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Archive for the ‘MEDICINA E MEDICHESE’ Category

Dott. Marco Bottazzi responsabile Consulenza Medico-Legale INCA-CGIL Nazionale

Dott. Carmelo Marmo Dirigente Medico di II Livello Sede INAIL di Rieti

Da scritti a cura del Dott. Marco Bottazzi, riporto importanti considerazioni sul riconoscimento delle malattie professionali in particolare tabellate.

In accordo con gli studiosi sullo specifico argomento, ritengo che le neoplasie causate dal lavoro siano in Italia, come negli altri Paesi dell’Unione Europea e dell’intero globo, ampiamente sottostimate per il convergere di molteplici ragioni tra cui:

1) mancanza di specificità dei tumori da lavoro rispetto a quelli per altre cause ( tranne l’eccezione del mesotelioma da asbesto, dell’emangiosarcoma epatico da cloruro di vinile, dei carcinomi delle fosse nasali e dei seni paranasali da polveri di legno );

2) mancanza di conoscenze di medicina del lavoro e quindi dei tumori da lavoro da parte dei medici di base del Servizio Sanitario Nazionale ed anche degli stessi oncologi;

3) criteriologia troppo restrittiva da parte dell’INAIL circa le forme neoplastiche da ammettere all’indennizzo per cui generalmente sono riconosciuti come tumori professionali solo quelli dovuti ad agenti, miscele e circostanze di esposizione lavorativa classificati nel gruppo 1 della IARC, con qualche maggiore problema per le miscele.

Ritengo di formulare proposte in merito alle fattispecie che possono vedere un riconoscimento assicurativo, nel rispetto dei criteri medico-legali, quali:

1) tutti i tumori derivanti dai rischi di cui alla tabella per le malattie professionali;

2) tutti i tumori conseguenti all’esposizione a cancerogeni della classe 1 IARC o che sono stati riconosciuti come certamente cancerogeni per l’uomo da altre istituzioni internazionali e che non hanno ancora visto l’inserimento nelle tabelle di legge;

3) tumori conseguenti a rischi tabellati, manifestatisi in organi non considerati bersaglio dallo IARC o da altro organismo scientifico internazionale ma per cui esistono dati epidemiologici e di letteratura ( vedi a tal riguardo la Tabella 1 elaborata congiuntamente );

4) tumori in lavoratori esposti a rischi (sostanze o cicli produttivi) non ancora valutati dallo IARC o dagli altri Istituti ma per cui esistono dati epidemiologici e di letteratura significativi;

5) tumori per esposizioni a probabile cancerogeno classe 2A IARC, anche se queste neoplasie dovrebbero essere collocate fra le malattie professionali meritevoli di tutela assicurativa tabellare.

Per quanto riguarda gli agenti, miscele e circostanze di esposizione classificate nel gruppo 2B della IARC ritiengo che essi debbano essere egualmente denunciati all’Istituto Assicuratore a fronte di dati che comprovino un eccesso di rischio basandosi in particolare sui dati epidemiologici.
Appare utile ricordare, brevemente, i principi che regolano la causalità da lavoro nel riconoscimento delle neoplasie.

Se la causa extralavorativa ha solo in parte concorso a causare la malattia, il lavoratore ha diritto alle prestazioni assicurative, alla luce del principio della equivalenza delle cause vigente nel nostro sistema giuridico in base al quale le condizioni da sole sufficienti a determinare un evento sono considerate tutte e ognuna causa dell’evento stesso.

Per tale ragione è da ritenere che un tumore può essere riconosciuto come professionale anche se il lavoratore sia stato esposto anche a fattori cancerogeni non occupazionali.

Quando un fattore professionale e un altro fattore esercitano un effetto congiunto moltiplicativo sul rischio, la presenza di una esposizione extraprofessionale influenza ma non modifica la frazione di rischio attribuibile legata al solo fattore professionale.

Affinché sussista il rapporto etiologico è sufficiente che si realizzi una condizione di lavoro idonea a produrre la malattia, da cui consegue l’evento, e che non vi sia prova che tale malattia si ricolleghi al sopraggiungere di fattori eccezionali e/o atipici, con la conseguenza che il nesso di causalità deve dunque ritenersi sussistente anche quando la malattia neoplastica sia stata concausata da fattori estranei all’ambiente di lavoro come, ad esempio, il tabagismo.

Guariniello R. così “tra i criteri-guida indicati dalla giurisprudenza per l’identificazione del nesso causale tra lavoro e tumore, fa spicco quello che riconosce all’agente cancerogeno una duplice valenza, non solo come causa iniziante, bensì pure come causa concorrente nell’aggravare una malattia già instaurata, non importa se manifestatasi oppure no”.

Frequenti sono i casi in cui non sono disponibili dati epidemiologici relativi alle situazioni lavorative del singolo assicurato, ma solo quelli riferiti a situazioni analoghe; noi crediamo che in questi casi sia egualmente possibile la dimostrazione del rapporto di causalità tra esposizione lavorativa e malattia
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Di seguito considerazioni da scritti del Dott. Carmelo Marmo

Apparirebbe logico che la “ presunzione legale di origine debba essere prevista per le malattie causate da agenti con “ certo “ e “ sicuro “ potere patogeno ( nella fattispecie oncogeno ) e non agli agenti a “ probabile “ potere patogeno ( nella fattispecie oncogeno ). Dal D.M. del 27.4.2004 non si evince che nessuna malattia meriti quindi di essere inserita fra quelle per cui è valida la “ presunzione legale di origine “.
Sulla base di quanto ho avuto modo di approfondire dall’esame degli studi sull’argomento, ritengo di proporre un ampliamento della tutela delle forme tabellate ( con diritto quindi alla presunzione legale di origine della relativa forma tumorale ):
– a tutte le voci del gruppo 1 IARC;
– ad alcune voci del gruppo 2A IARC (mediante approfondimenti interpretativi dello studio del rischio relativo) ma non a tutte;
– a tutte le voci di sicura cancerogenicità delle altre Istituzioni (NTP – USA, Unione Europea, DFG tedesca, EPA -USA, CCTN italiana, ACGIH, etc.);
ad alcune voci ( ma non a tutte ) di probabile cancerogenicità delle altre Istituzioni, come riportate nella Tabella 1

Dato che parliamo di indennizzo dei tumori professionali e lavoro correlati e quindi dello studio del nesso di causalità desidero sottolineare che sono in pieno accordo con il Dott. Marco Bottazzi quando afferma che nello studio eziopatogenetico non possiamo fare riferimento a valori limite.

Infatti i tumori riconosconono origini plurifattoriali, perché si verifichino occorrono non una sola mutazione del genoma cellulare ma più mutazioni e queste magari sono dovute a più esposizioni ad agenti genotossici “ inizianti “ diversi durante tutto l’arco della vita lavorativa, con ulteriori meccanissmi “ promoventi “ di cancerogeni epigenetici, sono eventi stocastici (in cui la dose “ lineare e senza soglia “ dell’agente cancerogeno genotossico incide sulla probabilità del suo verificarsi ), si manifestano in persone che, a differenza degli animali da esperimento mantenuti in vita in situazioni standard, hanno un vissuto molto variegato e a contatto con molteplici cause di rischio oncogeno ( anche extralavorative ) ma in cui la responsabilità delle cause professionali non può, non deve essere mai sottovalutata.

Giova riportare per quanto riguarda i tumori radioindotti “ certi “ l’elenco di cui al CCNL (Contratto Collettivo di Lavoro del personale dipendente ) del 1992 dell’ENEA per i quali non dovrebbe essere applicato in ambito INAIL il criterio della probabilità di causa ma dovrebbe essere introdotto per via tabellare ( tabella industria ) il criterio della “ presunzione legale di origine”:

1) tumori maligni dell’osso ( per rischio di contaminazione interna da radionuclidi osteotropi);
2) tumori maligni della tiroide;
3) tumori maligni della mammella femminile;
4) tumori maligni dei bronchi e dei polmoni ( per rischi da inalazione di radionuclidi );
5) leucemia ( esclusa la leucemia linfatica cronica );
6) linfomi maligni non-Hodgkin;
7) mieloma multiplo;
8) tumori maligni dell’esofago, dello stomaco e del colon retto;
9) tumori maligni del fegato e delle vie biliari ( per rischi di contaminazione interna );
10) tumori maligni del rene e della vescica;
11) tumori maligni della cute ( escluso il melanoma ), insorti su pregressa radiodermite acuta o su radiodermite cronica.

Il criterio della “ probabilità di causa “, sempre con le modifiche sopra esposte, dovrebbe essere utilizzato per le forme neoplastiche da radiazioni ionizzanti “ dubbie “.
Infatti anche per i tumori da radiazioni ionizzanti valgono le medesime considerazioni fatte per i cancerogeni chimici genotossici: e che cioè si tratta di eventi fisici che causano effetti stocastici in cui la dose ( di tipo lineare e senza soglia ) incide solo sulla probabilità dell’effetto ( neoplasia ).
Ed inoltre anche in questo caso valgono le considerazioni sul tipo di risposta individuale ( su base costituzionale o acquisita ) alle radiazioni ionizzanti che rendono assai discutibili applicazioni di algoritmi circa la valutazione di effetti cancerogeni in organi dove sia su base sperimentale sia su base epidemiologica è comprovata la radioinducibilità tumorale.
Quest’ultima varierà con il variare della risposta individuale che, proprio perché i tumori riconoscono molteplici cause, non può essere circoscritto dall’applicazione di formule matematiche.
Queste possono trovare applicazione per le forme “ dubbie “ ai fini di non penalizzare l’assicurato a causa dei naturali limiti del sapere umano e quindi per determinare una maggiore ma “ temperata “ apertura all’indennizzo dei tumori professionali: il cui problema, desidero ribadirlo con molta enfasi, non è che sono soprastimati ma anzi sottostimati a grave danno dei lavoratori. E qui mi richiamo all’articolo 38 della Costituzione.

CONCLUSIONI COMUNI

Fermo restando le rispettive ipotesi di lavoro prospettate, concordiamo sulla considerazione che le attuali metodiche di indennizzo dei tumori professionali sono sfavorevoli agli assicurati partendo dalla considerazione che non si può restringere la tutela solo alle forme tumorali del gruppo 1 IARC.

campagna Inail malattie professionali

Dite di non voltare le spalle???
Voi dell’Inail???
E allora smettete di farlo, lasciando noi lavoratori a combattere per la tutela che promettete di GARANTIRE!!!
SMETTETE VOI DI VOLTARCI LE SPALLE!!!

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Ecco la risposta, firmata dalla dr.ssa Carla Antonucci, dirigente, Direzione generale delle Relazioni Industriali e dei Rapporti di Lavoro.
Oggetto: Idoneità

In riferimento alla richiesta di chiarimenti in merito al ricorso avverso il giudizio di idoneità con limitazioni espresso dal dott. … nel maggio u.s., si fa presente che la Commissione per l’iscrizione nell’elenco nominativo dei medici autorizzati, a cui viene sottoposto il ricorso per una valutazione degli aspetti tecnico-scientifici, esprime il proprio parere alla luce delle attuali conoscenze scientiigiche in materia di radioprotezione.
Ad ogni buon fine, si consiglia di far riferimento allo stesso medico autorizzato, dott. …, che potrà fornire utili informazioni anche sugli aspetti normativi inerenti alla radioprotezione del lavoratore.

arroganza

Ed ecco rappresentati:
alla sinistra dello schermo lo Stato e alla destra la sottoscritta… Così almeno io mi sento.
Questa gente non risponde.
Non c’è nulla da fare.
Si passano la palla l’un l’altro e di riferimenti consultabili e oggettivi non te ne danno.
Ti lasciano lì e sperano che tu ti perda d’animo e non rompa più i c… forse?
oppure, visto che il cancro ce l’hai, magari… ci pensa lui a toglierti di mezzo…

CCF09032013_00000

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IL GIUDIZIO DI IDONEITÀ PER I LAVORATORI ESPOSTI ALLE RADIAZIONI IONIZZANTI: ASPETTI CRITICI
di Roberto Moccaldi, Cnr Roma

Di seguito il testo del lavoro del dr Moccaldi.

Le CONSIDERAZIONI sono della sottoscritta, TSRM, in balia di “scienza e coscienza” e “buona prassi”, inosservanza di normative e schiacciata dalla “casta bianca” di medici che si pongono al di sopra della legge e, a mio parere, inadempienti, oltre che arroganti e un po’ troppo prepotenti… che fa anche la rima…
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In caso di diagnosi di tumore è essenziale un’accurata valutazione di tutta la storia dosimetrica del soggetto, talvolta di difficile raccolta sulla base dei dati trascritti in cartella.
E’ utile, in tal caso, la collaborazione dell’EQ per ottenere le singole dosi di ogni anno, anche per la successiva valutazione della PC (Probabilità of Causation).

CONSIDERAZIONI
Come agire se i dati raccolti in cartella risultano confusi, manomessi, dubbi?

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La storia dosimetrica sarà inoltre importantissima per definire le reali possibilità di future esposizioni in caso di decisione di concedere nuovamente l’idoneità; ben diversa sarà la valutazione per un radiologo con una storia di 1 mSv/anno (o meno), piuttosto che per un medico interventista con dosi che possono superare i 10-15 mSv/anno.

CONSIDERAZIONI
Come agire se il lavoratore ad esempio ha esercitato la professione in tempi in cui il dosimetro veniva portato SOTTO IL CAMICE? Come considerare la dose reale assorbita?

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E’ evidente che eventuali terapie radianti o radiometaboliche influiscono considerevolmente (anche se non necessariamente come si potrebbe pensare) sul successivo giudizio di Idoneità.
Ovviamente è necessario conoscere tutti i dati inerenti la radioterapia eventualmente effettuata, e non la sola dose efficace somministrata, sia per quanto riguarda la tecnica (viste le notevoli differenze di impatto con l’organismo, ad esempio, tra una terapia con fotoni, una tangenziale (mammella) con elettroni, una IORT, l’adroterapia, ecc.), sia per l’area trattata.
Anche per una terapia radiometabolica è necessario conoscere il radionuclide utilizzato, le modalità di introduzione, l’attività somministrata e, ovviamente, la dose impegnata.
Non bisogna però dimenticare che anche i protocolli chemioterapici determinano danni
in quei tessuti che presentano una notevole radiosensibilità (primo fra tutti il sistema emopoietico) creando così degli importanti sinergismi d’azione.

CONSIDERAZIONI
“Le terapie radianti o radiometaboliche influiscono considerevolmente”… Considerevolmente quanto?

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Chiaramente una diagnosi accertata di tumore comporta ricadute di ordine medico legale riguardanti soprattutto un’eventuale referto e la denuncia di malattia professionale.
I dati raccolti risulteranno pertanto utili per calcolare la PC e decidere quindi in merito (denuncia/segnalazione INAIL e inoltro del referto).

CONSIDERAZIONI
Potrebbe essere citata la norma di legge in base alla quale spetta al medico autorizzato se effettuare o meno la denuncia/segnalazione e inoltro di referto per un tumore, cioè malattia tabellata, lista I, gruppo 6, per cui, in base all’art. 139 d DPR n. 1124/65 esiste OBBLIGO DI DENUNCIA?

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La stessa valutazione della PC fornirà un valido aiuto nella decisione in merito al giudizio
di idoneità da formulare, anche se non nell’immediato, sicuramente in caso di guarigione clinica e rientro.
E’ ovvio che, in caso di definizione positiva di malattia professionale, da parte dell’INAIL, il lavoratore deve essere considerato non idoneo, poiché, soprattutto in questo caso, ogni
ulteriore esposizione sarebbe (teoricamente) considerata indebita e potenzialmente
dannosa nell’evoluzione della malattia stessa.
Ciò anche nel caso di riconoscimento di malattia professionale a seguito di segnalazione/denuncia che non ha interessato il medico autorizzato incaricato (che aveva valutato il nesso di causa come non ipotizzabile).

CONSIDERAZIONI
Si ripete domanda: potrebbe essere citata la norma di legge in base alla quale spetta al medico autorizzato se effettuare o meno la denuncia/segnalazione e inoltro di referto per un tumore, cioè malattia tabellata, lista I, gruppo 6, per cui, in base all’art. 139 d DPR n. 1124/65 esiste OBBLIGO DI DENUNCIA?

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La procedura INAIL
È una decisione non scevra di critiche; in alcuni casi (è successo specialmente in passato) il riconoscimento può non rispettare le attuali conoscenze scientifiche, si pensi ad esempio ai casi di riconoscimento, come radioindotti, del Linfoma di Hodgkin o della LLC (per non parlare delle piastrinopenie).
Sicuramente il medico di radioprotezione le considererà come non radio-inducibili (non aveva fatto segnalazione e referto), ma i risvolti medico legali tendono comunque verso tale scelta (della non idoneità).

CONSIDERAZIONI
Si ripete domanda: potrebbe essere citata la norma di legge in base alla quale spetta al medico autorizzato se effettuare o meno la denuncia/segnalazione e inoltro di referto per un tumore, cioè malattia tabellata, lista I, gruppo 6, per cui, in base all’art. 139 d DPR n. 1124/65 esiste OBBLIGO DI DENUNCIA?

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MALATTIA PROFESSIONALE NON RICONOSCIUTA
Malattia ritenuta “non professionale”, e quindi non radioindotta, da medico di radioprotezione, e anche da INAIL: in questo caso il giudizio è eminentemente clinico.
In tali circostanze, il giudizio dovrà tener conto, oltre che dello stato di salute, sia delle
reali condizioni di esposizione, sia di elementi psicologici, socio-economici e professionali
relativi al lavoratore.
Si tratta di una evenienza oggi, fortunatamente, possibile in un’alta percentuale dei casi.

CONSIDERAZIONI
Non riconosciuta non sempre corrisponde a non radioindotta, Dipende dalla regione di residenza di medici e lavoratore, oltre che da altri casuali fattori…
La frase non è di facile comprensione? Cosa significa “fortunatamente”?

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È questo il tipico caso in cui si pone la questione, con le premesse del precedente paragrafo, di formulare nuovamente il giudizio di Idoneità al rientro al lavoro del
lavoratore ammalato.
In questo caso è evidente la necessità di acquisire tutta la documentazione clinica, possibilmente dell’oncologo, attestante lo stato della malattia
Dopo una attenta valutazione, quindi, in caso di guarigione clinica, potrebbe essere espresso anche un giudizio di idoneità con prescrizioni, che dovrà essere sostanziato
e ben motivato.
Normalmente la visita medica in radioprotezione termina con il paragrafo Conclusioni.
Si tratta di un aspetto importante, esso oltre a riportare la sintesi clinica, descrive, se necessarie, le valutazioni che hanno portato a emettere un determinato giudizio di idoneità. È quindi ancor più necessario che, in caso di un giudizio di idoneità critico, le conclusioni siano ben dettagliate e motivate; può essere pertanto utile predisporre una relazione di radioprotezione in cui, oltre a tutte le valutazioni cliniche, sia riportato tutto l’excursus razionale compiuto dal medico per addivenire al giudizio formulato.

Chiaramente tale relazione diventerà un allegato del Documento Sanitario Personale e come tale visionato anche dal lavoratore, che appone la propria firma sul DSP stesso.

CONSIDERAZIONI
Ricordo che il lavoratore appone la firma solo per “presa visione”, La firma non convalida quanto deciso dal medico.

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Non possono essere dettati dei criteri certi per la formulazione del giudizio, tutto è lasciato alla Scienza e Coscienza del medico di radioprotezione: ogni soggetto è diverso, ogni esposizione lavorativa è diversa. In sintesi si tratta del vecchio concetto di personalizzazione
della radioprotezione.
L’invito è quello di non eccedere in radioprotezione, o meglio in auto-protezione del medico; bisogna sempre considerare le professionalità che con giudizi avventati di non idoneità
Potrebbero essere lese. La tutela del lavoratore deve essere intesa sempre diretta verso
l’integrità psicofisica dello stesso, non va quindi dimenticato il benessere psichico.

CONSIDERAZIONI
Chi garantisce che il medico autorizzato agisca in Scienza e Coscienza?
Mi pare esista il Decreto n. 488 del 2001, con relativo allegato che indica le patologie cui prestare particolare attenzione.
Ad esempio, se un lavoratore radio-esposto ha sviluppato nel corso della carriera lavorativa più patologie gabellate, come dovrebbe agire il medico autorizzato in Scienza e Coscienza?

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Quindi la non idoneità deve essere riservata ai casi in cui una successiva esposizione potrebbe, anche solo probabilmente, determinare un danno. Invece, in tutti i casi in cui esiste una fondata convinzione che ciò non sia possibile, è buona prassi concedere l’idoneità con eventuali prescrizioni.

CONSIDERAZIONI
Chi garantisce la buona prassi?
Forse è utile ancora il Decreto n. 488 del 2001, con relativo allegato che indica le patologie cui prestare particolare attenzione.
Ad esempio, se un lavoratore radio-esposto ha sviluppato nel corso della carriera lavorativa più patologie gabellate, quale è la buona prassi?

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Certo, purtroppo non si può dimenticare l’auto-tutela legale, ma essa può ben essere attuata con valide motivazioni scientifiche esplicate nella relazione di radioprotezione, redatta in tempi non sospetti e quindi scevra da sospetti di valutazione “ex post” per puri scopi di difesa.

CONSIDERAZIONI
Cosa può pensare e come può agire il lavoratore scoprendo che il medico autorizzato, in associazione con esperto qualificato compiacente, redige la relazione “in tempi sospetti” e quindi non scevri da sospetti di valutazione “ex post” per puri scopi di difesa?

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La “dose personalizzata”
Al di là di evidenti problemi matematico/epidemiologici, stante le finalità indicate dall’ICRP
(attuazione del “Sistema pratico della protezione dalle radiazioni”, cioè dei “Principi”) l’uso dei coefficienti nominali di rischio per altri scopi (come ad esempio questo, ma soprattutto
per calcolare il numero dei casi di neoplasia a seguito di una irradiazione, magari utilizzando la dose collettiva) è SCORRETTO nei presupposti, nel metodo, e quindi nell’uso
dei risultati.

CONSIDERAZIONI
Cioè? Cosa sarebbe in soldoni scorretto?

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Cari Colleghi,
la collega nella mia stessa situazione mi ha autorizzato a pubblicare la sua mail.
Ritengo un onore poterlo fare e un onore averla accanto nel dolore che ciò che viviamo ha provocato e provoca.

509571

Cari Colleghi,
mi chiamo Rosanna Ferrari e sono Collega della sig.ra Rosa Noci, con cui avete
avuto contatti poco tempo fa.
Sono io quella menzionata nelle sue mail, con le sue stesse identiche patologie, che purtroppo è stata, come lei, emarginata e demotivata sul campo lavorativo e che però (non si sa come e perché) è
destinata a ricevere un’idoneità diversa dalla sua.
Mi spiego:
Nel settembre 2004 ho avuto una mastectomia con sucessivi 5000 cGy di RT complementare, nel 2009 mi hanno tolto 2 melanomi e a inizio ottobre 2011 altra mastectomia.
A gennaio 2013, quando, finito l’iter oncologico, sono rientrata in servizio, il medico autorizzato mi ha
praticamente detto che era intenzionato a riconfermarmi l’idoneità per la mammografia, dove ho sempre lavorato fin dal 2010, poiché le letture dosimetriche erano tali (sia per il problema oncologico sia per l’opacità al cristallino riscontrata da qualche anno dal mio oculista ma non da quello aziendale) da non creare preoccupazioni per il mio stato di salute.
Alla mia titubanza è giunto allora alla conclusione di allontanarmi dalla diagnostica per 3 mesi così, parole sue, “avrei riacquistato la mia razionalità e la mia serenità d’animo per capire che non avevo motivo di preoccuparmi“.
In questo periodo di allontanamento, sono al Servizio Igiene Pubblica dove, secondo il mio responsabile, avrei dovuto avere importanti mansioni inerenti la mia qualifica professionale ma in pratica, quasi tutti i giorni, dalle 8 alle 16, sto li a non far praticamente nulla ( e quando ne
avrei la possibilità mi dicono che non sono autorizzata), con la prospettiva CERTA che alla prossima visita mi vedrò riconfermare l’idoneità.

Come conseguenza di questa situazione, anche a me è stata riscontrata una depressione reattiva e attualmente sono in terapia da uno psicologo.

Cosa significa questo?
Sia io che la mia collega, sig.ra Noci, dopo essere uscite dal tunnel del cancro, ne stiamo imboccando un altro ancora più tortuoso poiché tutti in teoria dicono che ci sono vicini ma in pratica ci dicono ARRANGIATEVI.

Prendo atto, anche se non condivido in pieno, che voi non vi occupate dei casi singoli ma di problemi collettivi (RICORDATEVI COLLEGHI CHE LA COLLETTIVITA’ E’ COMPOSTA DI SINGOLI), però vi chiedo nuovamente di rispondere alle 6 domande che vi ha posto la mia collega che, se non erro, toccano problemi non solo nostri ma di tutti i TSRM, poiché, ribadisco nuovamente, per problemi inerenti la salute ci dovrebbe essere un’unica linea di condotta nazionale che purtroppo manca.

Vi ripropongo di nuovo le 6 domande, anzi ve ne aggiungo una settima:

1) é corretto riconfermare l’idoneità a un TSRM dopo un tumore?
2) perché in alcune strutture sanitarie i TSRM, dopo un tumore, vengono
allontanati dalle radiazioni ionizzanti e in altre no?
3) quali sono i requisiti corretti per l’allontanamento?
4) perché i medici autorizzati non denunciano le sospette malattie
professionali, addirittura tabellate?
5) chi controlla l’operato dei medici autorizzati?
6) chi controlla l’operato degli esperti qualificati?
7) a chi spetta stabilire direttive a livello nazionale per situazioni come queste?

Invio questa mia anche alla collega TSRM, sig.ra Noci, al presidente del Collegio di Verona (dove anch’io sono iscritta) Paolo Giarolo, e all’avvocato Carlo Piccioli, che anch’io ho contattato.

Sperando in una vostra concreta e rapida risposta vi mando cordiali saluti

Rosanna Ferrari

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Questa la mail inviata a:
Promozione della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro – Divisione III
Tel. +39 06 46834059
Fax +39 06 46834260
Div3TutelaLavoro@lavoro.gov.it

Direttore Generale
Dott. Paolo Pennesi (ad interim)
ppennesi@lavoro.gov.it

Responsabile Dott. Lorenzo Fantini – Dirigente
lfantini@lavoro.gov.it

e, per conoscenza, a Federazione Nazionale TSRM e Collegio TSRM di Verona.

il destino non centra

Gentili Dottori,
in data 2 luglio 2012, l’avvocato Carlo Piccioli, nell’interesse della sottoscritta, TSRM presso l’Azienda ULSS. n. 21 Legnago Vr, inoltra un ricorso avverso a giudizio di idoneità con condizioni, espresso dal medico autorizzato in data 31 maggio 2012.
Il ricorso non è accolto.

Vorrei cortesemente sapere da Voi, esperti dell’argomento, in base a quali riferimenti legislatici o tabelle di riferimento?
Chiedo ciò, perché i riferimenti legislativi da Voi citati risultano poco specifici e non danno modo al lavoratore di inquadrare chiaramente la questione.
Mi permetto di affermare quanto sopra con certezza.

Quindi ribadisco la richiesta di riferimenti chiari e precisi che, se non per legge, almeno per etica, andrebbero specificati al lavoratore.

Nel mio caso particolare, troppe sono le incognite e le inesattezze, quando non le omissioni e i falsi, che evidentemente non sono stati considerati.
Tutte questioni che minano la mia salute che temo, a ragione, non garantita dal vigente sistema di controllo.

La salute, Voi esperti dite, è uno stato di benessere psico-fisico.

Come può godere di buona salute una donna che,
dopo aver scoperto omissioni di denunce di 4 sospette patologie professionali TABELLATE, tra cui un TUMORE SOLIDO;
dopo aver scoperto le irregolarità dosimetriche e le manomissioni sopra citate;
dopo essere stata trattata con 5000 cGy;
dopo essere stata costretta a sottoporsi ogni anno a scintigrafia ossea, torace, mammografia e quant’altro con conseguente altro assorbimento di radiazioni ionizzanti;
dopo essere stata sottoposta a vessazioni sul posto di lavoro che hanno portato a diagnosi certificata di depressione reattiva all’ambiente lavorativo e stress lavoro correlato
si trova ancora costretta a lavorare in ambiente a rischio di esposizione alle radiazioni ionizzanti?

So bene che la gente come me non otterrà mai (parola da me non amata e poco usata, ma in questo caso utile) nemmeno un briciolo di comprensione e nemmeno giustizia, ma ugualmente ritengo giusto alzare la testa e gridare il mio disappunto.

Lo faccio a nome dei “figli di nessuno” come me, dei singoli cittadini abbandonati dalle vostre leggi “segrete” di esperti, membri di caste irraggiungibili.
Lo faccio perché, anche se bastonata da uno Stato cieco, muto, sordo e dai Suoi rappresentanti, conservo la dignità dei semplici.

Cordialità
Rosa Noci

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Queste sono le domande che ho riproposto ai colleghi della Federazione qualche giorno fa.
Risposte non ne ho avute né più ci spero.
Leggete e capirete perché.

RadSym_P

Egregi colleghi TSRM,
mi rivolgo a voi per chiarimenti che riguardano la mia salute e, di conseguenza, la salute di tutti noi TSRM e la tutela della nostra attività lavorativa.

Premetto la mia delusione per il mancato interesse alle problematiche legate alla denuncia delle malattie professionali e il mancato controllo dell’operato dei medici autorizzati.
Da circa 2 anni chiedo informazioni a colleghi del mio collegio di appartenenza, e non solo, riguardo l’idoneità alle radiazioni ionizzanti di un TSRM dopo la diagnosi e la cura per un tumore solido, malattia tabellata.

Non ho avuto alcuna risposta. Da nessuno. Mai.

Nel 2007 la sottoscritta viene operata per tumore mammario e trattata con RT (5000 cGy).

Io conservo l’idoneità con prescrizioni.

Nel 2011, casualmente, poiché preoccupata per la mia salute, contatto un avvocato e scopro che la malattia andava denunciata dal medico autorizzato come sospetta malattia professionale e che la denuncia era obbligatoria, anche perché il tumore solido è tabellato!

Ho anche problemi di opacità del cristallino, tiroidite, leucopenia, malattie tabellate e non denunciate dai medici autorizzati…

A fine 2011 un medico di fiducia procede alla denuncia all’Inail che non riconosce nulla, nemmeno dopo collegiale.
Sarò costretta a procedere dinanzi a giudice del lavoro…
Tutto a mie spese e senza mai un aiuto o un consiglio da collegio, federazione e colleghi contattati.

Ho scoperto che anche una mia collega si trova nella stessa situazione: le è stata riconfermata l’idoneità con prescrizioni dopo 2, sottolineo 2, tumori solidi, 2 tumori cutanei, tiroidectomia, opacità del cristallino.

Ora io faccio a voi alcune domande:

1) È CORRETTO CONFERMARE L’IDONEITA’ A UN TSRM DOPO UN TUMORE?

2) PERCHÈ IN ALCUNE STRUTTURE SANITARIE I TSRM, DOPO UN TUMORE, VENGONO ALLONTANATI DALLE RADIAZIONI IONIZZANTI E IN ALTRE NO?

3) QUALI SONO I REQUISITI CORRETTI PER L’ALLONTANAMENTO?

4) PERCHÈ I MEDICI AUTORIZZATI NON DENUNCIANO LE SOSPETTE MALATTIE PROFESSIONALI, ADDIRITTURA TABELLATE?

5) CHI CONTROLLA L’OPERATO DEI MEDICI AUTORIZZATI?

6) CHI CONTROLLA L’OPERATO DEGLI ESPERTI QUALIFICATI?

Scusate la mia durezza, ma sinceramente sono delusa e mi sento SOLA a combattere una battaglia che non dovrei affrontare da sola.

Cordiali saluti

Rosa Noci

https://rosanoci.wordpress.com

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Le malattie professionali nascoste
di Cristiano Ravalli

E’ sufficiente leggere i dati della banca dati INAIL (http://bancadati.inail.it prevenzionale/indennizzati.htm) per capire che il fenomeno delle malattie professionali in Italia è sottostimato.

Si è più volte discusso di questo problema con scarsi risultati.
Io aggiungerei che esiste anche il problema del mancato riconoscimento da parte dell’ente assicuratore.

Leggendo i dati ad esempio relativi al 2007 (industria e servizi) emerge che su 24.000 denunce di malattie professionali pervenute all’INAIL sono state indennizzate solo 5.000.
Scorrendo i dati ci si accorge che alcune patologie denunciate appaiono inverosimili come numero.
Le malattie osteoarticolari tabellate trattate sono state 190 e indennizzate solo 90.
Pensare che sono arrivate all’INAIL 190 denuncie di patologie osteoarticolari appare ridicolo.
E’ anche vero che probabilmente molto sono state raggruppate, nella statistica INAIL, fra le malattie non tabellate che risultano indistinte e non raggruppate per patologia (19.000 pervenute e 3.000 indennizzate).
Tuttavia le patologie osteoarticolari tabellate sono una quindicina e quindi sembra inverosimile che su tutto il territorio nazionale siano stati stilati solo 200 certificati relativi a tale tipo di patologia. Più elevato invece é il numero di patologie verso le quali c’é una sensibilità maggiore quali ad esempio i tumori da amianto (750 denunciati e 550 riconosciuti) o le ipoacusie da rumore (1.000 denunciate e quasi 300 indennizzate).

Anche le patologie della cute sembrano pochine: 275 denunciate e 120 indennizzate o i tumori da polvere di legno: solo 22 denunciati e pressoché tutti riconosciuti.

Appare evidente dai dati, oltre che evidente dall’esperienza per chi svolge il lavoro di medico del lavoro come me, che ci sia una certa resistenza, da parte dei medici, a stilare il primo certificato di malattia professionale.

Gran parte delle denunce arrivano sicuramente dai patronati che sono quelli maggiormente interessati e dei lavoratori che vogliono vedersi riconosciuta la patologia.
Sono poi stilati dai medici ospedalieri che riscontrano la patologia o dai medici curanti.

Negli ultimi anni é stata fatta una campagna di sensibilizzazione nei confronti dei sanitari ospedalieri o medici curanti per aggiornarli sulla normativa e sulle procedure.

I medici competenti invece sarebbero quelli che maggiormente hanno le conoscenze appopriate: conoscono i luoghi di lavoro, conoscono il documento di valutazione dei rischi, molte volte sono i primi ad effettuare la diagnosi della patologia però poi ci si ferma in quanto subentrano altre considerazioni che, nonostante l’obbligo di legge, fanno desistere dallo stilare il primo certificato.

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Primo fra tutti anche se non se ne parla é il conflitto di interesse in quanto il medico competente é retribuito dal datore di lavoro.
Effettuare una denuncia significa anche un seguente controllo da parte degli organi di vigilanza che potrebbero sanzionare il datore di lavoro per qualche omissione riscontrata.
Molti colleghi preferiscono, per evitare “di esporsi” e nel contempo, di garantire la denuncia obbligatoria, di inviare il lavoratore in un Istituto di Medicina del Lavoro che procederà d’ufficio e quindi egli si “sottrae” ad eventuali lamentele o rappresaglie da parte del datore di lavoro.
Personalmente non condivido questa linea: se non altro in quanto il medico del lavoro ha le competenze tecniche e le conoscenze specifiche per poter stabilire un eventuale nesso di causa tra l’attività lavorativa e la patologia riscontrata.
E poi vedo questa procedura come un sottrarsi dalle proprie responsabilità.
Ma questa é un’opinione personale!

Il medico competente inoltre non invia la denuncia in quanto é conscio che l’INAIL ne riconosce solo 1 su 5 e quindi ritiene che sia “tempo perso”.
Esiste poi un altro fenomeno di cui si parla poco. Il medico stila il primo certificato e lo consegna al lavoratore che, se vuole, lo inoltra al datore di lavoro.
Pertanto se il lavoratore non lo consegna al datore di lavoro la pratica INAIL non viene aperta.

Ripercorrendo la ventina di denuncie da me effettuate negli ultimi tre anni, in sette casi (e quindi 1/3 dei lavoratori) essi hanno ritenuto, per opportunità, per timori di procurare un danno all’azienda, ecc. di non presentare il certificato al datore di lavoro.
Della quindicina restante di denuncie da me inoltrate: 10 non sono state riconosciute e di 5 non so più nulla.
Un po’ desolante come quadro……no?

Pubblicato dal Dott. Cristiano Ravalli
anche su http://medicocompetente.blogspot.com

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L’analisi dell’andamento delle denunce di malattia professionale nel corso dell’ultimo quinquennio rivela come dopo un primo triennio (2004 – 2006) di sostanziale stabilità, intorno ai 26.700 casi, si è assistito ad una sensibile crescita di circa 2.000 casi (+7,4%) nel 2007 e a un ulteriore incremento nel 2008, anno in cui sono pervenute 29.704 denunce, vale a dire un migliaio in più rispetto all’anno precedente (+3,2%).

Nel giro degli ultimi due anni, dunque, si è registrato un aumento di ben 3.000 casi, (+11,7%) delle denunce presentate all’INAIL per il riconoscimento e l’eventuale indennizzo di una patologia di origine lavorativa. Ma, piuttosto che a una situazione di tipo negativo, conseguente a un ipotetico, improvviso peggioramento delle condizioni di salubrità negli ambienti di lavoro, si ritiene che la crescita di questi ultimi due anni sia più verosimilmente riconducibile ad una progressiva quanto auspicata emersione del fenomeno.

Anche perché, tecnicamente, rispetto agli infortuni che sono originati da un evento istantaneo e traumatico, le malattie professionali hanno la peculiarità di un’insorgenza di natura lenta e subdola, che richiede tempi anche molto prolungati prima di manifestarsi.
D’altronde è noto e segnalato da più parti, istituzionali e non, che i dati ufficiali sul fenomeno tecnopatico soffrono di una storica sottovalutazione, attribuibile a una serie di motivi tra cui, appunto, i lunghi periodi di latenza di alcune patologie, le difficoltà di individuazione e accertamento del nesso causale e anche per un significativo fenomeno di “sottodenuncia” da parte dei lavoratori.

Dal punto di vista normativo il 2008 si è distinto anche per l’aggiornamento delle Tabelle delle malattie professionali: col DM del 9.4.2008 si sono approvate le nuove Tabelle delle malattie professionali, beneficianti della “presunzione legale di origine”.
Tale passaggio avrà anche l’effetto di capovolgere il rapporto tra le fattispecie “tabellate” e “non tabellate” (le malattie professionali per le quali è richiesto al lavoratore l’onere della prova del nesso causale con l’attività lavorativa svolta), a favore delle prime che diverranno la componente preponderante.

Sulla base dei dati consolidati degli anni precedenti, si può valutare che dei circa 30.000 casi di malattia professionale denunciati nel 2008, 10.000 circa vengono riconosciuti e, di questi, 6.500 indennizzati secondo normativa vigente, con un tasso di riconoscimento (espresso dal rapporto tra casi riconosciuti e casi denunciati) pari circa al 35% e un tasso di indennizzo (casi indennizzati su casi riconosciuti) di quasi il 65%.

Questi sono dati Inail del 2008-2009.

E ora alcune considerazioni da profana, purtroppo caduta e invischiata in una storia di denuncia di malattia professionale all’Inail. I miei non sono categorici giudizi, ma semplici considerazioni.

“Le malattie professionali soffrono di una storica sottovalutazione, attribuibile a una serie di motivi tra cui, appunto, i lunghi periodi di latenza di alcune patologie, le difficoltà di individuazione e accertamento del nesso causale e anche per un significativo fenomeno di “sottodenuncia” da parte dei lavoratori”.
Dicono i burocrati e i tecnici Inail, ammettendo il fenomeno di “sottodenuncia”.

Col DM del 9.4.2008 si sono approvate le nuove Tabelle delle malattie professionali, beneficianti della “presunzione legale di origine””.
Dicono sempre i burocrati e i tecnici Inail.
Omettono di aggiungere che nemmeno le malattie tabellate con “presunzione legale di origine” vengono riconosciute dall’ente, se non dopo estenuanti passaggi, ricorsi e impugnazioni da parte del lavoratore.
E aggiungo, se “non è possibile identificare una dose soglia di agente cancerogeno al di sotto della quale questa serie di eventi non venga innescata e porti quindi all’insorgenza di un tumore”, perché ci si ostina a dimenticarlo all’atto pratico della richiesta di riconoscimento del lavoratore?

“Dei circa 30.000 casi di malattia professionale denunciati nel 2008, 10.000 circa vengono riconosciuti e, di questi, 6.500 indennizzati”.
Su 30.000 casi denunciati ne sono stati riconosciuti e indennizzati 6.500.
Un quinto.
Praticamente: su 30.000 persone solo 6.500 hanno avuto il coraggio, la pazienza e le possibilità economiche per impugnare, ricorrere e arrivare a un riconoscimento della malattia denunciata.
Le altre 23.500 hanno rinunciato.

Per quanto poi riguarda i tumori, ecco altri dati che confermano la mia impressione di scarsa capacità e preparazione delle figure saniatarie coinvolte nell’individuazione delle patologie professionali.

La sottostima dei tumori professionali – spiega Bottazzi – fotografa la scarsa propensione delle figure sanitarie (medici curanti, specialisti ecc.) alla individuazione dell’origine professionale“*.

* dati tratti dal convegno PATRONATI ITALIANI NEL MONDO – MALATTIE PROFESSIONALI – BARTOLI(INCA):”TUMORI PROFESSIONALI IN UE: QUESTI SCONOSCIUTI”. BOTTAZZI(COORD.MEDICO LEGALE):”SOTTOSTIMA TUMORI PROFESSIONALE”
(2011-01-21)

Un esempio in numeri:
“Nel periodo che va dal 2005 al 2009, l’Inail ha accettato e riconosciuto per l’indennizzo 29 casi di tumore professionale in Abruzzo, a fronte di 220 domande”.
Poco più di uno su dieci…

Per maggiori informazioni, leggete il blog del dr Cristiano Ravalli.
È interessantissimo perché fonte di dati utili per il lavoratore purché sia pronto a non deprimersi.
In un articolo in particolare, Le malattie professionali nascoste, il medico giunge a una considerazione, supportata da dati, considerazione che condivido e sottoscrivo senza timore:
“Io aggiungerei che esiste anche il problema del mancato riconoscimento da parte dell’ente assicuratore”.

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Forse l’ente INAIL dovrebbe cominciare a essere un tantino più coerente: ciò che scrive, sbandiera ai corsi, sventola sui giornali, dovrebbe anche attuarlo nella pratica con una maggiore attenzione nella gestione dei casi e un maggiore rispetto nei confronti delle persone che stanno dietro la malattia.

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Dati presi da uno studio, Donazioni di cornee da malato oncologico,
del Prof. Massimo Pedrotti, Direttore U.O. di Oculistica, ULSS 6 Vicenza

Accettazione di cornee provenienti da donatori morti anche di cancro (sia tumori solidi che di natura ematologica)

PERCHÈ?

La cornea è un tessuto non vascolarizzato e quindi al riparo dalla diffusione di metastasi

La Letteratura conferma che
L’utilizzo di cornee da donatori deceduti per neoplasia non modifica l’aspettativa di vita dei riceventi di trapianto di cornea“.

(Wagoner MD et al, Ophthalmol 1981; Bredehorn T et al EEBA 1995; Bredehorn T et al EEBA 1997;)

Da 25 anni non si verifica un caso di trasmissione di patologia sistemica con il trapianto di cornea.

Studio Clinico Trasplantation 2007;83:1345-1350 Lopez-Navidad A, Soler N, Caballero F, Lerma E, Gris O.
Corneal Transplantations from donors with cancer
• Ospedale Sant Pau di Barcellona
• Aprile 1999-dicembre 2003
• 588 donatori
• 204 (34,7%) neoplastici
• 177 tumori solidi e 27 tumori ematologici
• 64% metastatici
• 325 cornee trapiantate
• Riceventi seguiti per una media di 64,1 mesi

Considerazione sui donatori
Incidenza di metastasi oculari nei 204 donatori neoplastici: 1%

Risultati
L’incidenza di metastasi nell’occhio è bassa (1%)
Nessuna trasmissione di tumore è avvenuta nei 325 pazienti riceventi

Conclusioni
La trasmissione di tumore da donatore a ricevente mediante trapianto di cornea è altamente improbabile quando gli occhi non sono colpiti dalla malattia oncologica.

Studio Clinico Dipartimento di Oftalmologia, Università di Besancon
Trasmissione del cancro attraverso il trapianto di cornea (2001)
Dati del Dipartimento del Registro Tumori
Quartiere di 500.000 abitanti
Analisi retrospettiva dal 1987 al 1995
143 pazienti trapiantati

Confronto fra incidenza di cancro dei destinatari della cornea da paziente oncologico e dei
destinatari di cornea da paziente sano

Confronto fra tasso di cancro nei trapiantati di cornea e la popolazione in generale alla stessa età
Risultati

• 40 pazienti hanno ricevuto cornee da donatori oncologici
• 103 pazienti hanno ricevuto cornee da donatori sani
• 6 pazienti hanno sviluppato un cancro 1-4 anni dopo il trapianto
• Di questi solo 1 aveva ricevuto una cornea da paziente oncologico
• Questo paziente ha però sviluppato un cancro diverso da quello del donatore
• Gli altri 5 hanno ricevuto la cornea da donatori senza malattia Sistemica

Conclusioni
• Nessun aumento dell’incidenza di cancro nella popolazione di riceventi rispetto alla popolazione di riferimento
• Nessuna evidenza statistica o clinica per suggerire la trasmissione del cancro da donatori con tumori maligni attraverso il trapianto di cornea in base ai criteri accettati di selezione dei donatori

Prevenzione della trasmissione di cellule neoplastiche: criteri di esclusione
Retinoblastoma
Tumori maligni del segmento anteriore dell’occhio
Leucemia, linfoma, plasmocitoma o mieloma multiplo, policitemia vera, mielofibrosi,
trombocitemia essenziale, malattia di Hodgkin, linfosarcoma
Condizioni a rischio (gammopatie monoclonali da più di 10 anni, immunosoppressione sistemica)

Quindi anche noi malati oncologici possiamo donare…
La cosa mi rende molto molto felice.

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In questi giorni, per problemi di salute e lavoro, ho dovuto sottopormi alla “visita” di una delle tante “commissioni” mediche che pullulano nel nostro bel Paese.

Ero molto agitata, anche perché non sapevo precisamente il motivo della convocazione.

A ciò si aggiunga che mi era stato chiesto di portare copia della documentazione medica in mio possesso… e, non avendo avuto chiaro il “tema” della visita, avrei dovuto fotocopiare – a mie spese naturalmente – l’equivalente di circa un paio di vocabolari…

Si sa, una paziente oncologica, già solo per quello ha pacchi di referti…
Se a ciò si aggiunge che la persona in questione è un po’ catorcio di suo e ha qualche grana legale, vi lascio immaginare…

Indi per cui… avevo trascorso i giorni precedenti a spulciare e riordinare il tutto.

Arrivata a destinazione (lontanina da casa mia e naturalmente sempre a mie spese), ho scoperto che

* in cinque persone eravamo state convocate alla stessa ora

* la sede era un ambulatorio stile patchwork… che a me piace come stile, ma c’è un limite…

* il tempo da dedicare a ogni persona era non risicato, ma risicatissimo per non dire insufficiente

* gli spazi sui moduli anch’essi insufficienti per contenere una “persona” e i suoi problemi di salute

* tutti hanno voluto sapere il mio nome, ma nessuno dei componenti la commissione portava un cartellino di identificazione…

* io ero solo un caso, un numero, una briga…

Ma soprattutto ho avuto la conferma che, al contrario di ciò che è scritto sulla Costituzione Italiana,

LA SALUTE NON È UNO STATO DI BENESSERE PSICOFISICO… NO!!!

LA PERSONA MALATA È SUDDIVISA IN PSICO E FISICO E NETTAMENTE DISTINTI!!!

La commissione, nel mio caso, doveva esaminare la mia parte PSICO! E la documentazione sulla parte FISICO non serviva e, tra l’altro, la mia storia nemmeno riassunta riassuntissima ci stata negli spazi del modulo…

Oggi ho la febbre e sono chiusa in casa: forse è la mia parte FISICO che si ribella perché ieri nessuno l’ha ascoltata!

P.S. I nomi dei componenti la commissione comunque sono riuscita a recuperarli…

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