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Archive for the ‘MOBBING’ Category

“Lavoravo in una casa di riposo al reparto “protetto” che ospitava anziani affetti da morbo di Alzheimer.
Tutto cominciò a pochi mesi dalla mia assunzione, quando venne sostituito il direttore sanitario.
Ancora oggi non credo ci sia stata una vera e propria causa scatenante: penso che nei miei mobbers sia nata la consapevolezza di non potermi condizionare, di non potermi far dire o fare ciò che volevano.
Il rendersi conto che il lavoratore sa svolgere il proprio lavoro con professionalità crea in qualche modo delle frustrazioni e destabilizza l’intero sistema.
La prima cosa che oggi rielaboro con grande amarezza è il controllo, all’inizio del turno e durante le attività; il porre ostacoli all’esecuzione dei progetti educativi, peraltro tutti approvati dai direttori sanitari; il divieto di fare fotocopie per i miei utenti, di entrare in casa di riposo durante il periodo di ferie impostomi d’ufficio.
Dicevano al personale di non parlarmi perché ero inaffidabile, e poi l’aggressione, le telefonate anonime e ingiuriose, i richiami scritti…
Io andavo d’accordo con i miei colleghi e c’era collaborazione fra noi, ma la paura credo abbia prevalso, la paura di essere diversi, di poter cambiare davvero questo sistema. Chiedendo scusa, accettavano a capo chino le imposizioni provenienti dai superiori. All’inizio non mi rendevo conto di quello che mi stava succedendo: andavo al lavoro e mi sentivo diversa, piangevo anche in reparto, a casa, di notte, non dormivo più, una volta a letto i miei occhi si spalancavano e vedevano l’arrivo del mattino seguente.
Inappetenza, perdita di peso, tachicardie improvvise, senso di paura e di inadeguatezza; continuavo a chiedermi se e dove stavo sbagliando, ma mi sembrava che non ci fosse soluzione.
Per me esisteva solo IL problema, ero IO il problema o, meglio, questo mi avevano indotto a pensare.
Continuavo a parlarne in casa con gli amici più vicini, il resto passava in secondo piano. Poi, un giorno, mi fu comunicato che il contratto alla sua scadenza non mi sarebbe stato rinnovato “perché il mio lavoro non andava già bene da diverso tempo”.
Questa plateale rivelazione mi scosse: non poteva essere così perché i risultati con gli ospiti si vedevano, io li vedevo e anche gli altri.
I miei pazienti, se pur prigionieri dell’oblio causato dalla loro malattia, mi aspettavano e stavano bene con me; apparecchiavano la tavola, cantavano, leggevano, ballavano, dipingevano, hanno arredato da soli l’intero reparto.
Quando scoprii che il mio contratto era illegittimo e in quel momento avrei potuto mostrare che loro non erano così forti, quando fu rintracciata la persona che effettuava le chiamate anonime, quando la psicoterapeuta mi disse che non dovevo dimostrare a nessuno di saper fare il mio lavoro, ma che solo i risultati che avrei ottenuto dall’impiego delle mie conoscenze e capacità avrebbero potuto fornirmi la prova che serve a ogni lavoratore per crescere professionalmente e a livello umano, decisi di ribellarmi.
Ovviamente non è possibile dimenticare. Qualunque cosa legata a quei momenti, a quel contesto, ne fa riaffiorare il ricordo”.

Da “Noi che abbiamo vissuto il mobbing”
di Sara Ficocelli
d.repubblica.it
30 aprile 2013

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“penso che nei miei mobbers sia nata la consapevolezza di non potermi condizionare, di non potermi far dire o fare ciò che volevano.
Il rendersi conto che il lavoratore sa svolgere il proprio lavoro con professionalità crea in qualche modo delle frustrazioni e destabilizza l’intero sistema”…

Nulla pare cambiato dall’inizio dell’Era industriale, quando nacquero teorie che declamavano la necessità di un operaio senza cervello, senza ideali, anche poco abile, come migliore alternativa rispetto al lavoratore “pensante”…

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“Lavoravo nel settore del turismo. L’azienda iniziò a farmi mobbing dopo alcuni mesi dalla mia comunicazione di una seconda gravidanza, con una scusa banale: una contestazione di uso improprio del computer aziendale, cosa dimostrata non vera.
Dopo il parto, quando sarei dovuta rientrare, mi obbligarono a prendere tutte le ferie a disposizione, anche se non era assolutamente obbligatorio e avrei potuto usufruirne all’occorrenza, visto che avevo un bimbo di pochi mesi.
Al rientro, stabilito da loro, mi allontanarono dagli uffici, posizionando la mia scrivania nel retro di un archivio, togliendomi ogni ruolo e ogni mansione.
Sulla carta avevano “creato” un ruolo ad hoc per me, ma nel concreto quel lavoro non esisteva.
Lì sono stata per due anni, senza fare quasi nulla.
Non avevo nel luogo di ultima destinazione rapporti con molti colleghi, se non un paio. Quelli che incontravo nei paraggi dell’ufficio mi ignoravano.
Fin da subito mi venne una forte depressione che mi costrinse a psicofarmaci e a visite periodiche con psichiatri specializzati.
Feci anche un percorso di 6 mesi con il centro antimobbing della mia città.
Le giornate erano lunghe, interminabili. Per quanto volessi impegnare la mente, dedicarmi ai miei bambini, lo sconforto, l’ansia e la solitudine la facevano da padrone.
Tutta la mia vita sociale era cambiata.
A casa il mio nervosismo lo percepivano e ne risentivano specialmente i miei figli.
Evitavo di uscire con amici perché puntualmente si finiva a parlare di lavoro e la cosa non mi faceva stare bene.
Sentirsi poi dire frasi del tipo “che t’importa, quello che conta è che ti paghino”, mi feriva più di ogni altra cosa, perché era la dimostrazione che nulla e nessuno avrebbe mai compreso il mio stato d’animo.
Decisi subito di ribellarmi. Provai per circa 9 mesi a trovare un accordo con la mia azienda, a ricevere motivazioni, ma quando capii la loro totale chiusura, gli feci causa e ad oggi è ancora in corso.
Nonostante tutto, non ho mai sentito di potercela fare. Mi hanno mandata via, la causa di mobbing è ancora in alto mare e sto per iniziare quella per il licenziamento.
Credo che un’esperienza del genere sia, e resti, una violenza psicologica molto forte.
La cicatrice c’è e resterà per sempre.
A seguito di questa esperienza ho anche creato un forum, Mobbingdonna (www.mobbingdonna.it), che ho deciso di aprire gratuitamente l’8 marzo del 2012.
L’ho fatto perché nelle lunghe giornate di inattività lavorative avrei voluto tanto qualcuno con cui parlare, ma un qualcuno che mi capisse e, purtroppo, solo chi ha vissuto o sta vivendo la tua stessa tragica esperienza può farlo.
Mi ha aiutato a non sentirmi più sola. Tante sono state le persone, donne e uomini, che mi hanno scritto, che mi hanno chiesto consigli, moltissimi però in privato, forse per paura. Spero che anche qualcuno di loro in qualche modo si sia sentito meno solo”.

Da “Noi che abbiamo vissuto il mobbing”
di Sara Ficocelli
d.repubblica.it
30 aprile 2013

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“che t’importa, quello che conta è che ti paghino”…

È una delle peggiori frasi che una persona mobbizzata possa sentirsi dire!
Eppure, troppi non comprendono il dolore che sta dietro una persona che subisce ogni giorno ingiustizia sul posto di lavoro…
Quel lavoro che non è altro che un suo diritto, quel lavoro su cui – Costituzione docet -, si basa la nostra repubblica…

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“Lavoravo in un prestigioso albergo a Roma, come cameriera per una ditta appaltatrice.
La mia esperienza di mobbing è cominciata una volta tornata a lavoro dopo due mesi di assenza per un’operazione chirurgica.
Il mio capo, una donna, insieme a una sua amica, mi cambiarono subito di posto, spostandomi ai piani più pesanti pur sapendo che tipo di operazione avevo subito.
Chiesi di tornare alla mia posizione ma la risposta fu NO.
Chiesi anche di modificare il contratto di lavoro che, durante la mia assenza era stato cambiato senza il mio consenso riducendo le ore di riposo, ma ricevetti un altro rifiuto. Avevo l’abitudine di prendere le difese delle colleghe in difficoltà, e questo non piaceva.
Mi dissero che avrei dovuto interrompere l’amicizia con una delle mie amiche/colleghe che non piaceva alla mia capa, ma io rifiutai.
“Lei non è in grado di fare il suo lavoro”, mi dissero, “io al posto suo mi licenzierei”. Mi accusavano di lavorare male, di essere lenta, e quando cercavo di difendermi di davano della maleducata.
Un giorno mi sentii male: mi risero dietro dicendo che stavo fingendo. Schiacciata dalla vergogna, dopo tre mesi mi rivolsi al medico cominciando un percorso di recupero con psicologi e psichiatri e chiedendo per questo alcuni giorni di malattia.
Per tutta risposta cominciarono a darmi lo stipendio con due settimane di ritardo.
Quando cominciai a sentirmi un po’ meglio, criticai l’eccessivo carico di lavoro e l’inosservanza della legge 81/2008, oltre che il comportamento delle mie superiori.
Diventai scomoda e con un pretesto mi licenziarono in tronco.
Alcune colleghe mi sono state vicino, altre si sono dileguate, temendo che se mi avessero frequentato sarebbero state trattate come me.
Tutte abbiamo subito soprusi di vario genere.
Alcune di loro prendendo coraggio hanno sporto querela ai carabinieri e si sono rivolte a un avvocato.
Anche io, dopo due denunce e una diffida, mi sono rivolta a un avvocato e ho intrapreso una causa civile e penale, tutt’ora in corso.
All’inizio non capivo cosa mi stava succedendo, piangevo in continuazione, ero mortificata, mi vergognavo, davo la colpa a me stessa.
Pensavo di essere diventata debole, mi scusavo per tutto. Mi sentivo così come mi descrivevano: una lavoratrice incompetente e una persona inutile.
Smisi di seguire mio figlio 12enne nei compiti, smisi di andare a parlare coi suoi professori, smisi di dedicarmi alla casa e alla famiglia, di leggere libri. Il mio unico passatempo era diventato fare solitari. Non riuscivo neppure più a dormire.
Poi, un giorno, dal medico per un mal di schiena, mi misi a piangere. E capii che era venuto il momento di reagire.
Ora sono disoccupata da dicembre, in attesa di tornare al mio lavoro in albergo, non importa presso quale ditta”.

Da “Noi che abbiamo vissuto il mobbing” di Sara Ficocelli
d.repubblica.it
30 aprile 2013

fobia

“La mia esperienza di mobbing è cominciata una volta tornata a lavoro dopo due mesi di assenza per un’operazione chirurgica”…

È frequente che il/i i mobber inizino ad agire dopo assenze della vittima dovute a malattia. Altro fattore scatenaante è l’assenza per gravidanza.

“All’inizio non capivo cosa mi stava succedendo, piangevo in continuazione, ero mortificata, mi vergognavo, davo la colpa a me stessa”…

È una fase angosciosa che ogni persona mobbizzata è costretta a vivere.
E, cavolo, troppo spesso avviene sotto gli occhi di tutti…

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“Noi che abbiamo vissuto il mobbing” di Sara Ficocelli è un interessante articolo apparso il 30 aprile 2013 su d.repubblica.it

La premessa:

Il mobbing è un atto di violenza consapevole, una vessazione che scava nell’autostima e nella gioia di vivere come una goccia corrode la roccia, giorno dopo giorno. Trasformando il posto di lavoro in inferno e il lavoro in un incubo.
Le donne, per varie ragioni, in Italia e nel resto del mondo sono le più colpite.
Tracciare una mappa del fenomeno è difficile, perché estremamente sfaccettato, e la legislazione italiana, deficitaria dal punto di vista della tutela, non aiuta a inquadrarlo né a contenerlo”.

Ultimo monitoraggio dell’Ispesl, Istituto per la prevenzione e la sicurezza del lavoro nel nostro Paese: un milione e mezzo i lavoratori vittime di questa vessazione.

Il 70 per cento delle vittime lavora nella pubblica amministrazione, con una produttività che mediamente, in seguito ai primi episodi di violenza, cala del 70 per cento.
Tra le categorie più esposte gli impiegati (79 per cento) e, tra questi, i diplomati (52 per cento) e i laureati (24 per cento).

Fernando Cecchini, dello Sportello Disagio Lavorativo-Mobbing INAS CISL, fornisce altri dati:
“il 23,5 per cento dei lavoratori dichiara di aver subìto almeno una volta forme di sopruso o persecuzione da parte del datore di lavoro.

E, secondo l’ultimo rapporto Eurispes, i superiori restano i principali responsabili (87,6 per cento) ma spesso l’aguzzino è un collega (39,2 per cento). Si tratta del cosiddetto “mobbing orizzontale o trasversale” che, attraverso atti o pratiche dei pari grado, tende a isolare il lavoratore”.

Secondo Gianni Favro, presidente del Movimento Nazionale contro il Mobbing ai Lavoratori Onlus (movimentocontromobbing.blogspot.it),
“Solo nella scuola si contano 75mila docenti mobbizzati a causa dell’autonomia scolastica avvenuta dal 1999/2000 e a causa dello strapotere dei dirigenti. La cronaca ormai è piena di casi di suicidi. E’ un fenomeno in crescita difficile da valutare perché l’austerità crea situazioni di disagio all’interno delle aziende, le quali devono risparmiare e trovano nella tattica del mobbing il sistema per licenziare/espellere i lavoratori con una selezione discriminante.
I soggetti vengono presi di mira con tecniche appropriate al fine di indurli a licenziarsi da soli, perché esasperati da un clima di disagio creato ad hoc.
Il fenomeno è duro da valutare perché difficile da denunciare o far emergere: oggi avere un posto di lavoro è una vera fortuna e, anziché far venir fuori la situazione, il lavoratore o la lavoratrice preferisce sopportare”.

Ancora Fernando Cecchini spiega
“Il lavoro non solo soddisfa i bisogni economici ma dà uno status socialmente riconosciuto ed apprezzato e consente all’individuo di esprimersi in ciò che sa fare.
Nelle situazioni di mobbing l’impiego professionale diventa invece fonte di grandi sofferenze che portano, in genere, a trasformazioni durature del sé.
Il mobbizzato è costretto a subire continue ferite, è esposto in azienda a fenomeni di prepotenza o discriminazione, può essere oggetto di ricatti in funzione di molestie sessuali, può subire atteggiamenti persecutori e impedimenti alla carriera a causa della maternità, è dequalificato, deve cambiare radicalmente lavoro con perdita di professionalità e di esperienza, a volte è lasciato inattivo, inoperoso, senza far nulla, altre volte viene isolato dai colleghi; in alcuni casi gli viene chiesto di andare in pensione anticipatamente, in altri può avere grosse difficoltà finanziarie per spese mediche e legali o è costretto a chiedere aiuto economico al partner sentendosi un peso”.
La salute, da tutto questo, esce gravemente danneggiata e la vittima di mobbing può accusare serie patologie e, pur curandosi, non riuscire a uscirne fuori. Dopo un duro e costoso percorso legale, molti scoprono che la legge non è uguale per tutti e questo contribuisce a maturare un profondo senso di fallimento, accompagnato da un intenso sentimento di vergogna, spesso negato.

COME REAGIRE
Chi pensa di essere vittima di mobbing deve assolutamente rivolgersi a uno sportello ad hoc.
Nei centri di ascolto e presso le sedi delle varie associazioni, la vittima viene innanzitutto ascoltata, poi sottoposta a incontri telefonici o in video conferenza per farle capire che non è più sola. A tutti vengono date indicazioni per ricomporre e ordinare le prove e un’agenda dei fatti per raccogliere testimonianze che saranno poi poste al giudizio di un giudice qualora si voglia proporre ricorso o in caso di conciliazione.
“Importantissima” spiega ancora Favro, “è la valutazione e la documentazione medica a favore del lavoratore, per comprovare l’eventuale danno biologico e il risarcimento.
Il danno biologico (malattie e disabilità psicologiche) è causa di risarcimento.
È difficoltoso anche dimostrare queste malattie poiché non sono sanguinanti quindi poco visibili”.
Una volta pronta la documentazione, il lavoratore può rivolgersi agli avvocati convenzionati o a legali sia per un tentativo di conciliazione che per il ricorso al giudice del lavoro. a darsi delle colpe e a isolarsi. Le relazioni amicali e la vita di società ne risentono.

NON ASPETTARE CHE SIA TROPPO TARDI
“Purtroppo” continua Favro, “quando un lavoratore si accorge di essere mobbizzato è troppo tardi, ha già patito e sopportato delle situazioni vessatorie e il mobber ha già attuato la sua strategia in forma avanzata.
Quindi, quando la vittima chiede aiuto, troppe volte è difficile conciliare e/o risolvere la situazione. Altra cosa sarebbe se alle prime avvisaglie egli trovasse chi lo aiuta disinteressatamente o se venissero attuate tutte le norme di tutela previste, come l’intervento del medico d’azienda o del consigliere di fiducia.
Naturalmente il mobber ha tutto l’interesse a negare al lavoratore queste forme di protezione e gioca sulla sua inesperienza e disinformazione”.

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Il Tirreno del 20 settembre 2012

Il diverso nell’Italia dei piagnoni
La storia “controcorrente” di Francesco Panchetti, l’operaio licenziato dopo il cancro che difende l’azienda, ci dà la speranza di diventare un paese migliore
di Alessandro Barabino

Nell’Italia dei ciechi al volante e degli storpi al calcetto, un barlume di speranza di poter diventare un Paese migliore viene dalla storia di Francesco Panchetti, la faccia paffuta del bravo ragazzo. Cinque anni di lavoro in conceria, tra gli acidi e le schifezze chimiche, la scoperta di un tumore a un rene. Lo sgomento, l’operazione e la trepidazione prima della guarigione. Lui vuol tornare al suo lavoro ma il medico lo ferma: è rischioso tornare tra i veleni, hai diritto a un’altra mansione. Ma la conceria gli sbatte in faccia la non idoneità: se non puoi lavorare alla concia ti licenziamo. Qui tutti noi, diciamocelo, avremmo scatenato ricorsi al giudice del lavoro, appelli ai giornali, mobilitazioni sindacali. Francesco Panchetti no: non dà colpe («l’azienda è piccola, li capisco, e poi mi hanno pagato i premi e le ferie») ed essere guarito è già il massimo che chiede alla vita. Anzi accusa se stesso: «Il tumore? Beh, in effetti fumavo troppo…».
Ora cerca lavoro: lo merita, di certo non è un piantagrane.

Leggo per caso questo articolo e, giuro, rimango senza parole di fronte alla superficialità dei giudizi espressi.
Lodevoli la serenità di Francesco e la sua comprensione per la piccola azienda per cui lavorava, ma attenzione al tranello dei termini usati da Barbino che evidentemente ha preconcetti o quanto meno poca conoscenza del cancro e di diritto del lavoro e ancor meno fiducia nella buona volontà dei lavoratori italiani in generale.

E ora alcune precisazioni:

1) attenzione a dare del piagnone a un malato di cancro senza sapere cosa l’incontro con il cancro comporti

2) il paziente oncologico che difende il proprio posto di lavoro non è un piantagrane… come non lo è la donna che, dopo una gravidanza, vorrebbe tornare a lavorare

3) troppo spesso la malattia diventa una scusa-giustificazione per il licenziamento

4) “migliore” è il paese che GARANTISCE il lavoro a chi, dopo la malattia, dopo la gravidanza, dopo qualsiasi tipo di difficoltà, cerca di riprendere in mano la propria vita

Ammiro Francesco per il coraggio e la forza d’animo e gli auguro di trovare al più presto un nuovo posto di lavoro.

Consiglio all’autore dell’articolo di essere più cauto in futuro.
Potrebbe capitare anche a lui di “incontrare” il cancro e di incappare nei problemi che l’essere malato può creare in ogni campo.
Piagnoni e piantagrane non sono aggettivi da abbinare ai malati oncologici… nemmeno per fare colpo con un articolo sul giornale.

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Dedico a tutti i pezzi di mobber questa lirica di Paolo Rossi.
In essa sta tutta la poesia che può ispirare l’uomo e la donna davanti a un c… e arrogante che ha preso te e la tua vita come suoi zerbini.
A te, pezzo di mobber… forever…
Ovunque tu sia che Dio non ti benedica

Come diceva Zaratustra, nella vita, che tu cammini e ti muovi, o ti siedi e lo aspetti, prima o poi uno stronzo lo incontri. Il mio si chiama Furio Scartezzini, mi perseguita da una vita. È una spia naturale… è uno che appena gli dici: «Sarti, Burgnich, Facchetti», lui: «Bedin, Guarnieri, Picchi :son stati loro!» La moralità è strana, perché… ho conosciuto tanta gente che si è rovinata… quanti ne ha rovinati Scartezzini, quanti… eppure vedete, la moralità è un fatto strano.
C’è una storiella molto chiara: ci sono due carcerati, e uno dice all’altro: «Oddio, come sei finito qua dentro?»
«Ah, niente, ho ucciso una vecchietta per sedicimila lire…»
«Come mai?»
«Sai, dovevo comprare l’eroina, e…»
«Come hai iniziato?»
«Ma, niente, ho iniziato con una canna, poi sono passato alla marijuana, poi alla coca, poi sono arrivato all’eroina… è stato così… e tu, come sei finito qui dentro?» «Ah, niente,ho ucciso tre persone in una bisca. ..»
«E come hai iniziato?»
«Giocando a tombola in parrocchia…»
Ma Scartezzini li aveva denunciati tutti e due. È un mondo strano, quello delle denunce, perché poi… non si sa come va a finire… a volte poi senti il telegiornale e senti delle interviste: «Commissario, come stanno andando le indagini sul traffico di cocaina?»
«Ah bene, bene, bene…stiamo seguendo una pista!»
«E com’è?»
«Be’, insomma, adesso vedremo…»
Ma Scartezzini satutto, nomi, cognomi, indirizzi… dicevo che quando andavo a confessarmi all’oratorio, lui si confessava anche per me. Diceva: «L’ho fatto io, ma anche lui c’ha dato dentro!»
Per cui adesso io leggerò una lirica di insulti in favore di Furio Scartezzini. Siccome lo so che ognuno di voi ha incontrato nella sua vita un Furio Scartezzini, questo è il mio momento di visualizzarlo.
La lirica si chiama: Furio, quanto sei infame!

Furio Scartezzini, che la sfiga cominci a pedinarti a tal punto che se fanno un campionato mondiale della sfiga, tu arrivi secondo.
Furio Scartezzini, che ogni volta che sali in macchina per andare in autostrada la radio si metta a trasmettere la canzone di Guccini Lunga e diritta correva la strada.
Che tutte le volte che incontri delle suore per strada, siano loro a toccarsi.
Che tutte le volte che vai allo stadio la domenica, ti siedi vicino a un teppista e mentre le telecamere lo inquadrano che lancia un sasso, tu ti metta le dita nel naso. E tutta l’Italia alla sera ti veda alla Domenica sportiva
mentre ti stai scaccolando.
Che ti vengano in faccia dei foruncoli così sistematici che neanche Rambo…
che la mamma quando ti sveglia alla mattina per non spaventarti ti dica: «Ma che belle petunie che hai in faccia».
Che la cosa più bella che una donna ti dica nella tua vita sia: «È stato bellissimo… è stato bellissimo il preambolo, adesso comincia!»
Furio Scartezzini, che mentre tu sei bello e tranquillo al bar che leggi un articolo sul morbo del legionario e pensi: «A me che cazzo me ne frega, io vivo in Italia», in quella passa un marocchino che vende accendini e che inciampando finisca con un suo dito nella tua bocca e a te ti viene un dubbio.Che questo dubbio ti perseguiti.Che ti venga un genococco, ma non un genococco normale, no: un genococco triplo carpiato con frattura della tibia e sinusite all’incontrario e che starnutendo ti schizzi la schiena.
Che ti venga il mal dei polli che non so che cazzo sia ma dà l’idea.
Furio Scartezzini, che tu per rilassarti vada alla piscina Scarioni, ti tuffi, ti cucchi un eritema da cloro sulla schiena, trenta funghi sui piedi e un tartufo nel culo.
Che ti venga un attacco di dissenteria, tipo kamikaze negli intestini, che sei in piazza del Duomo che cerchi disperatamente un bar e mentre lo cerchi ti circonda una banda di Hare Krisna che cercano di liberarti l’anima e mentre ti liberano l’anima tu incominci a sudare come una mucca turca sigillata viva nel domopak, e quando alla fine trovi un bar e vai lì e dici: «Scusi per cortesia, una toilette», il barista ti fa: «Va via brut drugà».
E che quando trovi un water tutto per te i microbi,quelli della pubblicità, ti aspettino dentro con le cerbottane: «Butta giù l’acido, pirla!»
Che tu ti faccia un’amante svizzera con un preservativo polacco (gli unici benedetti dal papa)…come, quali? Quelli senza punta! Di qui sì… di qui no… ma cos’è, un girocollo? Che ci impieghi tanto tempo per infilartelo che la svizzera ti scacci perché ti è scaduto il permesso di soggiorno.
Che torni indietro e alla dogana ti fermi un cane della narcotici strabico che con la coda punta un turco, con gli occhi guarda te, e abbaia nel mezzo.
Che la finanza nel dubbio vi arresti tutti e due, che ti metta nella stessa cella del turco, che il turco ti chieda di diventare sua moglie, che tu per sfuggire al turco chieda di cambiare cella; che ti accontentino, Scartezzini, e che ti cambino cella, ma ti mettano in quella di Pasquale Barra.
Che tu ricordi a Pasquale Barra uno che l’aveva picchiato da piccolo; che tu per salvarti chieda a Pasquale Barra di diventare lui la tua fidanzata.
Che tu muoia e vada in paradiso e che in paradiso si presenti un terrorista dell’Ira. Che al terrorista dell’Ira san Pietro dica: «Ma guardi che lei non può entrare qui!» «Ma io non voglio entrare, siete voi che dovete uscire entro tre minuti. Buonanotte e che Dio vi benedica.»

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Sto lentamente e pesantemente recuperando la percezione del mondo.
Le reazioni alla cattiveria, al malanimo, alla crudeltà possono essere tante.
Io ho accettato e superato una diagnosi di cancro e il confronto con la morte: in quel caso la “colpa” era semplicemente del Caso, del Destino. Poteva capitare ad altri a me vicini.
La cattiveria gratuita di un uomo verso un altro essere umano, al contrario, almeno nel mio modo di pensare e di essere, è qualcosa di evitabile.
Le continue e ripetute aggressioni ingiuste subite, mi hanno allontanato dal mondo.
Mi sono rifugiata lontano dagli uomini e rinchiusa in me stessa.
E mi sono ritrovata in un mare di Dolore a tratti insopportabile.
Ho pensato che questa vita non valeva la pena di essere vissuta e di non essere fatta per viverla.
Mi sono sentita, oltre che incompresa, offesa dall’arroganza della superficialità incombente.
Non mi sento una vittima, ma lo sono, insieme a troppi altri.
La bontà e la mitezza non sono di questo pianeta ormai.
Anzi si allontanano sempre più, a mano a mano che il cosiddetto “progresso” avanza.
Un progresso basato sull’esteriorità, sull’apparenza, sulla confusione travestita da ordine e da regola, sul rumore e sulla sopraffazione, no, non è progresso, ma barbarie.

Per grazia di Dio, tuttavia, dal Dolore nascono miracoli e anche da questo mio periodo di feroce malattia, ho tratto insegnamento e consolazione.
Ho riscoperto l’affetto e la maturità delle mie figlie.
Elena e Sofia mi sorreggono, accompagnano, comprendono, “accudiscono”, consigliano e guardano con la sensibilità dei semplici.
Elena e Sofia stanno maturando anche attraverso la mia sofferenza.
Ho scoperto che, come madre assolutamente imperfetta, ma sempre disposta a mettersi in discussione, ad ascoltare, a seminare e ad attendere, sto raccogliendo dolcissimi frutti.

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CONSIGLI UTILI DI COMPORTAMENTO

dal sito http://www.gruppoetico.it

Nel mobbing è importante la tempestività.

Prima si affronta il problema e minori saranno le probabilità che produca dei danni gravi
.

È quindi necessario essere in grado di riconoscerlo:
da qui l’importanza dell’informazione per acquisire la conoscenza del fenomeno e quindi la consapevolezza di poter intervenire.

Una volta messa a fuoco la propria situazione è consigliabile
* affidarsi a degli specialisti, ognuno nel proprio ambito: medico, psicologico, legale
* nel frattempo, anziché aspettare passivamente l’evolversi degli eventi, si possono attivare le proprie energie personali attraverso alcuni comportamenti e accorgimenti che qui di seguito vi elenchiamo:

Cercate di sottrarvi quanto più possibile al coinvolgimento emotivo: prendendo le distanze dalla situazione non solo si allevia la sofferenza, ma si possono ponderare meglio le risposte. La reazione alle provocazioni che vi arrivano sarà meno istintiva e si ridurrà il rischio di commettere degli errori.

Conservate tutti i documenti che possono esservi utili e chiedete copia degli ordini di servizio e dei provvedimenti che vi riguardano direttamente: la prova scritta ha un valore oggettivo e spesso “scoraggia” il proseguimento di un’azione persecutoria.

Se accusate problemi di salute assentatevi dal lavoro e fate certificare questa vostra condizione da medici e specialisti di strutture pubbliche: anche queste saranno delle prove oggettive del danno che state subendo.
Se il vostro “orgoglio” vi suggerisce di andare ugualmente al lavoro in uno stato di sofferenza non ascoltatelo: la vostra salute è più importante di ogni altra cosa e spesso può essere determinante l’allontanamento dalle fonti del malessere.

“Esprimete” le vostre problematiche sia verbalmente che per iscritto
.
Parlatene con qualche persona di fiducia sia all’esterno che all’interno del posto di lavoro per trovare oltre alla comprensione anche qualche possibile alleanza nella vostra battaglia.
Tenete un diario che vi aiuti a mettere costantemente a fuoco la situazione e ad alleggerire la mente dalle probabili angosce.

Valorizzate la vita privata: evitate il rischio di chiudervi in voi stessi e utilizzate il tempo libero per curare i vostri interessi o scoprirne dei nuovi.
E’ importante uscire di casa e cercare la compagnia e la socialità; anche quando si è da soli è comunque utile coltivare un hobby o praticare un’attività fisica idonea a scaricare la rabbia e le tensioni accumulate.
In pratica cercate di compensare le frustrazioni occupando il vostro tempo in qualcosa di gratificante.

Conservate sempre la giusta fiducia nei vostri mezzi in tutte le situazioni: sostenete con calma le vostre opinioni e non svalutate il vostro operato; se non difendete con fermezza la vostra professionalità rischiate di vedervi attribuire il ruolo dell’inetto e dell’incompetente. Occorre soprattutto avere grande rispetto per se stessi e pretendere che gli altri ne abbiano altrettanto nei nostri confronti.

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CODICE DI COMPORTAMENTO DEI DIPENDENTI
DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI

(riguarda tutto il personale dipendente)
DECRETO MINISTERIALE (Funzione Pubblica) 28 novembre 2000 (pubblicato
nella Gazzetta Ufficiale n. 84 del 10-4-2001)

1. Disposizioni di carattere generale.
1. I princìpi e i contenuti del presente codice costituiscono specificazioni esemplificative degli obblighi di diligenza, lealtà e imparzialità, che qualificano il corretto adempimento della prestazione lavorativa. I dipendenti pubblici – escluso il personale militare, quello della polizia di Stato ed il Corpo di polizia penitenziaria, nonché i componenti delle magistrature e dell’Avvocatura dello Stato – si impegnano ad osservarli all’atto dell’assunzione in servizio.
2. I contratti collettivi provvedono, a norma dell’art. 58-bis, comma 3, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, al coordinamento con le previsioni in materia di responsabilità disciplinare. Restano ferme le disposizioni riguardanti le altre forme di responsabilità dei pubblici dipendenti.
3. Le disposizioni che seguono trovano applicazione in tutti i casi in cui non siano applicabili norme di legge o di regolamento o comunque per i profili non diversamente disciplinati da leggi o regolamenti. Nel rispetto dei princìpi enunciati dall’art. 2, le previsioni degli articoli 3 e seguenti possono essere integrate e specificate dai codici adottati dalle singole amministrazioni ai sensi dell’art. 58-bis, comma 5, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29.
2. Princìpi.
1. Il dipendente conforma la sua condotta al dovere costituzionale di servire esclusivamente la Nazione con disciplina ed onore e di rispettare i princìpi di buon andamento e imparzialità dell’amministrazione. Nell’espletamento dei propri compiti, il dipendente assicura il rispetto della legge e persegue esclusivamente l’interesse pubblico; ispira le proprie decisioni ed i propri comportamenti alla cura dell’interesse pubblico che gli è affidato.
2. Il dipendente mantiene una posizione di indipendenza, al fine di evitare di prendere decisioni o svolgere attività inerenti alle sue mansioni in situazioni, anche solo apparenti, di conflitto di interessi. Egli non svolge alcuna attività che contrasti con il corretto adempimento dei compiti d’ufficio e si impegna ad evitare situazioni e comportamenti che possano nuocere agli interessi o all’immagine della pubblica amministrazione.
3. Nel rispetto dell’orario di lavoro, il dipendente dedica la giusta quantità di tempo e di energie allo svolgimento delle proprie competenze, si impegna ad adempierle nel modo più semplice ed efficiente nell’interesse dei cittadini e assume le responsabilità connesse ai propri compiti.
4. Il dipendente usa e custodisce con cura i beni di cui dispone per ragioni di ufficio e non utilizza a fini privati le informazioni di cui dispone per ragioni di ufficio.
5. Il comportamento del dipendente deve essere tale da stabilire un rapporto di fiducia e collaborazione tra i cittadini e l’amministrazione. Nei rapporti con i cittadini, egli dimostra la massima disponibilità e non ne ostacola l’esercizio dei diritti. Favorisce l’accesso degli stessi alle informazioni a cui abbiano titolo e, nei limiti in cui ciò non sia vietato, fornisce tutte le notizie e informazioni necessarie per valutare le decisioni dell’amministrazione e i comportamenti dei dipendenti.
6. Il dipendente limita gli adempimenti a carico dei cittadini e delle imprese a quelli indispensabili e applica ogni possibile misura di semplificazione dell’attività amministrativa, agevolando, comunque, lo svolgimento, da parte dei cittadini, delle attività loro consentite, o comunque non contrarie alle norme giuridiche in vigore.
7. Nello svolgimento dei propri compiti, il dipendente rispetta la distribuzione delle funzioni tra Stato ed enti territoriali. Nei limiti delle proprie competenze, favorisce l’esercizio delle funzioni e dei compiti da parte dell’autorità territorialmente competente e funzionalmente più vicina ai cittadini interessati.
3. Regali e altre utilità.
1. Il dipendente non chiede, per sé o per altri, né accetta, neanche in occasione di festività, regali o altre utilità salvo quelli d’uso di modico valore, da soggetti che abbiano tratto o comunque possano trarre benefìci da decisioni o attività inerenti all’ufficio.
2. Il dipendente non chiede, per sé o per altri, né accetta, regali o altre utilità da un subordinato o da suoi parenti entro il quarto grado. Il dipendente non offre regali o altre utilità ad un sovraordinato o a suoi parenti entro il quarto grado, o conviventi, salvo quelli d’uso di modico valore.
4. Partecipazione ad associazioni e altre organizzazioni.
1. Nel rispetto della disciplina vigente del diritto di associazione, il dipendente comunica al dirigente dell’ufficio la propria adesione ad associazioni ed organizzazioni, anche a carattere non riservato, i cui interessi siano coinvolti dallo svolgimento dell’attività dell’ufficio, salvo che si tratti di partiti politici o sindacati.
2. Il dipendente non costringe altri dipendenti ad aderire ad associazioni ed organizzazioni, né li induce a farlo promettendo vantaggi di carriera.
5. Trasparenza negli interessi finanziari.
1. Il dipendente informa per iscritto il dirigente dell’ufficio di tutti i rapporti di collaborazione in qualunque modo retribuiti che egli abbia avuto nell’ultimo quinquennio, precisando:
a) se egli, o suoi parenti entro il quarto grado o conviventi, abbiano ancora rapporti finanziari con il soggetto con cui ha avuto i predetti rapporti di collaborazione;
b) se tali rapporti siano intercorsi o intercorrano con soggetti che abbiano interessi in attività o decisioni inerenti all’ufficio, limitatamente alle pratiche a lui affidate.
2. Il dirigente, prima di assumere le sue funzioni, comunica all’amministrazione le partecipazioni azionarie e gli altri interessi finanziari che possano porlo in conflitto di interessi con la funzione pubblica che svolge e dichiara se ha parenti entro il quarto grado o affini entro il secondo, o conviventi che esercitano attività politiche, professionali o economiche che li pongano in contatti frequenti con l’ufficio che egli dovrà dirigere o che siano coinvolte nelle decisioni o nelle attività inerenti all’ufficio. Su motivata richiesta del dirigente competente in materia di affari generali e personale, egli fornisce ulteriori informazioni sulla propria situazione patrimoniale e tributaria.
6. Obbligo di astensione.
1. Il dipendente si astiene dal partecipare all’adozione di decisioni o ad attività che possano coinvolgere interessi propri ovvero: di suoi parenti entro il quarto grado o conviventi; di individui od organizzazioni con cui egli stesso o il coniuge abbia causa pendente o grave inimicizia o rapporti di credito o debito; di individui od organizzazioni di cui egli sia tutore, curatore, procuratore o agente; di enti, associazioni anche non riconosciute, comitati, società o stabilimenti di cui egli sia amministratore o gerente o dirigente. Il dipendente si astiene in ogni altro caso in cui esistano gravi ragioni di convenienza. Sull’astensione decide il dirigente dell’ufficio.
7. Attività collaterali.
1. Il dipendente non accetta da soggetti diversi dall’amministrazione retribuzioni o altre utilità per prestazioni alle quali è tenuto per lo svolgimento dei propri compiti d’ufficio.
2. Il dipendente non accetta incarichi di collaborazione con individui od organizzazioni che abbiano, o abbiano avuto nel biennio precedente, un interesse economico in decisioni o attività inerenti all’ufficio.
3. Il dipendente non sollecita ai propri superiori il conferimento di incarichi remunerati.
8. Imparzialità.
1. Il dipendente, nell’adempimento della prestazione lavorativa, assicura la parità di trattamento tra i cittadini che vengono in contatto con l’amministrazione da cui dipende. A tal fine, egli non rifiuta né accorda ad alcuno prestazioni che siano normalmente accordate o rifiutate ad altri.
2. Il dipendente si attiene a corrette modalità di svolgimento dell’attività amministrativa di sua competenza, respingendo in particolare ogni illegittima pressione, ancorché esercitata dai suoi superiori.
9. Comportamento nella vita sociale.
1. Il dipendente non sfrutta la posizione che ricopre nell’amministrazione per ottenere utilità che non gli spettino. Nei rapporti privati, in particolare con pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni, non menziona né fa altrimenti intendere, di propria iniziativa, tale posizione, qualora ciò possa nuocere all’immagine dell’amministrazione.
10. Comportamento in servizio.
1. Il dipendente, salvo giustificato motivo, non ritarda né affida ad altri dipendenti il compimento di attività o l’adozione di decisioni di propria spettanza.
2. Nel rispetto delle previsioni contrattuali, il dipendente limita le assenze dal luogo di lavoro a quelle strettamente necessarie.
3. Il dipendente non utilizza a fini privati materiale o attrezzature di cui dispone per ragioni di ufficio. Salvo casi d’urgenza, egli non utilizza le linee telefoniche dell’ufficio per esigenze personali. Il dipendente che dispone di mezzi di trasporto dell’amministrazione se ne serve per lo svolgimento dei suoi compiti d’ufficio e non vi trasporta abitualmente persone estranee all’amministrazione.
4. Il dipendente non accetta per uso personale, né detiene o gode a titolo personale, utilità spettanti all’acquirente, in relazione all’acquisto di beni o servizi per ragioni di ufficio.
11. Rapporti con il pubblico.
1. Il dipendente in diretto rapporto con il pubblico presta adeguata attenzione alle domande di ciascuno e fornisce le spiegazioni che gli siano richieste in ordine al comportamento proprio e di altri dipendenti dell’ufficio. Nella trattazione delle pratiche egli rispetta l’ordine cronologico e non rifiuta prestazioni a cui sia tenuto motivando genericamente con la quantità di lavoro da svolgere o la mancanza di tempo a disposizione. Egli rispetta gli appuntamenti con i cittadini e risponde sollecitamente ai loro reclami.
2. Salvo il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e dei cittadini, il dipendente si astiene da dichiarazioni pubbliche che vadano a detrimento dell’immagine dell’amministrazione. Il dipendente tiene informato il dirigente dell’ufficio dei propri rapporti con gli organi di stampa.
3. Il dipendente non prende impegni né fa promesse in ordine a decisioni o azioni proprie o altrui inerenti all’ufficio, se ciò possa generare o confermare sfiducia nell’amministrazione o nella sua indipendenza ed imparzialità.
4. Nella redazione dei testi scritti e in tutte le altre comunicazioni il dipendente adotta un linguaggio chiaro e comprensibile.
5. Il dipendente che svolge la sua attività lavorativa in una amministrazione che fornisce servizi al pubblico si preoccupa del rispetto degli standard di qualità e di quantità fissati dall’amministrazione nelle apposite carte dei servizi. Egli si preoccupa di assicurare la continuità del servizio, di consentire agli utenti la scelta tra i diversi erogatori e di fornire loro informazioni sulle modalità di prestazione del servizio e sui livelli di qualità.
12. Contratti.
1. Nella stipulazione di contratti per conto dell’amministrazione, il dipendente non ricorre a mediazione o ad altra opera di terzi, né corrisponde o promette ad alcuno utilità a titolo di intermediazione, né per facilitare o aver facilitato la conclusione o l’esecuzione del contratto.
2. Il dipendente non conclude, per conto dell’amministrazione, contratti di appalto, fornitura, servizio, finanziamento o assicurazione con imprese con le quali abbia stipulato contratti a titolo privato nel biennio precedente. Nel caso in cui l’amministrazione concluda contratti di appalto, fornitura, servizio, finanziamento o assicurazione, con imprese con le quali egli abbia concluso contratti a titolo privato nel biennio precedente, si astiene dal partecipare all’adozione delle decisioni ed alle attività relative all’esecuzione del contratto.
3. Il dipendente che stipula contratti a titolo privato con imprese con cui abbia concluso, nel biennio precedente, contratti di appalto, fornitura, servizio, finanziamento ed assicurazione, per conto dell’amministrazione, ne informa per iscritto il dirigente dell’ufficio.
4. Se nelle situazioni di cui ai commi 2 e 3 si trova il dirigente, questi informa per iscritto il dirigente competente in materia di affari generali e personale.
13. Obblighi connessi alla valutazione dei risultati.
1. Il dirigente ed il dipendente forniscono all’ufficio interno di controllo tutte le informazioni necessarie ad una piena valutazione dei risultati conseguiti dall’ufficio presso il quale prestano servizio. L’informazione è resa con particolare riguardo alle seguenti finalità: modalità di svolgimento dell’attività dell’ufficio; qualità dei servizi prestati; parità di trattamento tra le diverse categorie di cittadini e utenti; agevole accesso agli uffici, specie per gli utenti disabili; semplificazione e celerità delle procedure; osservanza dei termini prescritti per la conclusione delle procedure; sollecita risposta a reclami, istanze e segnalazioni.

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