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Archive for the ‘GINGER DE PERRERA’ Category

GINGER CIALTRONE…

Giusto ieri, Dolores, un’amica di mamma che è stata anche la favolosa baby-sitter di mia sorella umana, Elena, ha chiesto se c’era ancora il “cagnolino” che sarei poi io, Ginger…

Sì, ci sono ancora e sono ancora presso la famiglia di “disgraziati” che mi ha adottato nel 2012.
Le mie “zie”, quelle che mi hanno portato via dalla Spagna, così hanno più o meno definito chi mi ha adottato… deboli, inadatti…

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Avevo smesso di raccontarvi di me a causa di alcuni episodi successi mentre ero con mamma sull’argine: mamma aveva timore che venissi preso di mira da persone che dicevano che sono un cane “cattivo”…
Ora mi ha autorizzato a scrivere ancora quando ho qualcosa da raccontare.

Mamma ora mi chiama “cialtrone” perché faccio tanta confusione sempre ma alla fine ho paura di tutto.
Comunque oggi non ho nulla di particolare di cui parlare.
Volevo solo tranquillizzare che si ricorda di me e non aveva più mie notizie.
Ci sono, sono vivo e sto bene.
Anche questa mattina ho fatto una bella cacca in ingresso!

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“Stupido non ci creava nessun problema. Non andava mai a zonzo nonostante i due cancelli fossero lasciati aperti, e non era difficile tenerlo fuori di casa. Preferiva stare all’aperto, gli piaceva dormire sul prato sia che piovesse o no, e solo di rado usava la cuccia che gli avevamo messo in garage.
Era un animale che amava il freddo, scoppiava di energia quando sentiva tuonare e la temperatura si abbassava. Se saliva sopra i trentacinque gradi si riparava nell’edera o lotto un albero.
Feci uno sforzo poco convinto per cercare il suo padrone, ma fu piuttosto un gesto per mettere in pace la mia coscienza la decisione di pubblicare un annuncio sul piccolo giornale locale, in cui dicevo di aver trovato un grande cane di sesso maschile e domandavo al proprietario di farsi vivo. Evitai di proposito il gigantesco – L.A.Times -, che copriva ogni città e strada del sud ovest. Dopo aver lasciato l’annuncio per una settimana lo cancellai, registrai Stupido all’anagrafe canina e lo feci vaccinare contro rabbia e cimurro.
Il funzionario che lo registrò scrisse che era un akita puro. Il veterinario Oxnard che fece le iniezioni riteneva che fosse un incrocio fra un cane da slitta e un akita, il suo assistente invece sosteneva che fosse mezzo chow e mezzo akita.
La mia idea era che si trattasse di un akita puro, perché ero andato a una mostra e ne avevo visti altri così – con gli occhi obliqui, le zampe palmate e la coda piumata proprie della razza. Stupido era esattamente come gli akita della mostra.
Era senz’altro uno straniero, con i problemi di adattamento di ogni straniero in un quartiere altolocato, guardato dall’alto in basso da tutti i cani anglosassoni e odiato dalle razze germaniche. Gli andava meglio con i bastardi, ma provava a saltare addosso a ogni maschio senza eccezione. Detestava le femmine, e se erano in calore gli dava contro senza pietà. Aveva atterrito Gracie della signora Epstein. Dopo quel primo incontro non rividi mai più Gracie, per quanto la sentissi abbaiare da dietro casa sua. Naturalmente gli Epstein smisero di parlarci, e ci evitavamo mentre spingevamo i carrelli lungo i corridoi del supermarket.
I cani scorrazzavano liberi per Point Dume, e quando un gruppo turbolento di maschi passò davanti a casa nostra inseguendo una femmina in calore, Stupido uscì a passo di carica fuori dal giardino, disperse i maschi ed ebbe la cagna per se. Lei rimase ad aspettarlo con invitante civetteria, mentre lui le correva incontro. E ricevette il colpo peggiore della sua vita perché lui l’atterrò e gliele suonò senza misericordia fino a quando lei scappò disperata.
Avevo due teorie sul disadattamento di Stupido. La prima, che quando era stato un cucciolo piagnucoloso aveva fatto parte di una grande nidiata con altri nove o dieci fratelli e sorelle, tutti più vigorosi di lui, e quindi al momento di mangiare non gli rimaneva neanche una tetta libera alla quale attaccarsi. E solo quando gli altri si erano saziati riusciva a trovare una fonte accessibile, ma a quel punto sua madre era asciutta, o stufa, e lo scansava.
Stupido risentiva ancora amaramente del trattamento ricevuto, e col passare del tempo, in particolare durante la pubertà, aveva ripensato al fatto che sua madre l’aveva respinto ed era arrivato a odiare tutte le donne.
Oppure che, avendo raggiunto la maturità senza suggerimenti da parte dei genitori, aveva combinato un disastro al primo tentativo di coito. Lei avrebbe potuto essere un alano insensibile, o qualche cagna rude che non solo lo aveva scacciato, ma lo aveva anche umiliato.
In più c’era la questione delle origini. Convinto come ero che venisse dal Giappone, avrei potuto essermi sbagliato nel giudicarlo un akita puro. C’era forse qualche possibilità che sua madre fosse un pastore tedesco. Se fosse stato così, lo scontro fra la cultura orientale e quella teutonica avrebbe potuto generare incredibili complicazioni genetiche. La belligeranza tedesca combinata alla furbizia orientale rappresentava una fusione imprevedibile, come benzina e sakè. Questi elementi avrebbero potuto restate immobili per un po’ di tempo, ma prima o poi una deflagrazione era inevitabile.
La strada che conduce al cuore di un cane è la stessa che porta a quello di un uomo: in due settimane Stupido riconobbe in me la persona da cui dipendeva per il cibo, e fu mio.
Avevo bisogno di un cane. Semplificava il circolo della mia vita. Era là, nel giardino, vivo e amichevole, prendeva il posto degli altri cani che erano morti sullo stesso terreno dove lui vagabondava. Riuscivo a capirlo – i miei amici cani, vivi e morti, riuniti nella stessa terra. Aveva senso. Mio padre e mia madre giacevano in un cimitero a nord e io ero vivo a Point Dume, camminavo sulla stessa crosta terrestre della California che teneva anche loro. Capivo anche quello.
Se uscivo la notte con la mia pipa e spostavo il mio sguardo da Stupido alle stelle, vedevo una connessione. Quel cane mi piaceva. Quando ero ragazzo in Colorado mi sedevo con il mio cane e guardavo quelle stesse stelle.
Era l’infanzia che tornava, mi riportava le pagine del catechismo. Chi è Dio? Dio è il creatore del cielo e della terra e di tutte le cose. Dio è ovunque? Dio è ovunque. Dio ci vede? Dio ci vede e vigila su di noi. perché Dio ci ha fatti? Dio ci ha fatti per conoscerlo e amarlo in questo mondo e per essere felici con lui nel prossimo.
Mi sedevo con Stupido sull’erba e ci credevo, a ogni parola. Alle volte quando ero seduto lui si alzava, mi metteva le zampe sulle spalle e cercava di scoparmi. Mi amava. Come altro avrebbe potuto esprimerlo? Con una poesia, con delle rose? Lo colpivo con un gomito, e ciò bastava. Anche Rocco mi aveva amato, e l’aveva espresso mangiando le mie scarpe o facendo a pezzi qualcosa di mio, una camicia, un paio di calzini, il mio cappello, o, tristemente, le impugnature delle mie mazze da golf. Ma Rocco era un tipo disinvolto che amava le cagne, mentre Stupido aveva questo problema con le femmine, che me lo rendeva più caro.
Lui mi faceva bene. Dopo un mese dal suo arrivo iniziai un romanzo. Niente di strano. Cominciavo romanzi tutti i momenti, riempiendo il tempo fra le sceneggiature che dovevo scrivere. Ma si esaurivano per mancanza di fiducia e di disciplina, e li abbandonavo con un senso di sollievo.
Scrivere sceneggiature era più facile ed era più remunerativo, una maniera di scribacchiare unidimensionale, che richiede all’autore solo di tenere in movimento i personaggi. La formula era sempre la stessa: botte e sesso. Quando avevi finito la davi a Belle persone che la facevano a brandelli per ridurla a film.
Ma quando cominciavi un romanzo la responsabilità era spaventosa. Là non eri più solo lo scrittore, ma la star e tutti i personaggi, il regista, il produttore e il cameraman. Se la tua sceneggiatura non andava c’erano moltissime persone a cui darne la colpa, dal regista in giù. Ma se il tuo romanzo era un fiasco, soffrivi da solo.
Avevo scritto quindicimila parole del mio romanzo, non c’erano sintomi del collasso, quando mi tornò l’antica smania di abbandonare la famiglia. Le pagine volavano, e io avevo voglia di stare da solo. Pensai a Roma, naturalmente, e mi baloccai persino con l’idea di portare Harriet con me. Per andarci avremmo prima di tutto dovuto vendere la proprietà di Point Dume, impossibile finché avevamo i ragazzi sulle spalle. E quanto al cane, non credo che avrebbe amato Roma, dove tutti i cani, al guinzaglio per legge, devono anche portare la museruola. Comunque non avevo mai immaginato Stupido con me a Roma. Mi serviva solo fino a quando non avessi potato fare la mia mossa. Con i ragazzi via e la casa venduta, sarei stato ricco e libero.
Più facevo piani e sognavo, meno Harriet entrava nel mio progetto. Dopo tutto non credevo che Roma le sarebbe piaciuta. Separata dagli amici, isolata dalla barriera della lingua e culturalmente aliena, avrebbe potuto trovarla insopportabile. Inoltre non provava più alcun affetto particolare per le cose italiane. Decisi che l’unica soluzione era di affittarle un appartamento a Santa Monica, allora sarei potuto partire per piazza Navona e tuffarmi nella nuova vita”.

da Il mio cane Stupido, in A Ovest di Roma, di John Fante

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Per certi versi il mio Ginger somiglia a Stupido.
Ha cercato di montare tutti in famiglia, tutti tranne me.
Forse non gli piaccio.
Ginger mi pedina per casa invece, soprattutto in cucina (chi l’avrebbe mai detto…).
Quando mi stendo a letto, lui vi si intrufola sotto.
E lì rimane, mentre Deva micia soffia.
Deva può soffiare quanto vuole.
Ginger non si schioda che quando io mi alzo.
Oggi c’è stato un temporale e Ginger ha mostrato un altro dei suoi lati deboli: nonostante faccia tanto il ganzo, è più fifone di Minù per via di tuoni e compagnia bella.
Era così spaventato che ha pisciato sul tappeto, l’unico che abbiamo, ormai marcato da tutti…
Ci mancava solo lui, Ginger, e ora il tappeto ha ricevuto nuovo battesimo.
Mio marito ha asciugato tutto quel che poteva, ma Ginger aveva dato il massimo.
Pazienza… Forse tappeto baganto è tappeto fortunato…

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Questo è Ginger nella cesta di sua sorella adottiva Minù.
Ognuno ha la propria, ma quella dell’altro è meglio.
Così Ginger si aggroviglia per entrare nella più piccola pur essendo un cane di taglia media e Minù si distende nella cesta grande pur essendo uno scriciolo di cane…
Se va bene a loro.
Ginger e io abbiamo notato in questo periodo una cosa: nessuno si è fatto avanti per adottarlo, nonostante l’appello lanciato su fb.
O meglio, nessuno lo vuole un cane “particolare” e descritto per quello che è…
Fanno dunque bene coloro che, pur di sbolognare un animale, lo descrivono come un santo, mite, spaventato. Fan bene a puntare sulla lacrima e sul patetico…
Va bene comunque.
Ginger prende atto delle lacrime di coccodrillo delle sue “madrine” e continua la sua vita a casa di una famiglia debole e non alla sua altezza…
Così è la vita, Ginger caro!
Ti toccherà restare con noi, con me, Rosa de Perrera.
Vedrai che, col tempo, te ne farai una ragione…
Amen

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Rientro or ora dalla passeggiata con mamma.
Siamo stati sull’argine dove sono solito darmi alle scorribande tentando di spaventare ciclisti, corridori… insomma tutti e tutto ciò che incontro sul cammino.
Mamma dice che se non la smetto faccio la fine di fra Cristoforo, un tipo che nominano in un libro che lei ha imparato a odiare a scuola.
Questo signore per un nonnulla ha ucciso un uomo, ma poi si è pentito di ciò che ha fatto e che in realtà nemmeno voleva fare… ma, essendo una testa calda, ha fatto…
Qui mi pare che anche mamma dimentichi un fatto importante, molto molto importante: io sono un adolescente e gli adolescenti da che mondo è mondo sono un po’ scavezzacollo e devono farsi l’esperienza.
Comunque qui ormai posso uscire solo con lei – a parte qualche giretto breve breve con Sofy o papà, perché Elena è via per lavoro e la vedo solo su Skype e mi dice sempre che non le manco per niente, maleducato come sono… che non ne poteva più di portarmi a spasso…
E mamma pare anche decisa a non mollare… accipicchia! E dice che fare tutto questo movimento ed essere costretta ad alzarsi all’alba quasi quasi le fa bene.
So che qualcuno ha scritto a mamma che la nostra è una famiglia fragile e che hanno sbagliato ad affidarmi a loro e cose del genere, non proprio carine.
Mamma ha deciso di enviar al infierno quella gente lì che parla parla e giudica realtà che non conosce. E devo ammettere che da quando l’ha fatto la vedo meglio anch’io…
Io non so cosa significhi esattamente essere fragili.
Mamma dice che sarà sempre meglio essere fragili che “maestrini” e saccenti e che noi saremo anche una famiglia fragile ma, nonostante tutto e a costo di sacrifici, rimaniamo insieme e non ci accontentiamo delle scelte più facili (portarmi in una pensione).
Io quei tipi lì li vorrei portare una volta a fare un giro con me sull’argine e poi vediamo se hanno ancora voglia di criticare…

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In questo periodo sono successe molte cose, non tutte piacevoli… purtroppo, ma mamma ripete spesso una frase sentita in un film, dal titolo Il matrimonio che vorrei.
Dice che, se un naso si è aggiustato male, per sistemarlo bisogna romperlo di nuovo.
E così abbiamo fatto nella nostra vicenda.
Ora la mia famiglia e io siamo rimasti soli e ci siamo resi conto che davvero soli a volte è meglio che male accompagnati.
Dunque ora mamma è l’unica che mi porta a spasso, di notte dormo in casa e ho imparato a chiamarla la mattina per la pipì e mangio per ultimo con mia sorella Minù.
La prima è Deva, poi mangiano mamma, papà e le sorelle umane, infine Minù e io.
Il guinzaglio me lo mette mamma e sta insegnando come fare anche agli altri perchè è vero che io quell’arnese lo odio con tutto il cuore e, anche se sono arrivato da quasi un anno, non mi ci abituo.
Christian la pensa come la mamma sulle mie origine: dicono che sarei un cane da caccia e che certo non ero abituato a vivere in un appartamento.
Comunque tutte le critiche fatte alla nostra famiglia e i comportamenti di certi che si chiamano tra loro “animalisti” o cose del genere, mi hanno aiutato a capire che di pochi mi posso fidare: mamma, papà e le mie sorelle…

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Le maestre sono come i preti e le puttane, si innamorano alla svelta delle creature. Se poi le perdono non hanno tempo di piangere. Il mondo è una famiglia immensa.
C’è tante altre creature da servire. È bello vedere di là dall’uscio della propria casa. Bisogna soltanto essere sicuri di non aver cacciato nessuno con le nostre mani
”.
don Lorenzo Milani
Lettera a una professoressa (1967)

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Scelgo queste parole di don Milani come incipit per un post di considerazioni circa una situazione che mi sono trovata a vivere in questi giorni, in seguito alla quale, non io – quello l’avrei sopportato, – ma l’intera famiglia è stata giudicata e condannata da una sorta di tribunale stile Inquisizione.

Alcune associazioni adottano il comportamento descritto da don Milani: “si innamorano alla svelta delle creature. Se poi le perdono non hanno tempo di piangere. C’è tante altre creature da servire”.

Circa un anno fa adottai Ginger, meticcio spagnolo di circa 2 anni, proveniente da un a perrera.
In casa nostra vive felicemente da 13 anni una cagnolina, Minù. A marzo 2012 è arrivata Deva, micia ora tredicenne, recuperata in una sorta di gattile; in breve, era stata abbandonata dal veterinario. Ora Deva e Minù hanno trovato, dopo infinite traversie di tutta la famiglia – elementi animali tutti, uomini e bestie, – un equilibrio che Ginger da circa un anno minaccia, certo involontariamente, ma minaccia quotidianamente.

Ginger non è stato scelto, mi bastava fosse un maschio di taglia piccola o media. Ho chiuso gli occhi e indicato tra le foto dei poveri animali in lista di soppressione. Ginger era descritto come mite e spaventato.
Una volta giunto, è stato facile comprendere che la descrizione non corrispondeva alla realtà: Ginger era sicuramente spaventato e disorientato, ma il termine “mite” non gli calza a pennello.
Il cane risultava allora intestato a me e aveva codice e relativo microchip a mio nome… in Spagna però.
I documenti mi sono stati consegnati in quel di Brescia, al momento dell’arrivo e una parte mi è giunta dalla Spagna nei giorni successivi.
Dunque Ginger era in Italia, ma non risultava all’anagrafe canina italiana.

Perché specifico questi particolari?
I motivi sono troppi e nemmeno riuscirò qui a spiegarli.

Vorrei solo mettere in guardia le famiglie che si offrono per le adozioni e far riflettere – ma dubito fortemente che l’intento sarà raggiunto, – i responsabili delle associazioni varie.

Nel mio caso, sembrava lampante che il benessere dell’animale sarebbe stata la priorità: si sarebbero fatti controlli per verificare la casa, la famiglia… ecc.

Nella realtà, nessuno mai ha controllato sul serio e un membro dell’associazione a casa nostra è venuto nemmeno un mese fa per altri motivi.

Vorrei fosse chiaro che, avendo io tutta la documentazione di Ginger e non essendo lui ancora registrato all’anagrafe, avrei potuto fare di lui ciò che volevo, compreso passarlo ad altri senza tante storie, riportarlo all’associazione (alcuni lo fanno), abbandonarlo o, perché no, cederlo a chi commercia cani per scopi non proprio edificanti – il traffico di animali a uso sperimentale è noto, credo, a tutti.

Ginger invece e per fortuna è con noi, nonostante ne abbia combinate e continui a combinarne tante. Abbiamo seguito lezioni da un educatore e abbiamo fatto ciò che potevamo per lui. In seguito all’ennesimo danno: distruzione della capote della macchina d’epoca di mio marito, dal medesimo trovata e restaurata in anni con amore e pazienza, mi sono trovata a dover decidere per un nuovo tentativo di adozione.
La scelta non aveva lo scopo di “sbolognare” il cane, ma di cercare un ambiente a lui più congeniale, visti gli scarsi risultati da noi ottenuti.

Perciò ho pubblicato su fb un annuncio che descrivesse il cane per quello che è, senza le solite manfrine degli occhini dolci, della mitezza, della pietà.
Eccolo:

Ginger, ha circa tre anni e viene da una perrera.
È sano, vaccinato e sterilizzato.
Da ottobre scorso vive con la nostra famiglia, a Legnago, in provincia di Verona.
Ginger non è cattivo ma è un cane difficile, un dominante che in nessuno di noi trova un leader o comunque un riferimento che lo aiuti a trovare l’equilibrio di cui necessita per poter vivere serenamente.
Ci risulta dolorosissimo il distacco da lui, ma abbiamo fatto il possibile e anche l’impossibile prima di decidere di rimettere Ginger in adozione.
Ginger è molto intelligente e vigoroso.
È stato seguito anche da un educatore e ha faticosamente appreso alcune norme base.
Ha imparato a convivere con una cagnolina e una gatta anziane, ma tende ad aggredire gli altri cani e, ahimè, a volte le persone, bambini compresi.
GINGER CERCA UNA NUOVA CASA.
SERVE UNA PERSONA DI POLSO, ESPERTA DI ANIMALI E ROBUSTA CHE RIESCA A ESSERE PER LUI IL RIFERIMENTO CHE IO NON HO SAPUTO ESSERE.

Non l’avessi mai fatto!
Ho scoperto e compreso i motivi per cui molta gente semplicemente il cane o il gatto li abbandona… È più facile e non ti espone al linciaggio della brava gente che ha sempre le soluzioni per i problemi degli altri.

Le critiche di alcuni animalisti o personaggi del genere – responsabili di associazioni compresi, ma dietro quelle, alle spalle… come nei peggiori brani dei libri di Balzac, – hanno preso di mira la mia famiglia, quasi fossimo dei Maso in erba, gente disgraziata che non si sa assumere le responsabilità, che chissà cosa pensava di ricevere da una perrera…

Ci sono persone che ancora distinguono tra uomini e bestie, dimenticando l’appartenenza alla stessa famiglia, CREATURE DI DIO.

Il motto di alcuni di essi:
NON ESISTONO CANI CATTIVI, MA SOLO CATTIVI PADRONI.
Ho letto molto sugli animali, saggi, romanzi, racconti e di citazioni che sfatano questo assurdo e banale concetto ne potrei portare molte. Le riassumo in un passo di Livia Conterno, educatrice cinofila, esperta del comportamento canino:

“Quali sono le cause e i meccanismi che inducono un cane a essere aggressivo?
Cosa può fare un proprietario affinché il proprio animale non costituisca un pericolo per la società?
Stampa e media spesso riportano una frase emblematica che negli ultimi tempi, è divenuta una sorta di slogan “Non esistono cani cattivi, ma solo cattivi padroni”.
Questa affermazione, oltre a essere incorretta da un punto di vista scientifico, può creare confusione in un mondo, quello della cinofilia, già ampiamente permeato di false credenze. Il comportamento che il cane esibisce è frutto dell’interazione di due componenti: una genetica – che si esprime nell’indole – e una ambientale.
Per indole si intende l’insieme delle caratteristiche comportamentali proprie di un individuo.
Il cucciolo, al momento della nascita, eredita dai suoi genitori non solo le fattezze morfologiche, ma anche i tratti comportamentali.
Ambiente ed educazione possono reprimere o valorizzare le doti caratteriali di un cane, ma non possono modificarle radicalmente”.

Di seguito, per i più curiosi o pazienti, alcune condanne a priori, con relative brevi specifiche mie.

@ No, mi spiace, con un annuncio così, nessuno prenderà Ginger. Più che il “polso” e la “forza” a cui tu fai riferimento ho il sospetto (non conosco la tua famiglia) che Ginger abbia più che altro bisogno di essere accettato per quello che è e gestito di conseguenza. Piuttosto che crei malumori in famiglia è meglio che Ginger vada altrove, magari sarebbe stato meglio non prendere un cane di perrera con i rischi (ovvi) che ciò comporta. Mi spiace, ma io sono SEMPRE DALLA PARTE DEGLI ANIMALI.

Della serie “allontaniamolo da questi incapaci! In una pensione, subito, prima che questi umani facciano altri danni! Gli animali hanno sempre ragione!!!”.

@ Io non me la sento di giudicare. A volte, d’istinto, si compiono azioni credendo di far bene. Poi magari succede qualcosa e la tua buona azione ti si ritorce contro. Conosco Rosa e so che ha fatto più del possibile, quindi io non dico niente su questa sua sofferta decisione. E vi garantisco che di queste “azioni” ne ho esperienza diretta.

La dimostrazione che esistono persone che sanno comprendere umani e non: una boccata di ossigeno per l’umano che, pur amando il suo cane, massacrato da chi ama solo il cane, cerca appigli per combattere prima di mollare e cedere alla soluzione più semplice: mollare il cane in una apensione!

@ Io giudico quando negli errori a seguito di buone azioni c’è di mezzo chi non si può difendere, Ginger nella fattispecie, anche se descritto come un piccolo leone inferocito, tra l’altro dopo 10 mesi… Ma, si sa, è più semplice accusare che ammettere i propri errori. A me non interessano le persone, che possono avere le loro ragioni (discutibili, ma insindacabili in quanto loro) ma i loro comportamenti; ti sembra giusto presentare il cane in quel modo? Sarà ben un cane particolare, ma ci penserà chi se ne farà carico, cioè il canile o la pensione che dir si voglia e le altre persone che già si stanno spendendo, cercando una buona sistemazione temporanea, io ne sono testimone.
Ed eccolo, è arrivato finalmente, il giudice, quello che ha persino possibilità di “dare testimonianza”, prova inconfutabile della disonestà della famiglia di Ginger: già c’è chi si farà carico di lui in una pensione, non appena la povera creatura sarà tolta dalle mani di quella famiglia di delinquenti che non meritano altro che disprezzo (ho letto molto Balzac e co. in questo periodo e il tono dello scritto ne risente).
Ma quale sarà questa pensione? Il responsabile dell’associazione mi scrive che mi farà sapere “domani” ma, arrivato domani, nessuno si fa sentire e nemmeno risponde al telefono…

@ Io sono una dilettante in fatto di animali, credo di fare del mio meglio, ma non ho certezze né su di me né tanto mento su quello che fanno gli altri. E per questo che ho detto che non giudico. Ma credo anch’io di essere dalla parte degli animali.

Pensa un po’, la persona che ci conosce e che, meglio di altri, può capire, si deve anche giustificare spiegando per il fatto di non giudicare e per il fatto di saper voler bene anche alle persone, senza per questo non amare gli animali.

@ Errare è umano e comprensibile, cercare di sedare i propri sensi di colpa accusando il cane di essere ingestibile (può darsi lo sia, ma la famiglia può solo affermare di non esserci riuscita, non che nessuno riuscirà, è diverso) e altre persone di non voler aiutare a risolvere la questione (cosa non vera), NO! Come ti ripeto HO LE PROVE, non scrivo alla cieca. Spesso la miglior difesa è l’attacco e parlare dei danni che Ginger avrebbe fatto, non certo per cattiveria (tra l’altro, chissà perché????) in termini monetari (non in questo annuncio, in altra sede), molto triste per non dire altro.

E riecco l’inquisitore, quello delle PROVE che, forse nella foga della condanna – pare il “crocifiggilo” della folla nel Vangelo, – non ha letto che la disgraziata degenere stessa che scrive l’appello ha già ammesso i propri limiti e si guarda bene dal dire che altri non possano riuscire dove lei ha fallito, anzi si rivolge a questi per spiegare quali sono i problemi. Il saggio – chiarisco per dovere di cronaca, – le notizie e le prove le ha raccolte dal responsabile dell’associazione che – il sospetto sorge, – potrebbe essere un pochino di parte?!
Per quanto riguarda i “termini monetari” che tanto sconvolgono ‘sto saggio, mi limito a scrivere, ahimè, solo la cifra dell’ultimo: 1.470 euro + IVA.
E riporto il discorso di una volontaria di un’associazione:
“Credo che parlare di animali in termini economici non sia assolutamente uno scandalo. Le associazione sono sommerse di chiamate per adozioni (non sto a dirti che tutti vogliono il volpino, il chihuahua o york…va beh lasciamo perdere).
Parlando con una signora siamo incappate nel discorso di quanto i veterinari costino, si fanno pagare (molti almeno) fior fior di soldi…che non tutti sono in grado di sostenere…credo che una parte seppur minima di colpa di abbandoni sia proprio per i prezzi che si fanno pagare per curarli.
E’ come chi decide di avere un figlio, soprattutto i primi anni costano e una persona deve mettere in preventivo…significa non amarli?? Non credo…anzi esattamente il contrario…”.

@ Ti dico solo che con Ginger ci sei andata pesante. Se con te Ginger non ha trovato ciò che gli serve e vuoi aiuto, lascia che gli altri gestiscano la cosa. Non so se tu sia stata informata ma per Ginger C’È GIÀ UN’ADOZIONE A DISTANZA, BASTA VENGA ACCETTATO A MERLARA. Sta a te, per il bene del cane, che è l’UNICA cosa che m’interessa in questa vicenda.
E riecco il giudice che ha già deciso che la pensione è il bene di Ginger (che il soggetto in questione ha visto di sfuggita un paio di volte).
Certo che “vorrei” aiuto e sinceramente sono ancora poco convinta che la soluzione migliore per Ginger sia la pensione. Tra l’altro il saggio mi tira fuori Merlara, quando le voci davano per possibili altre sedi. Mah…

@ A me interessa che il cane, tutto il resto è noia.

Già, o quello che il saggio dice o niente! I saggi si annoiano quando quelli che hanno accusato, condannato e massacrato… non ubbidiscono ai loro ordini, reagiscono e dicono la loro.

@ Evinco che non hai alcuna voglia di metterti un pochino in discussione; purtroppo, se non accetterai di farlo, con Ginger avrai scarse possibilità di successo, farai il corso di educazione e non otterrai nulla.
Il saggio si trasforma in psicologo e propone sedute di analisi alla madre adottiva degenere di Ginger. Ed è anche preveggente e, in più, mi ietta… Pietà!

@ Ginger era stato descritto come un cane mite perché tale dimostrava di essere in residenza, purtroppo il comportamento del cane è condizionato dall’ambiente in cui vive. Ritengo quindi che l’errore di valutazione da parte nostra non sia stato nei confronti di Ginger, ma nei confronti di voi che lo avete adottato. Avremmo dovuto capire la fragilità e l’incapacità della vostra famiglia nel gestirlo.

Ora la parola passa ai responsabili dell’associazione in questione che si accorgono, ahimè, di aver dato Ginger alla famiglia sbagliata.
Se ne accorgono dopo quasi un anno che sono regolarmente messi al corrente dei nostri problemi e dell’inquietudine del cane.
Difficile potessero verificare, non essendo mai venuti a controllare…
Ma, come già detto, non esistono cani cattivi, ma cattivi padroni e noi siamo una famiglia fragile e incapace.
Infatti Minù, recuperata da un ferrovecchio, da 13 anni con noi, non si sa come abbia potuto sopravvivere alla nostra incompetenza. Per non parlare di Deva, arrivata da far pena e ora bella da morire.
Saremo dei “ dr Jekyll and mr Hyde” che tirano fuori la parte peggiore di sé con il povero Ginger.
La nostra casa è persino ambiente peggiore rispetto alla perrera…

@ Quando si adotta un cane bisogna essere consapevoli che potrebbero sorgere dei problemi, non sono peluche… così come quando ti ritrovi un figlio che te ne combina di tutti i colori, cosa fai? Lo caccia in fuori di casa? L’altra sera, perché annoiato, uno dei miei cani ha rosicchiato il divano di mia madre… La mia scala di valori probabilmente è diversa dalla tua, il mio cane è parte della famiglia e di certo non lo rinchiudo in un canile! Faccio un mea culpa e cerco di capire dove e cosa ho sbagliato.
Comunque non ti sto facendo il processo e tanto meno ti voglio accusare, ognuno è libero di fare le proprie scelte e di vivere la propria vita come vuole. Questa esperienza, comunque, ti fa capire il perché ci siano così tanti cani abbandonati… ognuno ha il “suo buon motivo” per farlo!
Non ti preoccupare comunque, faremo il possibile per trovargli una famiglia adeguata e dargli quello che probabilmente non ha mai avuto. Noi non lo abbandoneremo.

Qui è sempre il rappresentante dell’associazione che parla e finalmente mi insegna tante cose.

1) Ginger non è un peluche.
Caspita, e io che non lo capivo mentre “mi” portava a correre! Mi ero convinta che bastasse togliere le pile per fermarlo, ma sono così inetta che nemmeno trovo lo sportellino da aprire!

2) Il suo cane è stato educato a mangiare i divani a casa degli altri, così la sua famiglia non ne risente in termini economici e lui ha il mantenimento assicurato.

3) La sua scala di valori è meglio della mia e lei/lui il suo cane non lo rinchiude in un canile.
Il mio sì, può essere rinchiuso, piuttosto che rimanere con noi ebeti (credevamo Ginger un peluche), fragili e incapaci.

4) Il mio ammettere di avere difficoltà non era un mea culpa fatto come andava fatto. Dovevo inginocchiarmi sui sassi, fustigarmi… e nemmeno ho la cenere sul capo…

5) Le sue “paiono” critiche, ma non lo sono.
Siamo la mia famiglia e io a non aver capito che si tratta di pacati suggerimenti ad andare dallo psicoterapeuta, tutti… per il bene di Ginger naturalmente…

6)“Loro” Ginger non lo abbandoneranno e sapranno trovare una famiglia adeguata!
Ops, allora qualcosa mi sfugge!
Perché dunque non si sono più fatti sentire?
È bastato che scrivessi che Ginger nelle loro mani non ritorna e si sono trasformati in maghi!
È bastata la parola “mi arrangio” e sono spariti dalla circolazione dimenticando il bene di Ginger, ora tra le grinfie di una famiglia da film horror.

@ Quanto ai costi che dovrai sostenere, una mia amica si era offerta di adottare Ginger a distanza in una pensione, fino a quando avrebbe trovato una nuova famiglia, la quale mia amica purtroppo in questi giorni ha la cagnolina che non sta bene; personalmente, avevo pensato di farti avere un centinaio di euro per il corso ma ho deciso di destinarli al primo cane bisognoso senza famiglia che mi verrà a tiro, tanto c’è l’imbarazzo della scelta.
Qui passiamo allo stile “elemosina” e al “vorrei ma non voglio”. E torniamo anche alla frase di don Milani “C’è tante altre creature da servire”, ma non certo la tua che sei brutta e cattiva… Dunque Ginger, anche se noi siamo una famiglia di stronzi incapaci, lui che era al centro dei pensieri come vittima della nostra fragilità, si arrangia, come del resto faccio io.

@ Il centinaio di euro volevo dartelo in forma anonima, caduta di stile? Dipende dai punti di vista…chi legge giudicherà.

Ed ecco la ciliegina sulla torta:
il centinaio di euro offerti sulla bacheca di fb erano offerti in “forma anonima”.
E pensare che io mi ero convinta che fb fosse una sorta di piazza virtuale e non l’alcosti-anonima…

Su una cosa tuttavia il saggio ha ragione: ai posteri il giudizio.

Il dato oggettivo riporta al saggio vero, don Milani:
C’è tante altre creature da servire. È bello vedere di là dall’uscio della propria casa. Bisogna soltanto essere sicuri di non aver cacciato nessuno con le nostre mani.

Ginger io non lo guardo dall’uscio di casa e da casa non lo caccio con le mie mani.

I vari personaggi coinvolti in questa paradossale vicenda possono dire lo stesso?

I 700 cani che l’associazione in questione si vanta di aver salvato sono salvi o solo scampati a morte fisica?

Quanti di loro rimarranno a vita in una pensione?

Questa foga di far numero, pur se nata da amore per le creature, non può trasformarsi in arma a doppio taglio con conseguenze disastrose?

E arrivo al punto che mi ha spinto a questa provocazione:

1) per ogni cane consegnato al canile per la soppressione il proprietario paga il tenutario della perrera;

2) per ogni cane liberato, le associazione o i privati devono pagare il tenutario;

3) i cani liberati, ma ancora non adottati da qualcuno, vengono tenuti in stallo, quando va bene, da privati che si offrono, ma spessissimo in pensioni con relative rette…

4) Se non si lavora anche e soprattutto a livello di politica europea, non si corre il rischio che quello che accade si trasformi in un grande AFFARE, in termini ECONOMICI, per troppa gente senza scrupoli?

Pensiamo ai personaggi coinvolti: cani e gatti abbandonati e perciò senza tutela, tenutari delle perreras e addetti alla gestione affamati di denaro, pensioni non sempre condotte al meglio, veterinari con parcelle da capogiro, forze dell’ordine, associazioni animaliste, associazioni a delinquere, privati di buon cuore e privati che di buono non hanno certo il cuore e chi più ne ha più ne metta…

In questo contesto e in un mondo di squali come quello che abbiamo permesso la Terra divenisse,

SALVARE DALLA MORTE UN CANE O UN GATTO NON BASTA!

SI DEVE COLLABORARE E SUL SERIO PRENDENDOSENE CURA SUL SERIO!

IL PIETISMO STA FACENDO TROPPE VITTIME!

E LA TENTAZIONE DI ARRICCHIMENTO ALLE SPALLE DEGLI INDIFESI SUL PIETISMO CAMPA!

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Pufi, storia di un cane sportivo risulta stampato da Bietti Editore nel 1972.
Non ho trovato informazioni sicure su autore e illustratore.

L’autore, Emilio De Martino, potrebbe essere il giornalista e scrittore italiano, direttore della Gazzetta dello Sport tra il 1947 e il 1950, definito uno dei più prolifici autori di letteratura sportiva in Italia.

L’llustratore mi pare essere Umberto Sgarzi, bolognese, classe 1921. I tratti del disegno e l’uso del colore ci potrebbero stare con alcune opere le cui riproduzioni ho trovato su internet.

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Il libro, trovato sempre tra quelli usati, è in perfette condizioni, superbamente rilegato.
Cercando io sempre storie sugli animali in generale, ma in particolare su cani e gatti, non ho potuto fare a meno di acquistarlo per la sconvolgente cifra di 1 euro.
Solo una volta giunta a casa, ho capito che quel libro aspettava me e a me è giunto non per caso: nulla avviene per caso.

In questi giorni ho potato rami alla mia vita, rami secchi, questioni sospese, scoperte di amare verità che tenevo dentro da troppo tempo e ho gridato con violenza.
Non c’era rabbia in me, ma delusione sì, tanta.
Così ho tagliato, tagliato rami e “ponti” anche con persone.
Nella vita – ho imparato, – va fatto a volte per essere coerenti.
E i ponti da tagliare non li scelgo io: il più delle volte basta dire con fermezza quel che si pensa, indipendentemente da tutto. A questo modo molti ponti crollano da soli.
I rischi sono l’incomprensione dei molti, i pettegolezzi e passar per carogne.
Poca cosa rispetto al senso di libertà e leggerezza del dire ciò che si pensa e prova.

Tra i rami da potare, se avessi dato retta alla rabbia, ci sarebbe stato anche Ginger de perrera, cane ispanico, italiano d’adozione, una peste che una ne fa e cento ne pensa.
Invece Ginger è servito come cesoia e mi ha aiutato a potare per bene.
Dunque Ginger ora è qui, accanto a me, a pensare le cento cose da combinare…
E il giardino è in ordine.

Dicevo che quel libro aspettava me e che nulla avviene per caso.
Chi vuole legga di seguito l’inizio del Capitolo I.

Mi sembra che il mondo stia precipitando. Un omaccio dai modi villani e prepotenti mi ha strappato dalla mamma, la mia mamma. Sono inutili i miei guaiti come sono vani i laceranti ululati di Frida, la bella cagna che mi ha dato la vita e che tenta di lanciarsi per trattenermi.
Non può far nulla: una catena crudele la tiene legata alla casetta di legno che fu la mia cuccia. Povera mamma mia. Le lancio un’ultima occhiata: non la vedrò più. Crudele sorte di noi poveri cuccioli. Ancora non conosciamo nulla del mondo, ancora stentiamo a restare in piedi, ancora non sappiamo mangiare; e già ci strappano dalla mamma e ci mandano sconsolati per le vie del mondo
“.

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Non c’è niente da fare, essendo un cane spagnolo, certe questioni italiane non le conosco e, senza volere, combino guai.
Cosa volete che ne sappia io di questa Art Nouveau che la mamma nomina spesso! In Italia, a dire il vero, lo chiamano stile Liberty, nome che deriva dai magazzini londinesi di Arthur Liberty, che proponevano oggetti di quel tipo alla fine del XIX secolo. Questa cosa qui lei l’ha detta alle mie sorelle umane mostrando loro i resti di una statuina ereditata che loro da piccole hanno rotto…
Io sono ispanico e non mi intendo di queste cose di casa. Mica faccio l’antiquario!
Se mi parlano di biscotti e cibo, sono preparato, ma l’Art Nouveau non la capisco.
Ecco che mi sono, come al solito, perso in mille discorsi… Tornando al sodo, ho combinato un altro guaio: ho mangiato la stoffa “originale” di un paravento di quell’epoca lì, quella del Liberty. Ma come potevo sapere che fosse così preziosa! Nemmeno era tanto gustosa e sapeva di polvere e anche un po’ di muffa.
Comunque mamma nemmeno se ne era accorta, presa dalle faccende. Papà invece niota subito le cose e l’ha chiamata a vedere ‘sto paravento dicendole: “Vuoi vedere l’ultima di Ginger?”.
Lei, un po’ seccata perché stava pulendo, è arrivata di corsa, ha guardato la stoffa stracciata e i lembi in giro per il cortile, ma non ha parlato e se ne è andata a capo chino.
Mia sorella Sofia, anche se come me non ci capisce niente di Art Nouveau, mi ha detto che sono il solito cialtrone farabutto e la cosa è finita lì. Insomma anche questa volta me la sono cavata…

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Di nuovo ciao a tutte/i!
Sono ancora io, Ginger, macho dominante, cane ninja, Gingis khan, come mi chiamano in famiglia e tra gli amici più stretti.
In questo periodo mamma è molto strana: al lavoro deve essere successo qualcosa che la fa soffrire non poco ed è così stanca che spesso esco con mia sorella umana, Sofy, o con papà.
In cortile i miei genitori adottivi hanno fatto costruire un’inferriata sul terrazzo perché io non cada giù, disgraziato che sono. Le scale che portano al terrazzo le hanno fatte chiudere con un cancello che – ci ho provato – ma non riesco ad aprire. Da lì, io salivo sulla tettoia e saltavo nel passaggio dei vicini…
Ora sono praticamente prigioniero e mi consolo mangiando il poco che mi è rimasto ormai a disposizione.
Il mobiletto di legno con i cesti di plastica l’ho distrutto per bene.
Ho mangiato le selle delle biciclette e il lucchetto per chiudere la bicicletta.
Mamma pianta fiori e io li sradico. Mentre mi arrampicavo per arrivare alla finestra della cucina, ho fatto cadere il trespolo che reggeva un vaso che era della mamma della mia mamma e si è rotto… E un giorno lei, la mamma, ha appoggiato un foglio strano sul davanzale e io l’ho raggiunto e mangiato.
Si è molto arrabbiata e ha detto che, va bene che sono un disgraziato scriteriato, ma la carta vetrata a grana grossa no… bisogna essere anche stupidi per mangiarla!

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Alla mia mamma piace molto la noce di cocco e da un po’ di tempo sperimenta torte e biscotti con il cocco che anche a me piace tanto.
La settimana scorsa ha cucinato dei dolcetti che, dice, erano troppo dolci, troppo secchi e troppo cotti, ma non me ne ha fatto assaggiare nemmeno uno, nonostante io l’abbia aiutata leccando bene bene la ciotola prima che la risciacquasse e mettesse in lavastoviglie.
Ieri li ha di nuovo preparati con alcune modifiche: meno zucchero, forno a 160° e senza pirottini che l’altra volta la pasta ci era rimasta attaccata.
Li ha preparati in tempo perché Elena, mia sorella umana più grande, se ne portasse qualcuno a Padova, dove studia, e, dopo che si sono raffreddati li ha messi nel fornetto piccolo perché fossero al sicuro da malintenzionati.
Ma il papà, zitto zitto, nel pomeriggio si fatto il tè e ne ha mangiati alcuni e ha lasciato poi il vassoio sul tavolo ed è uscito per la spesa.
A quel punto io e mia sorella Minù abbiamo pensato che forse quei dolcetti era meglio che ce li mangiassimo noi, prima che arrivassero quei malintenzionati di cui parlava mamma.
Ma lei è arrivata giusto in tempo per gli ultimi due e si è messa a gridare che sono davvero un disgraziato e che non si può fidare di nessuno e che papà non capisce nulla e che con tutto quel cocco mi sarebbe venuto mal di pancia e avrei fatto quintali di cacca e che, prima o poi, finirà che mangerò qualche cosa che mi fa male sul serio…
Per consolarsi ha cucinato una torta di mele e la ciotola dell’impasto non me l’ha data da leccare, ma io vedevo che teneva da parte le bucce che a me e a mia sorella Minù piacciono tanto.
Dopo aver infornato il dolce, ha spezzettato le bucce e ce le ha date nelle ciotole. Credo che l’abbia fatto perché è grazie a me che i dolci al cocco sono finiti nelle bocche di qualcuno della famiglia e non nelle grinfie di qualche malintenzionato.

Torta-al-cocco

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