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23 febbraio
Eccomi seduta, di nuovo in attesa, nel corridoio della radiologia. È sera tardi e sono stanchissima.
Entrata nella sala in penombra, mi spoglio e stendo sul lettino, con il solito freddo, il solito gel, la solita sonda che la trova, ancora lì, la bastarda.
Per un istante rivedo un’immagine diversa: le mie figlie, embrioni, e mi pare di scorgere il pulsare dei minuscoli cuori.
La bastarda è apparentemente immobile invece, come se fosse morta.
- Vorrei farle un nuovo ago-aspirato, – ripete il medico.
- Dottore, – farfuglio. – Questo doveva essere un controllo ecografico! Se l’ago-aspirato sarà di nuovo negativo, che si farà?
- Si ricontrolla tra qualche mese. Non tutte sono propense come lei alla chirurgia. E non dimentichi che rischia un intervento e una cicatrice per nulla.
Caro dottore, tu hai ragione su tutto, ma io devo fare i conti con la paura, l’ansia inizia a consumarmi e, sinceramente, della cicatrice me ne faccio un baffo… penso. Ma di nuovo subisco, convinta anche da mio marito, la serie di prelievi. Al termine dell’esame sono infreddolita, confusa, seccata anche con me stessa.
A casa, per fortuna, trovo le ragazze e mi dedico loro. Dopo cena mi stendo e, avvolta nella trapunta profumata di buono, protetta dal suo calore, come sotto le ali di una chioccia, sprofondo in un sonno senza sogni.

26 febbraio
Mentre sono al lavoro, Paolo telefona: – È negativo. Adesso ti metti tranquilla?
- Voglio vedere il referto. Mi posso fidare? In fondo è solo un esame citologico. Io mi sentirei più sicura… – non finisco la frase.
- Me l’hai già detto. Ora basta: stai calma e non sragionare. Quando avremo la risposta scritta ne riparleremo, – taglia corto mio marito.
- Ma mia madre… – sussurro.
- Tu non sei tua madre. Non pensare sempre al peggio.
Per un attimo ammutolisco, mentre incertezza e un profondo senso di colpa si impossessano di ciò che rimane di me. Forse sto esagerando, ma decido di non mollare, non questa volta, non dopo mesi d’attesa e una risposta che rimanda a un controllo a breve.
- Voglio essere vista da un chirurgo. Io non la voglio quella cosa dentro di me. Andrò da un chirurgo con o senza il tuo consenso.

5 marzo
Mio marito, marcato ai fianchi o forse più preoccupato di me, ha contattato un radiologo che mi vedrà tra qualche giorno.

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6 dicembre
Sono al lavoro. La porta a vetri del reparto si apre, vedo sporgersi Paolo, mio marito. Ha in mano la busta con il referto.
- Tutto bene. È negativo. Ho già parlato con il radiologo. Consiglia un controllo ecografico a tre di mesi, a scopo prudenziale, – dice, infilando la busta in tasca.
- Se è tutto a posto, perché un controllo a tre mesi? Come li passo io tre mesi? Non è meglio toglierlo?
- Quietati un poco, – insiste Paolo. – E non vedere tutto nero. Vieni, facciamo due passi fuori di qui.
Mi prende per il braccio e trascina con lui, mentre mi scuso con i colleghi. Parliamo, camminando nel corridoio. Lo accontento e accetto il consiglio di pazientare. Mentre rientro in reparto, il pensiero ancora ronza. Non voglio dentro di me quel piccolo grumo di cellule.

Non sarebbe meglio toglierlo. È un’idea che più volte torna alla mente e visita le mie notti nei giorni e nei mesi successivi. È un tarlo fastidioso che, con il suo instancabile picchiettare affianca i pensieri del vivere quotidiano. Sono un tecnico e opero in radioterapia. Il mio lavoro consiste nel trattare, tramite radiazioni ionizzanti, i vari tipi di tumore. Collaboro con il medico nelle fasi di centratura e simulazione ed eseguo il trattamento nelle sale di terapia.
Con la centratura viene individuato il volume da trattare e di esso vengono acquisiti i dati che serviranno al radio-terapista e al fisico sanitario per predisporre il piano di cura.
La simulazione altro non è che la verifica del piano di trattamento. A queste fasi preparatorie segue la terapia vera e propria, cui il malato in genere si sottopone giornalmente e per un numero di sedute variabile, a seconda della patologia, dello scopo della terapia stessa e della dose giornaliera erogata. In parole povere, noi tecnici accompagniamo le persone affette da tumore durante tutto il trattamento radiante, giorno dopo giorno, seduta dopo seduta. Posizioniamo il paziente sul lettino di terapia e siamo attenti alle problematiche a essa correlate. Raccogliamo le confidenze e gli sfoghi di uomini e donne che la malattia può rendere fragili, sostenendoli, per quanto ci è possibile, nel cammino che si trovano ad affrontare.
La mia professione, a continuo contatto con persone affette da quel male il cui nome qualcuno fatica a pronunciare, non aiuta in questo momento. Lavoro comunque e la situazione incerta, paradossalmente, mi dona un’energia spropositata. Non posso rimanere ferma e vorrei lasciare poco spazio alla riflessione che inesorabilmente mi porterebbe lì, dove io non so stare.
Mio marito non comprende la mia ansia e cerca di ridimensionarla con una razionalità che non posso accettare. La paura è più forte. Mi ritrovo spesso con gli occhi persi nel vuoto, lo sguardo vacuo di chi è lontano. Capita quando sono sola, ma anche quando mi trovo in compagnia. Paolo me lo fa notare e mi chiede: – Dove sei?

I giorni in attesa sono lunghi da passare, pur se si riempie il silenzio di rumore e colma l’attesa di impegni.
Aiuto le figlie nei compiti. Le scarrozzo, accompagnandole a tennis e a pallavolo, a musica, a catechismo, a pattinare. Cerco di essere una presenza confortante in casa: una frase scherzosa, una carezza, una tisana profumata, una cioccolata calda, una spremuta d’arancia, poggiate sulla scrivania colma di libri, bastano ad alleggerire lo studio e servono più di tante parole. Lavo, stendo, stiro, spolvero, riordino, sprimaccio e c’è il cortile con il piccolo giardino. C’è mio padre da visitare e coccolare, così solo dopo che mamma è mancata. Cucino per gli amici. Impasto pani e focacce da regalare. Vado in libreria ad acquistare libri che non leggerò, perché la mente non segue gli occhi che rovistano tra le righe stampate. Riordino cassetti e svuoto armadi, liberandomi di cose inutilizzate ormai. Lucido argenti, incero i vecchi mobili, vado a caccia di ragnatele e pulisco i battiscopa.
Passo ore camminando tra le bancarelle di pittoreschi mercatini, dove giacciono, tra commoventi cianfrusaglie, ricordi poveri della vita d’un tempo e oggetti preziosi, strappati a case rimaste senza vita.
Eppure, quando arrivo stravolta a sera, il pensiero ritorna. A essere sinceri, non mi lascia quasi mai. La mente rimane fissa all’immagine intravista sul monitor.

I giorni sono lunghi da passare, quando vorresti tutto fosse già chiarito; quando le stesse parole, la stessa frase, lo stesso pensiero t’assillano, incuranti di ragionamenti e statistiche.
Giorni e mesi in attesa. Quello che ne rimane è la stessa, monotona, illogica, istintiva domanda: Non sarebbe meglio toglierlo?

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1 dicembre
Siedo davanti alla sala mammografia, rassegnata a sentire nuovamente rovistare il mio seno da una serie di aghi. Saranno in tre oggi per l’esame: il radiologo, affiancato da medico e tecnico dell’anatomia patologica.
Sorrido ripensando a un episodio accaduto quando mia figlia maggiore era ancora piccina: s’era nella vasca insieme e improvvisamente Matilde domandò perché papà avesse le mammelle più grandi delle mie. Sto ancora sorridendo a fior di labbra, quando la porta della sala si apre e vengo avvisata del ritardo dell’anatomopatologo.
Forse è un segnale del destino: ora scappo, corro da un chirurgo e lo prego in ginocchio di togliermi ‘sto peso… Ma fughe e interventi miracolosi rimangono fantasie: non mi muovo o, meglio, mi alzo e inizio a girovagare nel corridoio alla ricerca di qualcosa che mi distragga e aiuti a far passare il tempo. Non trovo granché: locandine di convegni medici, logore e sbiadite, e qualche cartello per informare le persone che si dovranno sottoporre a esami radiologici. Su ogni porta campeggia una figura di donna, incinta e sorridente.
Le immagino, queste future mamme, esclamare tutte la stessa frase Noi qui non possiamo entrare. Nemmeno io ci voglio entrare lì dentro: datemi una bella pancia che mi nascondo.
Quando finalmente è il mio turno, m’attendono il solito lettino, il carrello, l’odore di gel e disinfettante, il sorriso quasi impacciato degli operatori. Il radiologo cerca di tranquillizzarmi e pare scusarsi, come se si sentisse in colpa per via dell’immagine che gli è toccato trovare nella mia mammella.
Non appena sento la sonda sul petto, mi giro a guardare il monitor sperando che per incanto la “macchiolina” sia svanita nel nulla. Al contrario, eccola, presente all’appello la bastarda. Raddrizzo il capo e, volgendo lo sguardo al soffitto, abbasso le palpebre e piango.
Il medico si ferma, mi rassicura, portando esempi e statistiche incoraggianti e spiega che aspireranno con due diverse tecniche.
Non sento nulla di ciò che dice. Le parole mi attraversano letteralmente e svaniscono senza lasciare traccia. Distinguo solo il movimento delle labbra e lo subisco: si sta proiettando un film cui è stato tolto, per chissà quale ragione, il sonoro. Mi concentro per calmare il respiro che si fa affannoso. Riapro gli occhi e guardo il soffitto, cercando di vedere oltre, di vivere già domani.
È appena stato eseguito il primo prelievo e l’anatomopatologo spiega l’importanza di preparare con precisione e rapidità il vetrino, quando la porta della sala si apre all’improvviso, un medico entra, incurante di ciò che sta accadendo sul lettino, sotto la sonda, dentro la mia mammella, e si dirige verso l’anatomopatologo.
- Ciao, finalmente ci conosciamo, – gracchia. – Cosa mi dici di quel cancro al rene che ho biopsiato l’altro giorno?
L’imbarazzo tra i presenti, mio marito compreso, è evidente. È evidente a tutti, meno che a quel gentiluomo in camice bianco che, imperterrito, parla di altri casi e idiozie varie, mentre io me ne sto a ghiacciare sul lettino, sperando che la faccia finita.
Quando finalmente il somaro se ne va, i suoi colleghi si scusano. Io sono cos’ stanca da non avere la forza di arrabbiarmi.
- Andiamo avanti, – dico in un soffio. – E facciamola finita.
Dottor Somaro, così da allora mi piace chiamare medici e paramedici spocchiosi e villani. Dottor Somaro. Rende bene l’idea.

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26 novembre
Vorrei, ora, essere sull’aia assolata di casa. Vorrei, ora, correre e nascondermi tra le lenzuola stese, agitate dal vento, profumate dal sole. Mia madre apparirebbe, morbida e sorridente, sulla soglia e potrei correre tra le sue braccia e trovare rifugio, avvolta dal suo profumo, di buono, pulito, talco e cipria. Cammino, invece, avvolta dall’odore della mensa, del bar e dei disinfettanti. Cammino come un automa, con una vaga e distorta coscienza del presente. Il percorso fino al servizio di radiologia sembra interminabile.
Una volta giunta, siedo davanti alla sala mammografica, accanto a persone che attendono come me d’essere chiamate e mi osservano certo per via del camice bianco che ancora indosso.
Una giovane donna si avvicina e, mostrando un’impegnativa, chiede informazioni sull’esame cui dovrà sottoporsi. Dopo averle risposto e indicato dove accomodarsi, chiudo le mani tra le ginocchia, abbasso le palpebre, inclino la testa all’indietro e l’appoggio al muro.
Non so quanto tempo trascorre. Quando riapro gli occhi, m’accorgo che la signora seduta a fianco mi sta fissando con viso bonario. Rispondo al suo sguardo con un sorriso tirato.
- Deve fare anche lei la mammografia? – domanda a bassa voce.
- Ho già fatto l’esame qualche giorno fa. Oggi ho appuntamento per l’ago-aspirato.
- È così giovane, – ribatte lei quasi imbarazzata. – Be’, sono sicura che andrà tutto bene.
Non so cosa dire e ancora mi limito a sorridere.
La porta della diagnostica si apre e da essa sbuca la testa di una collega che mi invita a entrare. Saluto la signora agitando la mano.
- Andrà tutto bene, – la sento ripetere, mentre chiudo la porta dietro di me.
Ho le mani secche e sto tremando, non so se per il freddo o la paura. Mi svesto e, dallo spogliatoio illuminato, passo nella sala in penombra, dove il medico attende.
Il lettino con il telo bianco, il carrello con siringhe e vetrini, guanti e disinfettante: è tutto pronto, sono tutti pronti. Tutti tranne me.
Il cuore batte troppo forte: lo sento nella testa, alle tempie, in gola, e il tremore aumenta senza che io possa farci nulla.
Ridatemi il mio camice, vorrei gridare… Ci deve essere un errore…
Invece salgo sul lettino e mi stendo. Da brava bambina, abbasso la maglietta, alzo il braccio sopra la testa e, dopo un profondo sospiro, con la poca voce rimasta e rotta dal pianto, mormoro un Sono pronta.
Sì, sono pronta. Si faccia quel che c’è da fare.

29 novembre
Il materiale non è sufficiente. Dovrò ripetere l’ago-aspirato. Esplodo con mio marito e ribadisco la mia volontà di togliere quella cosa.
- Con la tua fretta hai sempre combinato guai, – mi liquida lui.
Non è fretta, vorrei dire. Si chiama paura.

Lascia che sia fiorito,
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovra’ riconsegnare,
quando verrà al tuo cielo,
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l’ultimo vecchio ponte,
ai suicidi dirà,
baciandoli alla fronte,
venite in Paradiso,
là dove vado anch’io,
perche’ non c’è l’inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a voi
con le sue ossa stanche,
seguito da migliaia
di quelle facce bianche,
fate che a Voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo in mezzo ai Santi
Dio fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia,
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso,
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura.

L’inferno esiste solo
per chi ne ha paura.
Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento,
Dio di misericordia,
vedrai sarai contento,
Dio di misericordia vedrai
sarai contento…

Fabrizio De Andrè

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IL MIO TROPICO DEL CANCRO

Tropico: deriva del latino tropicus, dal greco τροπικός – tropikós, che è da τρέπω – trépo “volgere”. Di enti collegati a un moto di rivoluzione, tipicamente alla rivoluzione annua della Terra intorno al Sole o alla rivoluzione mensile della Luna intorno alla Terra.

Cancro: dal latino cancer – cri, dal greco kαρκίνος – karkinos, “granchio”.
In astronomia, il Cancro è una costellazione dello zodiaco.
In astrologia, è un segno zodiacale.
In medicina, è sinonimo di tumore maligno¹.

“Il mio tropico del cancro” è il titolo che ho deciso di dare al racconto nato come “Il sentiero dei piccoli passi”.
Le pagine che compongono questa narrazione non hanno alcuna pretesa stilistica.
Quello che offro è una sorta di rendiconto particolareggiato e certo a volte ripetitivo e greve, un diario di bordo del viaggio iniziato dopo l’incontro con il cancro secondo la medicina. Quindi non parlerò di costellazioni e segni zodiacali. Parlerò del cancro nel senso del termine coniato da Ippocrate, padre della Medicina. Egli osservò che le cellule neoplastiche nel corso della loro moltiplicazione formano propaggini che avvinghiano le cellule normali vicine e le distruggono, così come il crostaceo fa con le sue chele nei riguardi della preda².

Il testo è adatto a un pubblico non impressionabile e preferibilmente oncologico.
I sani sono pregati di stare alla larga, se non particolarmente pazienti e motivati.

¹ Dizionario delle Scienze Fisiche Treccani (2012)
² Wikipedia 23 maggio 2013

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23 novembre
Nella sala mammografia c’è un freddo cane, i capezzoli fanno male e i peli delle braccia sono sparati come quelli di un gatto spaventato.
La collega è rapida nell’eseguire l’esame e, in attesa del medico per l’ecografia, scambiamo qualche parola sul lavoro che ci accomuna: siamo entrambe tecnici di radiologia. Io opero in radioterapia da oltre dieci anni, dopo altrettanti di radiologia.
La mammografia che sto eseguendo è un controllo programmato. Credo nella prevenzione e nella diagnosi precoce e sono ligia ai protocolli.
Quando l’ecografo si libera, vengo fatta stendere sul lettino e ha inizio l’esame. Sullo schermo l’immagine in bianco e nero segue i movimenti della sonda. Intravedo il monitor solo con la coda dell’occhio. Dopo un nuovo spruzzo di gel, il medico ritorna sul seno sinistro. Decido di guardare e giro appena la testa.
È allora che la vedo per la prima volta. È un’area di attenuazione del fascio, ampia non più di cinque millimetri, così troverò scritto sul referto.
Il medico insiste cambiando l’inclinazione della sonda, ferma alcune immagini, misura, s’alza e ricontrolla i radiogrammi. Siede nuovamente a lato del lettino e mi passa un telo per ripulirmi dal gel. Scorrono pochi secondi. I miei occhi cercano i suoi che invece mi sfuggono.
- Meglio fare un ago-aspirato. Non dovrebbe essere nulla e potrei procedere subito, ma sono in folle ritardo. Lo programmiamo per la settimana prossima?
- E se lo togliessimo? – azzardo.
- Intanto si fa l’ago-aspirato. Poi vedremo ma, mi raccomando, stia tranquilla. Non ho parole per rispondere. Mi capita spesso, quando ho paura. Nel frattempo è arrivato mio marito, medico pure lui. I due iniziano a parlare di malattie varie e acciacchi loro.
Io mi rivesto. Manca l’aria in quella sala gelida e non vedo l’ora di tornare a casa, scaldarmi e riposare. Lo accenno a mio marito che neppure mi sente. Mentre attendo, in piedi nella sala illuminata dalla luce bianca dei diafanoscopi, il pensiero ritorna: non sarebbe meglio toglierlo? Exeresi chirurgica e un rassicurante esame istologico.

Razzi Antonio, quello che almeno lo ha ammesso: “io sono in Parlamento per fare i cazzi miei”,
Dopo il cambio di partito ho ricevuto ‘centinaia di posta elettronica’ che mi ‘hanno complimentato’, noi abbiamo dato il voto a te e di quelli che mi dicevano: hai fatto bene a lasciare quel partito.
Berlusconi è un Messia mandato da Dio, sta salvando l’Italia e può salvare anche l’Europa, perché è l’unico dei ventisette che è intelligente… Ecco perché c’hanno invidia, la Merkel c’ha l’invidia per Berlusconi perché è uno che capisce più di lei. Io non so se è culona, ma se Berlusconi l’ha detto vuol dire che l’ha vista bene

In Italia ci stanno i terremotati ancora nella baracche, mentre a L’Aquila tutti hanno avuto da Berlusconi le case in pochi mesi e sono andato personalmente anche a vedermelo.
Le ultime grandi opere che c’è (testuale, ndr) in Italia le ha fatte lui, Mussolini.
Lui (Berlusconi) è un grande, conosce tutti i presidenti del mondo, andava lì e trattava direttamente.

Dobbiamo aspettare ancora mille anni che arrivi una persona come Berlusconi. Se non c’era lui, eravamo tutti fregati. Godiamocelo in questo millennio, che lui c’è.

Io so che purtroppo il Signore ha fatto… noi discendiamo da Adamo ed Eva e la famiglia è fatta di un uomo e di una donna, però se due uomini o due donne vogliono vivere insieme a me che me ne frega? Possono stare insieme.

Oggi i bambini capiscono tutti, oggi ai bambini non puoi raccontare come cinquant’anni fa la favoletta che veniva col piccione viaggiatore. Oggi non c’è più il piccione viaggiatore, non si viaggia più…

Nella mia regione manca tante cose.
… il ministro degli ‘estri’ israeliano?
… non è che tutti comunisti si mangiano i bambini.
Ho avuto questa nomina, perché ho vissuto sempre all’estero, conosco i problemi che ci sono. Sono stato anche in Uganda.
Io posso andare tranquillamente a Berna perché almeno mi conoscono, parlo in svizzero e posso parlarci io con loro.
Noi siamo fortunati di avere una regione ‘dove’ ha il mare e ha la montagna.

Io credo che bisogna fare le cose concrete… Il popolo abruzzese le ricordo di votare il Popolo della libertà e il presidente Berlusconi perché solo così si fa le cose concrete…
Sbarrare al Senato che è dove sono io, Antonio Razzi.
Le mie mansioni? Guardare i verbali, guardare le ‘votazione’, scrutinare quando ci sono degli argomenti da votare, ci sono parecchie cosettine. Non è che c’abbiamo la zappa in mano, eh!
Grillo è inutile che ‘chiacchiera’ oggi!
Tra me e loro c’è poco dialogo. Stanno sempre tutti indaffarati con computer, ‘scream’, controllo, ‘ualt’.

stupore-paura-bimbo

Ragazze/i, ma chi si fida di Camera e Senato, se anche un solo elemento di questo genere sta lì???!!!
Diciamolo ai nostri rappresentanti là dentro!!!
Gridiamolo!!!
Fuori questi parassiti dichiarati!!!
FUORI!
NON SE NE PUO’ PIU’!!!
In Parlamento ci vorrei vedere operai e padri di famiglia!
Vorrei trovare quelli che i mille euro al mese sanno come gestirli e ci sopravvivono!!!
I privilegi togliamoli e poi, con chi rimane, proviamo a ripartire!
Ma quelli lì, quei mestieranti, fuori!!!

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