gli amici più vicini, il resto passava in secondo piano. Poi, un giorno, mi fu comunicato che il contratto alla sua scadenza non mi sarebbe stato rinnovato “perché il mio lavoro non andava già bene da diverso tempo”.
Questa plateale rivelazione mi scosse: non poteva essere così perché i risultati con gli ospiti si vedevano, io li vedevo e anche gli altri.
I miei pazienti, se pur prigionieri dell’oblio causato dalla loro malattia, mi aspettavano e stavano bene con me; apparecchiavano la tavola, cantavano, leggevano, ballavano, dipingevano, hanno arredato da soli l’intero reparto.
Quando scoprii che il mio contratto era illegittimo e in quel momento avrei potuto mostrare che loro non erano così forti, quando fu rintracciata la persona che effettuava le chiamate anonime, quando la psicoterapeuta mi disse che non dovevo dimostrare a nessuno di saper fare il mio lavoro, ma che solo i risultati che avrei ottenuto dall’impiego delle mie conoscenze e capacità avrebbero potuto fornirmi la prova che serve a ogni lavoratore per crescere professionalmente e a livello umano, decisi di ribellarmi.
Ovviamente non è possibile dimenticare. Qualunque cosa legata a quei momenti, a quel contesto, ne fa riaffiorare il ricordo”.

Da “Noi che abbiamo vissuto il mobbing”
di Sara Ficocelli
d.repubblica.it
30 aprile 2013

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“penso che nei miei mobbers sia nata la consapevolezza di non potermi condizionare, di non potermi far dire o fare ciò che volevano.
Il rendersi conto che il lavoratore sa svolgere il proprio lavoro con professionalità crea in qualche modo delle frustrazioni e destabilizza l’intero sistema”…

Nulla pare cambiato dall’inizio dell’Era industriale, quando nacquero teorie che declamavano la necessità di un operaio senza cervello, senza ideali, anche poco abile, come migliore alternativa rispetto al lavoratore “pensante”…

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“Lavoravo nel settore del turismo. L’azienda iniziò a farmi mobbing dopo alcuni mesi dalla mia comunicazione di una seconda gravidanza, con una scusa banale: una contestazione di uso improprio del computer aziendale, cosa dimostrata non vera.
Dopo il parto, quando sarei dovuta rientrare, mi obbligarono a prendere tutte le ferie a disposizione, anche se non era assolutamente obbligatorio e avrei potuto usufruirne all’occorrenza, visto che avevo un bimbo di pochi mesi.
Al rientro, stabilito da loro, mi allontanarono dagli uffici, posizionando la mia scrivania nel retro di un archivio, togliendomi ogni ruolo e ogni mansione.
Sulla carta avevano “creato” un ruolo ad hoc per me, ma nel concreto quel lavoro non esisteva.
Lì sono stata per due anni, senza fare quasi nulla.
Non avevo nel luogo di ultima destinazione rapporti con molti colleghi, se non un paio. Quelli che incontravo nei paraggi dell’ufficio mi ignoravano.
Fin da subito mi venne una forte depressione che mi costrinse a psicofarmaci e a visite periodiche con psichiatri specializzati.
Feci anche un percorso di 6 mesi con il centro antimobbing della mia città.
Le giornate erano lunghe, interminabili. Per quanto volessi impegnare la mente, dedicarmi ai miei bambini, lo sconforto, l’ansia e la solitudine la facevano da padrone.
Tutta la mia vita sociale era cambiata.
A casa il mio nervosismo lo percepivano e ne risentivano specialmente i miei figli.
Evitavo di uscire con amici perché puntualmente si finiva a parlare di lavoro e la cosa non mi faceva stare bene.
Sentirsi poi dire frasi del tipo “che t’importa, quello che conta è che ti paghino”, mi feriva più di ogni altra cosa, perché era la dimostrazione che nulla e nessuno avrebbe mai compreso il mio stato d’animo.
Decisi subito di ribellarmi. Provai per circa 9 mesi a trovare un accordo con la mia azienda, a ricevere motivazioni, ma quando capii la loro totale chiusura, gli feci causa e ad oggi è ancora in corso.
Nonostante tutto, non ho mai sentito di potercela fare. Mi hanno mandata via, la causa di mobbing è ancora in alto mare e sto per iniziare quella per il licenziamento.
Credo che un’esperienza del genere sia, e resti, una violenza psicologica molto forte.
La cicatrice c’è e resterà per sempre.
A seguito di questa esperienza ho anche creato un forum, Mobbingdonna (www.mobbingdonna.it), che ho deciso di aprire gratuitamente l’8 marzo del 2012.
L’ho fatto perché nelle lunghe giornate di inattività lavorative avrei voluto tanto qualcuno con cui parlare, ma un qualcuno che mi capisse e, purtroppo, solo chi ha vissuto o sta vivendo la tua stessa tragica esperienza può farlo.
Mi ha aiutato a non sentirmi più sola. Tante sono state le persone, donne e uomini, che mi hanno scritto, che mi hanno chiesto consigli, moltissimi però in privato, forse per paura. Spero che anche qualcuno di loro in qualche modo si sia sentito meno solo”.

Da “Noi che abbiamo vissuto il mobbing”
di Sara Ficocelli
d.repubblica.it
30 aprile 2013

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“che t’importa, quello che conta è che ti paghino”…

È una delle peggiori frasi che una persona mobbizzata possa sentirsi dire!
Eppure, troppi non comprendono il dolore che sta dietro una persona che subisce ogni giorno ingiustizia sul posto di lavoro…
Quel lavoro che non è altro che un suo diritto, quel lavoro su cui – Costituzione docet -, si basa la nostra repubblica…

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DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 16 aprile 2013, n. 62
Regolamento recante codice di comportamento dei dipendenti pubblici, a norma dell’articolo 54 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.
Vigente al: 4-6-2013

Art. 13

Disposizioni particolari per i dirigenti

2. Il dirigente svolge con diligenza le funzioni ad esso spettanti in base all’atto di conferimento dell’incarico, persegue gli obiettivi assegnati e adotta un comportamento organizzativo adeguato per l’assolvimento dell’incarico.
3. Il dirigente, prima di assumere le sue funzioni, comunica all’amministrazione le partecipazioni azionarie e gli altri interessi finanziari che possano porlo in conflitto di interessi con la funzione pubblica che svolge e dichiara se ha parenti e affini entro il secondo grado, coniuge o convivente che esercitano attività politiche, professionali o economiche che li pongano in contatti frequenti con l’ufficio che dovrà dirigere o che siano coinvolti nelle decisioni o nelle attività inerenti all’ufficio.
4. Il dirigente assume atteggiamenti leali e trasparenti e adotta un comportamento esemplare e imparziale nei rapporti con i colleghi, i collaboratori e i destinatari dell’azione amministrativa.
Il dirigente cura, altresì, che le risorse assegnate al suo ufficio
siano utilizzate per finalità esclusivamente istituzionali e, in nessun caso, per esigenze personali.
5. Il dirigente cura, compatibilmente con le risorse disponibili, il benessere organizzativo nella struttura a cui e’ preposto, favorendo l’instaurarsi di rapporti cordiali e rispettosi tra i collaboratori, assume iniziative finalizzate alla circolazione delle informazioni, alla formazione e all’aggiornamento del personale, all’inclusione e alla valorizzazione delle differenze di genere, di età e di condizioni personali.
6. Il dirigente assegna l’istruttoria delle pratiche sulla base di un’equa ripartizione del carico di lavoro, tenendo conto delle capacità, delle attitudini e della professionalità del personale a sua disposizione. Il dirigente affida gli incarichi aggiuntivi in base alla professionalità e, per quanto possibile, secondo criteri di rotazione.
7. Il dirigente svolge la valutazione del personale assegnato alla struttura cui e’ preposto con imparzialità e rispettando le indicazioni ed i tempi prescritti.
9. Il dirigente, nei limiti delle sue possibilità, evita che notizie non rispondenti al vero quanto all’organizzazione, all’attività e ai dipendenti pubblici possano diffondersi.
Favorisce la diffusione della conoscenza di buone prassi e buoni esempi al fine di rafforzare il senso di fiducia nei confronti dell’amministrazione.

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Il Corruption Perception Index (CPI) del 2013 stilato da Transparency International, vede l’Italia come il terzo paese più corrotto in Europa dopo Grecia e Bulgaria e a ‘pari demerito’ con la Romania.

Scrive Cinzia Roma su Il fatto quotidiano:

“La nostra legge sulla trasparenza amministrativa (l.n. 241/1990) è tra le più restrittive d’Europa.
La norma avrebbe dovuto rivoluzionare il rapporto tra amministratori e cittadini, sostituendo al principio del segreto d’ufficio il principio di pubblicità dell’attività amministrativa, ma risulta inadeguata e non conforme alle disposizioni internazionali.
Essa impone una grave limitazione al diritto di accesso, riconosciuto soltanto al cittadino titolare di un interesse legittimo e motivato nei confronti della documentazione pubblica.
Soprattutto, la legge non consente l’accesso finalizzato al controllo sociale sull’operato della Pubblica Amministrazione che, di fatto, resta agli occhi dei cittadini un corpo separato e impenetrabile.
Nonostante l’evoluzione della disciplina giuridica in materia e le pressioni della società civile, la L. 241/1990 non è stata abrogata.
Un Foia non è stato ancora adottato.
L’istituto dell’accesso civico introdotto dal D.L.33/2013 non modifica né sostituisce il diritto di accesso della legge 241.
La proliferazione delle norme sulla trasparenza ha generato maggiore incertezza e sovraccaricato le amministrazioni di una miriade di obblighi di pubblicità che, da soli, non sono sufficienti a garantire trasparenza.
Il patrimonio informativo della Pubblica Amministrazione deve risultare anche comprensibile, fruibile, riutilizzabile, tale da consentire ad ogni cittadino la partecipazione alle decisioni pubbliche e un controllo diffuso sulle attività istituzionali, diritto quest’ultimo che discende dal principio costituzionale della sovranità popolare.
Del resto, come indicano i monitoraggi svolti dalla Civit e dalla società civile sull’assolvimento degli obblighi di trasparenza, la nostra Pubblica Amministrazione non sembra disposta a collaborare.
Educata alla totale riservatezza, tradizionalmente restia a interrogarsi e farsi interrogare, essa non riesce a stabilire una relazione simmetrica e paritaria coi suoi cittadini, spesso relegati al rango di sudditi.
L’Italia è un paese democratico e come tale non può fare a meno di una legge sulla libertà d’informazione.
L’opacità del potere è incompatibile con la natura della democrazia, concepita, citando Norberto Bobbio, come ‘governo del potere visibile’.
Quello di cui abbiamo bisogno è una rivoluzione culturale, oltre che legislativa, in grado di annientare il culto della segretezza dell’attività amministrativa.
Altrimenti una Pubblica Amministrazione ‘casa di vetro’, in cui il cittadino da fuori possa ‘guardare dentro’, è destinata a restare una chimera, così come lontana resta la risalita nella classifica di Transparency International”.

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Qualcuno potrebbe chiedere quale sia il collegamento tra l’art. 13 del DPR n. 62 del 2013, il Corruption Perception Index e la “trasparenza mancata”.

A risposta un proverbio: il pesce puzza dalla testa

E una citazione:
La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini“.

Leonardo Sciascia, Il cavaliere e la morte, 1988

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Ricevo ieri via mail l’appello di don Ciotti:
Ribelliamoci all’idea che non sia possibile cambiare

Ciao Rosa,
Il nostro sistema sanitario è minacciato da un grave morbo, fatto di opacità, illegalità e corruzione, che sottrae risorse preziose per la nostra salute.
Purtroppo sono i dati a confermarcelo: nel solo triennio 2010-2012, in Italia sono stati accertati reati nella sanità per oltre 1 miliardo e mezzo di euro.
Questi soldi basterebbero per costruire 5 nuovi grandi ospedali modello.
Troppi stanno alla finestra a guardare, dobbiamo invece ribellarci all’idea che non sia possibile cambiare.
Ecco allora questa petizione molto concreta indirizzata al mondo della sanità pubblica.
Per prima cosa vogliamo quindi Aziende sanitarie trasparenti, perché la trasparenza è il primo e più importante antidoto contro l’illegalità e la corruzione.
C’è una legge chiara in merito, la 190/2012, ma sono ancora molte le Aziende sanitarie che non hanno applicato le norme anticorruzione.
Chiediamo allora con forza agli Assessori regionali e ai Direttori generali alla Sanità di impegnarsi per far rispettare gli obblighi di legge da ciascuna delle 237 Aziende sanitarie del nostro Paese.
È dal 1978 che l’Italia si è dotata di un Servizio sanitario nazionale che ha dato a tutti, senza discriminazioni, cure e assistenza.
Questo sistema ci ha resi più sani, ha protetto noi e le nostre famiglie ed è fondamentale preservarlo.

Per questo ti chiedo ora di fare la tua parte. Firma anche tu e chiedi ai tuoi amici di firmare questa importante petizione. Insieme possiamo davvero fare la differenza.
Grazie,
Luigi Ciotti

Di seguito la petizione:

Agli Assessori regionali alla sanità e ai Direttori generali degli stessi assessorati:
La corruzione mette in pericolo la sanità pubblica e la vita di ciascuno di noi.
I dati sono allarmanti: nel 2012 il 5,6% delle risorse investite in Europa per la sanità è andato perso in tangenti*.
Nel triennio 2010-2012, in Italia sono stati accertati reati per oltre 1 miliardo e mezzo di euro, quanto basta per costruire 5 nuovi grandi ospedali modello.
La salute è l’unico diritto fondamentale esplicitamente definito dalla nostra Costituzione.
Vogliamo un sistema sanitario pubblico trasparente e libero dalla corruzione.
Un sistema efficace che renda conto di come spende le nostre risorse.
Quando la corruzione colpisce la salute non causa solo gravi danni economici, ma mette in crisi l’intero sistema sanitario che dal 1978 è una garanzia per tutti, senza discriminazioni.
L’illegalità ruba fondi destinati agli ospedali, all’acquisto di medicine e all’assistenza, compromette la salute nostra e dei nostri cari e può addirittura diventare una causa di morte.
Nonostante le disposizioni previste dalla legge 190/2012, ad oggi sono molto poche le Aziende sanitarie che rispettano gli obblighi di anticorruzione e trasparenza.
Chiediamo quindi ai 21 Assessori regionali alla sanità e ai 21 Direttori generali degli stessi assessorati di far rispettare da ciascuna Azienda sanitaria le prescrizioni di legge che prevedono di:
@ nominare il Responsabile locale anticorruzione
@ pubblicare online il Piano triennale anticorruzione
@ fornire informazioni complete sui vertici dell’organo di indirizzo politico (direttore generale, direttore sanitario, direttore amministrativo) rendendo pubblici il cv comprensivo di tutti gli incarichi pubblici e privati ricoperti, l’atto di nomina e il compenso.
@ Chiediamo di conoscere chi governa gli enti pubblici e chi è chiamato a vigilare sul rispetto della normativa anticorruzione.
@ Auspichiamo la creazione di una rete nazionale dei referenti anticorruzione e la promozione del loro rapporto coi territori.
@ Vogliamo che i Piani anticorruzione siano consultabili online e che i cittadini possano dire la loro.
La legge richiede che questo adeguamento avvenga entro il 31 gennaio 2014.
Per la prima volta nella storia del nostro Paese sarà la società civile a monitorare attribuendo a ogni Azienda sanitaria un punteggio: via via che ognuna di esse rispetterà le richieste della petizione e le prescrizioni di legge il punteggio aumenterà.
Il nostro obiettivo è che tutte le 237 Aziende sanitarie raggiungano al più presto il 100%.
* dati Rete Europea contro le Frodi e la Corruzione nel Settore Sanitario.

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Di pochi mesi fa è la denuncia di Gino Strada:

“Alla maggior parte dei cittadini è totalmente sconosciuto il fatto che la sanità è diventato un settore del mercato, dunque un business, come quello degli elettrodomestici, o delle automobili.
Senza arrivare ai casi limite degli interventi chirurgici inutili, sui quali indaga la magistratura, l’aver introdotto il concetto di profitto nell’esercizio dell’assistenza medica, ha prodotto una rottura culturale, con conseguenze devastanti per la salute della gente.
Si potrebbero ripercorrere le tappe di questo processo degenerativo che ha visto la complicità di tutte le forze politiche del Paese. Tutte, senza eccezione.
E comunque a dimostrare con i numeri questo dramma nazionale è il Censis, non io, dal quale apprendiamo che il 15% della popolazione italiana non si cura adeguatamente, cioè circa 9 milioni di persone. Ecco, l’aver creduto che il profitto potesse entrare in questo ambito e che gli ospedali si potessero trasformare in aziende, ha prodotto questi guasti.
(…) D’altra parte, se la spesa sanitaria globale in Italia è di circa 110 miliardi e di tutti quei soldi circa 30 miliardi finiscono nelle tasche di qualcuno, qualcosa vorrà pur dire.
Che poi questo “Qualcuno” sia il proprietario di una clinica, oppure quel denaro vada a finire nel fitto labirinto del parassitismo burocratico della sanità pubblica, dove i dirigenti sono tutti, ma proprio tutti, di nomina politica, questo non cambia il quadro della situazione. Insomma non ha più senso parlare di sanità pubblica o privata. Sono tutti uguali”.

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La denuncia gridata da persone come don Ciotti e Gino Strada potrebbe portare a un capovolgimento del sistema di corruzione… POTREBBE…
Non basta tuttavia firmare petizioni e gridare allo scandalo, son cose quelle di cui tutti siamo capaci.
Non bastano le parole…
Ciotti e Strada ci mettono la faccia!
Quanti di noi, operatori del sistema sanitario, sono disposti a fare altrettanto!?

Quanti invece, timorosi dell’art. 2105 C.C., che ogni datore di lavoro può arrivare a usare come arma per ottenere il silenzio che sconfina spesso in complicità o ignavia, – complice un apparato legislativo corrotto, – scelgono di tacere od omettere la denuncia di atti scorretti?!

Nessuno di noi è tanto in gamba quanto noi tutti messi insieme.
Roy Kroc

Solo se ognuno di noi fa la sua parte, la corruzione potrà essere sconfitta.

A ognuno spetta un profondo esame di coscienza.

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Secondo il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, “Quella delle Ecomafie è l’unica economia che continua a proliferare anche in un contesto di crisi generale.
Che continua a costruire case abusive quasi allo stesso ritmo di sempre, mentre il mercato immobiliare legale tracolla. Con imprese illegali che vedono crescere fatturati ed export, quando quelle che rispettano le leggi sono costrette a chiudere i battenti.
Un’economia che si regge sull’intreccio tra imprenditori senza scrupoli, politici conniventi, funzionari pubblici infedeli, professionisti senza etica e veri boss, e che opera attraverso il dumping ambientale, la falsificazione di fatture e bilanci, l’evasione fiscale e il riciclaggio, la corruzione, il voto di scambio e la spartizione degli appalti.
Semplicemente perché conviene e, tutto sommato, si corrono pochi rischi.
Le pene per i reati ambientali, infatti, continuano a essere quasi esclusivamente di tipo contravvenzionale e l’abbattimento degli edifici continua a essere una eventualità remota. Anzi, agli ultimi 18 tentativi di riaprire i termini del condono edilizio si è anche aggiunta la sciagurata idea di sottrarre alle procure il potere di demolire le costruzioni abusive”.

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Ecomafia 2013, il rapporto annuale di Legambiente riporta i numeri dell’illegalità ambientale in Italia.
Di seguito alcuni dati…

L’incidenza dell’edilizia illegale
nel mercato delle costruzioni è passata dal 9% del 2006 al 16,9% stimato per il 2013.
Le nuove costruzioni legali sono passate da 305.000 a 122.000.
Le costruzioni abusive hanno subito una leggera flessione, passando dalle 30.000 del 2006 alle 26.000 nel 2013.
A ciò si aggiunge il fatto che il rischio della demolizione è un’eventualità purtroppo remota: tra il 2000 e il 2011 è stato eseguito solo il 10,6% delle 46.760 ordinanze di demolizione emesse dai tribunali.

Dal 2003 al 2012 le nuove case illegali sono state 283.000.

L’Ufficio centrale antifrode dell’Agenzia delle dogane segnala che i quantitativi di materiali sequestrati nei nostri porti nel corso del 2012 sono raddoppiati rispetto al 2011, passando da 7.000 a circa 14.000 tonnellate grazie soprattutto ai cosiddetti cascami.
Questi materiali dovrebbero essere destinati ad alimentare l’economia legale del riciclo.
Invece finiscono in Corea del Sud (è il caso dei cascami di gomma), Cina e Hong Kong (cascami e avanzi di materie plastiche, destinati al riciclo o alla combustione), Indonesia e di nuovo Cina per carta e cartone, Turchia e India, per quelli di metalli, in particolare ferro e acciaio.

Questi flussi garantiscono enormi guadagni ai trafficanti (coi proventi della vendita all’estero e il mancato costo dei trattamenti necessari per renderli effettivamente riciclabili) e un doppio danno per l’economia legale, perché si pagano contributi ecologici per attività di trattamento e di riciclo che non vengono effettuate e vengono penalizzate le imprese che operano nella legalità, costrette a chiudere per la mancanza di materiali

In costante e inarrestabile crescita compare inoltre la corruzione.
Secondo la Relazione al Parlamento della Dia relativa al primo semestre 2012, le persone denunciate e arrestate in Italia per i reati di corruzione sono più che raddoppiate rispetto al semestre precedente, passando da 323 a 704.
Dal primo gennaio 2010 al 10 maggio 2013, sono state ben 135 le inchieste relative alla corruzione ambientale, in cui le tangenti, incassate da amministratori, esponenti politici e funzionari pubblici, sono servite a “fluidificare” appalti e concessioni edilizie, varianti urbanistiche e discariche di rifiuti.

Dunque si potrebbe dare ragione a chi disse in tempi non molto lontani “La politica è stata definita la seconda più antica professione del mondo. Certe volte trovo che assomiglia molto alla prima” (Ronald Reagan, su Chigago Tribune, 1975)…

E aveva ragione Paolo Borsellino, quando affermava che “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”.

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Noi pensiamo che la corruzione e l’abuso siano lontani da noi e tendiamo, pure essendone testimoni, a tacere, per non avere grane, perché è meglio farci solo i fatti nostri e gli altri si arrangino…
Fingiamo di non sapere che questi atteggiamenti ci rendono complici del male e dell’arroganza dei potenti di turno.

È vero che in Italia non si arriva ad avere giustizia. Lo dimostrano i dati. Ma se ognuno guardasse solo poco più in là rispetto alla punta del proprio naso e trovasse anche solo un po’ di coraggio, forse qualcosa si potrebbe fare per togliere la sporcizia che l’ipocrisia e la politica sporca nascondono.

L’apparato pubblico italiano trasuda negligenza, boria, ignoranza e spesso mala fede perché divorato dal cancro che la nostra indifferenza di cittadini alimenta.

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Gabriella Moscatelli, presidente di Telefono Rosa: «Solo quest’anno ci risultano già un’ottantina di casi».

Laura Boldrini la definisce “strage”.

È di questi giorni il decreto legge:
Scatta l’arresto obbligatorio in flagranza per maltrattamenti contro familiari. Pene più pesanti se i maltrattamenti in famiglia vengono perpetrati in presenza di minore di 18 anni e se la violenza sessuale è consumata ai danni di donne in stato di gravidanza. Nel mirino anche il delitto di stalking: è ampliato il raggio d’azione delle situazioni aggravanti, che vengono estese anche ai fatti commessi dal coniuge pure in costanza del vincolo matrimoniale (nonché a quelli perpetrati da chiunque con strumenti informatici o telematici). Ed è prevista – analogamente a quanto già accade per i delitti di violenza sessuale – l’irrevocabilità della querela per il delitto di atti persecutori, che viene, inoltre, incluso tra quelli ad arresto obbligatorio. I reati di maltrattamenti ai danni di familiari o conviventi e di stalking sono inseriti tra i delitti per i quali la vittima è ammessa al gratuito patrocinio anche in deroga ai limiti di reddito”.¹

Ma bastano pene più severe a eliminare o ridurre tanta violenza?

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Da molti quelli come me vengono definiti “profeti di sventura”: io sinceramente ho perso nel tempo molta della fiducia riposta nel genere umano e soprattutto ritengo i nostri modelli di vita anacronistici.
Trattiamo il Mondo come fosse cosa nostra, ci comportiamo come se tutto fosse lecito e a noi dovuto, sprechiamo anche ciò che è più prezioso, stiamo diventando piccole isole che comunicano quasi ormai solo via internet…
E il ritmo del nostro vivere è insostenibile, disumano.

“Abbiamo” troppo e nemmeno siamo capaci di accorgerci di vivere e di “essere”.

La non – violenza e il rispetto dell’altra/o da noi non li portiamo nel Dna.
Ognuno di noi dovrebbe essere educato e cresciuto sin da bambina/o.
Una madre lo dovrebbe, come donna, tramandare al figlio.
Il padre, come uomo, dovrebbe vivere e insegnare al figlio il rispetto di ogni donna.
Ognuna di noi ancora porta impresso come un marchio il retaggio di secoli di diseducazione al rispetto del sesso femminile: siamo rimaste tentatrici, immonde, streghe, puttane.
E tali rimarremo ancora per troppo tempo e troppe donne continueranno a essere sacrificate finché qualcuno insisterà nel definire il femminicidio un “falso allarme”… come se solo il “numero” contasse e non il “retaggio”… o ci definirà “provocatrici” e “colpevoli” della violenza che ci viene fatta per il fatto di non aderire a stereotipi…

¹ Il Sole 24 Ore‎

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Enzo Claudio Marcello Tortora (1928 – 1988)
è stato un conduttore televisivo, considerato uno dei padri fondatori della radio e della televisione italiana.
Enzo Tortora fu accusato di associazione camorristica e traffico di droga, sulla base unicamente di asserzioni provenienti da un inquisito per mafia.
Così iniziò il lungo calvario di Enzo Tortora, “il più grave caso di macelleria giudiziaria¹”.

La sua innocenza fu dimostrata e riconosciuta dalla stessa magistratura che lo aveva coinvolto, e che lo ha definitivamente assolto dopo un triste calvario.
La vicenda di Tortora portò a un referendum popolare volto a introdurre la responsabilità civile dei magistrati: il risultato referendario diede esito positivo con larghissima maggioranza, ma fu successivamente abrogato dalla legge varata dal ministro e ex-magistrato Giuliano Vassalli, che reintrodusse l’immunità e ripristinò il codice a come era prima del referendum.

Durante una delle udienze, Tortora così si rivolse ai magistrati:
«Io grido: “Sono innocente”. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi

Quando, finalmente assolto e libero, riprese il proprio lavoro, si espresse con queste parole:
«Dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo “grazie” a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo. L’ho detto, e un’altra cosa aggiungo: io sono qui, e lo so anche, per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi. Sarò qui, resterò qui, anche per loro.
Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta
».

Qualche giorno fa è uscito un articolo di Maria Paola De Stefano:
Urge una giustizia equa, vera, giusta. Una giustizia dalla quale i cittadini non si debbano difendere ma si sentano tutelati. Del resto chi è chiamato ad amministrarla lo fa per loro conto.
Una giustizia che sappia riconoscere i propri errori e ne attribuisca le colpe e le responsabilità. Una giustizia così sarebbe più credibile, più autorevole, sarebbe Giustizia
”.

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La penso come la giornalista e come molti altri: quella che si svolge e ottiene nel nostro Paese non ha nulla a che vedere con la giustizia, nel senso nobile e valoroso del termine.
E penso che i magistrati, come ogni altro lavoratore, dovrebbero rispondere dei propri errori.
A chi mi ribatte difendendo la libertà che essi devono conservare, non ho nulla da dire.
Auguro loro con tutto il cuore di trovarsi tra le mani di un giudice qualsiasi tra quelli che lavorano per lavorare, senza nemmeno dare un occhio ai documenti che dovrebbero sviscerare e valutare con cura, tra quelli che vanno a simpatie o antipatie che dir si voglia, tra quelli che – ne esistono – si possono corrompere o, in qualche modo, guidare.
I giudici sono uomini, uomini come tutti noi, capaci di commettere errori.
Di questi errori, se fossimo in un Paese democratico, avrebbero il dovere di rispondere.
Se fossimo in una società “umana”, dovrebbero addirittura sentire l’esigenza morale di rispondere.
Ma siamo qui, in questo girone infernale, dove il Potere vige e il cittadino subisce, senza speranza ormai.
Io ho lottato e lotto, nel mio piccolo, per cercare giustizia, non perché ancora creda in quella umana, ma per esigenza morale appunto e per principi che non riguardano solo i miei casi.
Sino a ora ho incontrato solo faciloneria, incompetenza, arroganza, superbia…
Ma una fede mi sorregge e, prego Dio, non mi abbandoni: ho fede nella Provvidenza – Manzoni docet -, e voglio credere – come Pirandello – in una “compensazione” che prima o poi farà un poco di pulizia.
Spero di poter un giorno, come Renzo, gridare:
« Ecco il pane della provvidenza!»

¹Dal libro di Daniele Biacchessi “Enzo Tortora, dalla luce del successo al buio del labirinto”, Aliberti Editore.

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Presso il Ministero del lavoro – Direzione Generale Rapporti di Lavoro – è istituita la Commissione per l’iscrizione nell’elenco nominativo dei medici autorizzati.
La Commissione è composta da laureati, esperti in materia di sorveglianza medica della protezione dalle radiazioni ionizzanti, di cui:
• due designati dal Ministero del lavoro e della previdenza sociale tra i propri funzionari tecnici;
• uno designato dal Ministero della sanità tra i propri funzionari tecnici;
• uno designato dall’Istituto superiore di sanità;
• uno designato dall’Istituto superiore per la sicurezza sul lavoro;
• uno designato dal Ministero dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica tra i professori universitari di ruolo;
• due designati dall’Agenzia nazionale per la proiezione dell’ambiente, di cui uno laureato in materie scientifiche esperto in sorveglianza fisica della radioprotezione.
In corrispondenza di ogni membro effettivo è nominato un supplente.

Queste le poche informazioni sulla Commissione in questione.
Da tempo chiedo inutilmente i nominativi dei componenti.
Ebbene, a detta della dott.ssa Carla Antonucci, con cui mi trovo a confrontarmi, non ho diritto all’informazione: in parole povere, io cittadina non posso conoscere i nomi dei componenti di detta Commissione pubblica, perché la dottoressa considera le informazioni richieste “eccedenti rispetto all’interesse che si presume collegato a quanto richiesto”.
È questo forse un esempio della trasparenza della P.A.?

Sarei grata a chiunque decidesse gentilmente di rispondere alla mia richiesta.

Cordiali saluti
Rosa Noci

Di seguito gli indirizzi mail di alcuni dei personaggi contattati:
segreteriaministrogiovannini@lavoro.gov.it
Prof. Enrico Giovannini

segreteriaviceministroguerra@lavoro.gov.it
Prof.ssa Maria Cecilia Guerra

segrsottosegretariosantelli@lavoro.gov.it
Avv. Jole Santelli

segrgabinetto@lavoro.gov.it
Prof. Francesco Tomasone

segreteriatecnica@lavoro.gov.it
Prof.ssa Laura Piatti

ufficiolegis@lavoro.gov.it
Cons. Claudio Contessa

ufficiolegis@lavoro.gov.it
Dott. Romolo de Camillis

Dott. Paolo Pennesi
ppennesi@lavoro.gov.it

scarra@lavoro.gov.it
Dott.ssa Silvia Scarra

SegreteriaComitatoNazionaleParita@lavoro.gov.it

Dott.ssa Rosanna Margiotta
rmargiotta@lavoro.gov.it

lfantini@lavoro.gov.it
Dott. Lorenzo Fantini

Dott.ssa Paola Urso
purso@lavoro.gov.it

Dott.ssa Valeria Bellomia
vbellomia@lavoro.gov.it

Dott.ssa Carla Antonucci
cantonucci@lavoro.gov.it

Dott. Giuseppe Sapio
gsapio@lavoro.gov.it

Div2TutelaLavoro@lavoro.gov.it

Div3TutelaLavoro@lavoro.gov.it

Div4TutelaLavoro@lavoro.gov.it

Div5TutelaLavoro@lavoro.gov.it

Div6TutelaLavoro@lavoro.gov.it

Div7TutelaLavoro@lavoro.gov.it

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