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IN TAC SENZA IL TSRM

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Suspectus est nescio quis quasi inimicus, et forte est amicus. Videtur alter quasi amicus, et est forsitan occultus inimicus. O tenebrae!
Un tale è sospettato che sia un nemico, ed è, forse, un amico; un altro sembra essere amico, e forse è un nemico nascosto. Che buio!
S. Agostino, Serm. 49, 4

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Non posso pensare che le atrocità di Parigi e le tante stragi dell’Is possano indurre le persone a perdere il controllo di testa e cuore e le spingano a “pensare” con la pancia…
Posso capire rabbia e disperazione ma Dio voglia tenere la Sua mano sul nostro capo e ci aiuti a rimanere donne e uomini “umani”…
I morti di Parigi si sommano alle 215 mila persone che dal 15 marzo 2011 (66.109 civili) sono morte in Siria… e a tutte le altre tante troppe vittime dell’odio, della smania di potere, della pazzia dell’uomo.
Ho cercato un “elenco” dei Paesi in guerra, una mappa delle guerre, il numero delle persone morte in questi ultimi anni per mano della disumanità, della ferocia omicida che guida i vigliacchi di qualsiasi razza, religione, cultura a massacrare uomini e donne innocenti e indifesi, colti nel quotidiano…
Ma numeri ed elenchi servono a poco e rischiano di cristallizzare sofferenze che invece sono vive e plasmate da lacrime senza consolazione.
I terroristi sono delinquenti e assassini, non dimentichiamolo! I loro sostenitori sono invasati! Gli altri uomini, le altre donne hanno le nostre stesse paure e, come noi, pregano Dio che questo scempio finisca…

“Vous n’aurez pas ma haine”
Vendredi soir vous avez volé la vie d’un être d’exception, l’amour de ma vie, la mère de mon fils mais vous n’aurez pas ma haine. Je ne sais pas qui vous êtes et je ne veux pas le savoir, vous êtes des âmes mortes. Si ce Dieu pour lequel vous tuez aveuglément nous a fait à son image, chaque balle dans le corps de ma femme aura été une blessure dans son coeur.
Alors non je ne vous ferai pas ce cadeau de vous haïr. Vous l’avez bien cherché pourtant mais répondre à la haine par la colère ce serait céder à la même ignorance qui a fait de vous ce que vous êtes. Vous voulez que j’ai peur, que je regarde mes concitoyens avec un oeil méfiant, que je sacrifie ma liberté pour la sécurité. Perdu. Même joueur joue encore.
Je l’ai vue ce matin. Enfin, après des nuits et des jours d’attente. Elle était aussi belle que lorsqu’elle est partie ce vendredi soir, aussi belle que lorsque j’en suis tombé éperdument amoureux il y a plus de 12 ans. Bien sûr je suis dévasté par le chagrin, je vous concède cette petite victoire, mais elle sera de courte durée. Je sais qu’elle nous accompagnera chaque jour et que nous nous retrouverons dans ce paradis des âmes libres auquel vous n’aurez jamais accès.
Nous sommes deux, mon fils et moi, mais nous sommes plus fort que toutes les armées du monde. Je n’ai d’ailleurs pas plus de temps à vous consacrer, je dois rejoindre Melvil qui se réveille de sa sieste. Il a 17 mois à peine, il va manger son goûter comme tous les jours, puis nous allons jouer comme tous les jours et toute sa vie ce petit garçon vous fera l’affront d’être heureux et libre. Car non, vous n’aurez pas sa haine non plus.

Antoine Leiris
“Non avrete il mio odio”
Venerdì sera avete rubato la vita di un essere umano eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, ma non avrete il mio odio.
Io non so chi siate e non voglio saperlo, siete anime morte. Se il Dio per il quale avete ciecamente ucciso ci ha creati a sua immagine, ogni singolo proiettile nel corpo di mia moglie sarà una ferita nel Suo cuore.
Quindi non vi farò il dono di odiarvi. Ci avete provato ma, sapete, rispondere all’odio con altro odio significherebbe arrendersi alla stessa ignoranza che vi ha reso ciò che siete.
Voi volete che io abbia paura, che guardi i miei concittadini con sospetto, volete che io sacrifichi la mia libertà in nome della pubblica sicurezza. Avete perso. Provate un’altra volta.
L’ho vista stamattina. Alla fine, dopo notti e giorni di attesa. Era bella come il momento in cui ha lasciato casa venerdì sera, bella come il momento in cui mi sono follemente innamorato di lei più di 12 anni fa. Naturalmente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di brevissima durata.
So che lei ci seguirà ogni giorno della nostra vita, e ci incontreremo di nuovo in quel Cielo di anime libere in cui voi non entrerete mai.
Siamo in due, io e mio figlio, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. A proposito, non ho più tempo per voi, devo andare a controllare Melvil che si sta svegliando dal suo pisolino.
Ha solo 17 mesi e ora sta per fare uno spuntino, come al solito, e dopo giocheremo insieme, come al solito, e per tutta la sua vita questo ragazzino vi farà l’affronto di essere felice e libero.

Perché no, non avrete neanche il suo odio.

MakeUsGoodForGoodnessSake

BUON NATALE

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Disponiamoci al Natale con animo indulgente, affettuoso. I nostri denti, che troppo spesso stridono di rabbia, abbiano pace almeno in questi giorni.
Carlo Fruttero e Franco Lucentini, La prevalenza del cretino, 1985

8 maggio
Sono una donna fortunata, anche se ora, anestetizzata, annodata, persa in un sogno intricato, mi sento come un gomitolo ingarbugliato, senza un capo riconoscibile da cui iniziare a riavvolgere.
Vago in uno spazio virtuale che mi inghiotte dopo avermi, con arcani stratagemmi, catturato. L’anima brucia, ribolle, trabocca di nulla, rifugge la vita, dolorosa troppo, disordinata oltre…
Persiste l’assenza. Al posto del cuore un macigno. Continuo a non sentire lo stimolo della fame e della sete. Qualcosa di inspiegabile mi sostiene e impedisce di sparire risucchiata. Dal pianto, da un dolore lancinante, passo al vuoto. Pensieri e sensazioni sfrecciano come uccelli impazziti, lasciandomi esanime.
Essere indifesi e fragili di fronte agli altri è rischioso, estremamente pericoloso. Così sono ora, senza equilibrio, senza ragione, senza pelle, senza fiato.
Oggi il chirurgo ha medicato le cicatrici. Mi è parso soddisfatto del lavoro. Non ho avuto il coraggio di guardare. Domani ritenterò con calma. Del resto una cicatrice è una conquista, un segno di coraggio e perciò sarà sempre meravigliosa.

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Non ho resistito. Ho tolto i cerotti e guardato il seno e l’ascella operati. Attorno al capezzolo c’è una sottile cicatrice a semiluna. Sotto l’ascella un impercettibile taglio è appena arrossato. Bravo il mio chirurgo! Ha portato via quel cancro bastardo lasciando segni quasi invisibili. Gli vorrò sempre bene per questo.
Nella mente in un lampo si proietta un’immagine. Vedo il mio seno operato come un bimbo piccino caduto dalla bicicletta. Stava pedalando con forza e ora è a terra sul viale di ghiaia del cortile. È solo scivolato sui sassi e si rialza da solo. Rimane interdetto, le braccia lungo i fianchi, indifeso. Il viso impolverato è rigato di lacrime per l’umiliazione della caduta, i gomiti e le ginocchia sono graffiati.
Mi avvicino con calma, per non spaventarlo.
– Non è successo niente, piccolo, – dico, prendendolo tra le braccia. Gli alzo il mento, accarezzo i capelli, bacio gli occhi bagnati e me lo stringo al cuore.
– Non è successo niente. Poi tutto passa.
Parlo a me stessa, per convincermi e sostenermi in questo momento di totale abbandono. La forza è in me. Sono io il mio conforto. E per un attimo, solo un soffio, sento la Sua carezza sul capo.

7 maggio
Michela nel pomeriggio mi ha trascinato fuori casa ed è stato un bene: è bello pensare che qualcuno si ricordi di noi nei momenti di dolore. Ci sono esseri umani che si ritraggono di fronte a una persona triste e non sono pochi.
Ti devi mostrare sorridente, soddisfatto, realizzato per essere alla moda. Dolore, paura, morte, che brutte bestie… non nominarle, per carità…
Con Michela s’è chiacchierato e spettegolato un po’. In fondo è ciò che alcuni fanno alle mie spalle, supponendo da vari indizi che non stia bene. Sono abbastanza abituata ai pettegolezzi. Basta non dare loro troppo peso. Una volta imparato questo, la reazione ideale comprende silenzio stampa e pazienza. Solitamente i ciarloni sono troppo presi dal proprio malcontento e dalla ricerca di nuove vittime per fissarsi su un unico obiettivo. È facile vederli repentinamente perdere interesse al minimo accenno di comparsa d’una nuova preda. Se poi li si vuole disorientare, assecondarli è l’arma per eccellenza. Non importa ciò che si dice, quanto rendere credibile la cosa con ghiotti particolari e offrire la chicca ai giusti informatori.

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6 maggio
Le ferite quasi non dolgono più. Qualche lieve fitta si fa sentire a tratti, davvero poca cosa.
Mi sento come se qualcuno fosse entrato e m’avesse rubato la vita. Ogni cassetto è stato aperto, rovistato, violato. Non ci si raccapezza più.
Forse cercavano qualcosa di prezioso ma io non sono nulla di prezioso. Tra i cocci giacciono, come morti, i sogni, i miei sogni di quiete.
Mi sento tradita e non c’è nessuno con cui potermela prendere, a cui chiedere di pagare i danni.
Passo ore a occhi sbarrati, fissando il vuoto e aspettando che accada qualcosa, che qualcuno mi liberi da questo peso.
L’apatia, il distacco da una realtà che fatico a sopportare mi rendono inerme, vittima di me stessa, oltre che degli eventi. Sono carne viva e, allo stesso tempo, non sento nulla. È come se il dolore m’avesse tolto ogni altra sensibilità e una corazza impedisse il contatto.

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David Friedrich
Viandante sul mare di nebbia, 1818

5 maggio

5 maggio
Ieri in sala operatoria credo di essere stata abbastanza brava. Tutti sono stati così cari. Mi sono sentita a mio agio: a pensarci bene è una frase grossa, ma questo è accaduto.
Sentirsi sezionare nella carne e nel sangue, è meno doloroso se il chirurgo è anche uomo e, da essere umano oltre che da tecnico, accompagna in un momento tanto delicato per entrambi.
Il dolore fisico è nulla rispetto a quello dell’anima. Il cuore è turbato. Le parole mancano. Vedo tutto sfuocato e non posso concentrarmi.
Non sento la fame e ho freddo, tanto freddo, come se una parte di me fosse morta e diffondesse il suo gelo.
Penso a mia madre, forte nell’affrontare la malattia, dall’inizio alla fine. Non sarebbe fiera di me, come sono ora, ripiegata su me stessa.
Dove sono finita? Dov’è finita la mia vita? Chi sono io? Sto perdendo il senno? È questa la disperazione? Questo rodermi carne e anima, questo perdere coraggio e vigore?
Sono squarciata da un desiderio di morte che sovrasta e pare salvezza e, al contempo, amo la vita, questa vita che non mi riesce di vivere.
Oggi pomeriggio sono andata dalla parrucchiera. Non riesco nemmeno a parlare, ma vado a farmi i capelli. Non vorrei che il mio stato di assoluto disorientamento fosse palese. Meglio che almeno l’aspetto esteriore sia passabile.

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Volantino 1

Tra tutti i volantini ricevuti questo mi è parso il più sobrio, fatta eccezione per la citazione, che definirei “bambinesca”, di “estrema sinistra” a rappresentare l’opposizione.

Mi rimane il dubbio di cosa si intenda per “legnaghese” e mi domando se la mia famiglia lo sia…

Volantino 2

Questo volantino a mio parere è invece di cattivo… pessimo gusto, anche se patetico. Trovo volgaruccio il verbo “scannare”, più adatto a un macello che ad altro. Bella anche se contraddittoria la citazione, – “autobiografica” immagino, – della corsa alle poltrone, o meglio, careghe…

Mi resta il solito dubbio sul termine “legnaghese”: effettivamente Clara e Tommaso non abitano proprio in centro e forse non si possono considerare indigeni… Sarà per questo che non sono adatti come candidati per Legnago?! Del domicilio di Paolo non ho ubicazione geografica precisa…

Volantino 3

Con questo volantino il fondo si tocca.

L’idea di scorporare dal contesto la fotografia che immortala Claudio con i tre “senza volto” sarebbe patetica… se non fosse maliziosa e disonesta. Fortunatamente il responsabile della Verbena, l’associazione che organizzò l’evento, ha chiarito la provenienza delle fotografia e smascherato la malafede di chi ha cercato di usarla…

Definire i “non nativi” di Legnago “altri” è razzismo allo stato puro, dunque ingiustificabile.

Si cita ancora l’estrema sinistra… Comico…

La frase “Chi vota Scapin spegne Legnago” con riferimento alle luminarie di Natale… banale e ancora patetica. Come patetico è il riferimento a “impegni scritti” che questi signori hanno preso per i primi 100 giorni.

Perché “primi”?

‘Sti impegni non li potevano raggiungere mentre erano a capo del Comune?

4 maggio

La sveglia suona. Sono arrabbiata con mio marito e non lo vorrei nemmeno accanto: si ostina a fare il medico e io vorrei accanto un marito. Non ho tuttavia voglia di discutere. Accetterò per oggi quel che verrà, poi si vedrà. Tra alti e bassi, pace e litigi, siamo sempre stati insieme, l’uno per l’altra comunque.

Mi preparo con cura. Emily mi accompagnerà anche oggi. Porterò in sala anche una canzone, nella versione di Israel Kamakawiwo’ole, accompagnato dall’ukulele. Mio fratello Emanuele ha trovato il cd e me ne ha fatto dono.

Somewhere over the rainbow Way up high And the dreams that you dreamed of Once in a lullaby

Somewhere over the rainbow Blue birds fly And the dreams that you dreamed of Dreams really do come true

Someday I’ll wish upon a star Wake up where the clouds are far behind me Where trouble melts like lemon drops High above the chimney tops that where you’ll find me

Somewhere over the rainbow Blue birds fly And the dream that you dare to, why, oh why can’t I?

Well I see trees of green and Red roses too I’ll watch them bloom for me and you And I think to myself What a wonderful word

Well I see skies of blue and I see clouds of white And the brightness of day I like the dark and I think to myself What a wonderful word

The colours of the rainbow so pretty in the sky Are also on the faces of people passing by I see friends shaking hands Saying: – How do you do? They’re really saying: – I…I love you.

I hear babies cry and I watch them grow They’ll learn much more Than we’ll know And I think to myself What a wonderful word

Someday I’ll wish upon a star Wake up where the clouds are far behind me Where trouble melts like lemon drops High above the chimney top that’s where you’ll find me

Oh, Somewhere over the rainbow way up high And the dream that you dare to, why, oh why can’t I?“.

Arcobaleno, ninnananna, stelle, nuvole, uccelli, alberi, rose, sogni, gocce di succo di limone, si porta tutto in sala operatoria.

Il viaggio verso l’ospedale procede senza grossi problemi, se si esclude la tensione che Paolo trasmette. Forse ha ancor più paura di me. Arrivati in chirurgia, l’infermiera di turno discute sulla questione dell’anestesia e del ricovero e, con tono saccente, fa domande sui farmaci che sto assumendo e si permette commenti e critiche sulla posologia. Non le do comunque bado.

In ogni reparto che si rispetti esistono uno o più esemplari del genere “Iohoilcamiceehosempreragione”.

Ho imparato a ignorarli e a considerarli per quello che sono. A dire il vero, mi fanno anche un po’ pena e mi sforzo di capirli, ma questo è un altro discorso.

Nel frattempo intravedo il chirurgo che mi accoglie con un sorriso e questo basta a quietarmi. Non nomino nemmeno le obiezioni dell’infermiera e ricambio il saluto. Tra poco mi metterò nelle sue mani.

Giunta nella camera a due letti, inizio il rito di preparazione. Ahimè, mi strucco e, infilato il pigiama, mi rifugio sotto le coperte, ma non posso riposare perché la mia compagna di stanza continua a lamentarsi del tempo che passa: – Quando mi chiameranno? Perché non arrivano? Quando toccherà a me? Sono stanca di aspettare…

Dopo quasi un’ora di questa solfa, mi permetto di intervenire e consiglio alla malcapitata di mettersi stesa e pazientare, possibilmente in silenzio. Finalmente, tra una puntatina in bagno per la pipì da tensione e una poesia di Emily, riesco a rilassarmi e persino a dormire. Quando la porta si spalanca ed entra la barella intuisco che il momento è giunto. Brava brava mi spoglio, indosso il camice e parto per la nuova avventura. Nel corridoio incrociamo il chirurgo.

Aiuto… lei non doveva essere in sala… penso. Vorrei parlare, ma la voce si strozza in gola, un fremito mi attraversa, una scarica elettrica mi scuote.

– Arrivo subito, – dice lui, stringendomi il polso. Chiudo gli occhi, sospiro e, nel corridoio fuori dalla sala operatoria, tanto per cambiare… piango.

– Allora, come va? Ci siamo. Si fa tutto in anestesia locale? – chiede il chirurgo che mi ha raggiunto e, guardandomi in viso, parla con la cadenza familiare e il tono gentile.

– Sì, sono pronta, vada per la locale. Non badi alle lacrime. Mi fido di lei, dottore.

Non so nemmeno come, mi ritrovo in sala operatoria e rivedo i simpaticissimi infermieri che mi preparano: di nuovo a braccia aperte come su una croce. Arriva anche l’anestesista, lo stesso del precedente intervento.

– Ora cara le do qualcosa e vedrà… non sentirà alcun dolore, – dice, carezzandomi il viso. Trova la vena e fissa l’ago al braccio con un cerotto. La soluzione cade, goccia a goccia. Quando l’intervento inizia la paura ha lasciato il posto a una fiducia totale, mi sento sicura e sono concentrata per collaborare.

Non mi accorgo nemmeno dell’ago che si muove nel seno. Dopo poco sento solo toccare il petto. La cosa mi impressiona, ma il clima intorno aiuta e tutto svanisce, suggestione compresa.

Dopo la prima incisione sul seno e l’ampliamento parenchimale in quella sede, il chirurgo incide l’ascella da cui verranno asportati i linfonodi sentinella. Mentre opera mi parla e si assicura che non senta dolore.

A un certo punto, mi chiama per nome: – Tutto bene, Anna? Sente male? Dica se le faccio male.

Sentire pronunciare il mio nome di battesimo mi infonde coraggio. Mentre l’assistente dà gli ultimi punti alla ferita sul seno, il chirurgo spunta dietro di me, sorride e, prima di uscire, mi sistema la cuffietta in capo.

– Ci vediamo più tardi, – dice allontanandosi.

E lì, dentro una sala asettica e fredda, riesco a immaginare di essere in una delle mie fiabe, dove il bene e la bontà trionfano.

No, non sono troppo grande per le fiabe. Non si è mai troppo grandi per le fiabe e per i sogni. Sono un cavaliere ferito in battaglia, soccorso da altri cavalieri.

Così vivo, grazie all’umanità di queste persone e alla mia spontanea fantasia, l’intervento per un cancro al seno.

Chi vuole rida e mi dia della pazza. Sono abituata all’incomprensione e, sinceramente, in questo momento, come si suol dire, me ne faccio un baffo. Giunta in camera, ho una crisi di pianto e scarico la tensione comunque accumulata. Paolo è vicino a suo modo e pare imbarazzato dalle lacrime. Lo incoraggio come posso e, appena ripreso il controllo, apro il libro.

The Heart asks Pleasure – first – And then – Excuse from Pain – And then – those little Anodynes That deaden suffering –

And then – to go to sleep – And then – if it should be The will of it’s Inquisitor The liberty to die –

Il cuore chiede piacere innanzitutto Poi assenza di dolore poi quegli scialbi anodini che attenuano il soffrire,

poi chiede il sonno, e infine, se a tanto consentisse il suo tremendo Giudice, libertà di morire.

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To make a prairie it takes a clover and one bee, One clover, and a bee, And revery. The revery alone will do, If bees are few.

Oh, sì, il sogno può bastare se le api sono poche…Ripetendoi versi di Emily, chiudo gli occhi e mi addormento.

Quando, nel pomeriggio, il chirurgo entra nella stanza, scambiamo poche parole. Siamo entrambi stanchi.

– La mando a casa presto, – dice, controllando la medicazione. Poi risistema il ghiaccio sul seno, riassetta le coperte ed esce salutando con un sorriso.

Un sorriso, una parola, uno sguardo, una stretta di mano possono fungere da antidolorifico, antidepressivo, calmante. Così come una frase sgarbata, gli occhi bassi, l’arroganza possano essere veleno.

Dopo poco il medico ci consegna la lettera di dimissione e fissa l’appuntamento di lì a pochi giorni per il controllo e la medicazione.

Con l’aiuto di Paolo, mi vesto. Poi, a passi lenti, ci avviamo insieme verso l’uscita del reparto. Da lontano il chirurgo ci saluta con la mano.

Il “mio” principe, un po’ abbacchiato, m’accompagna a casa.

Quando riesco a distendermi nel letto, nel mio letto, profumato e fresco di bucato, sono spossata ed eccitata. Telefono a mio padre: – Papà, sono a casa. – Arriviamo subito, – è la risposta.

Dopo meno di un’ora, mio padre e i miei fratelli entrano nella camera con un mazzo di rose appena colte. E io sento tutto il calore del loro amore e ringrazio il Cielo.

Tornano anche le mie figlie. I visi intimoriti sbucano dalla porta.

– Ciao, mamma, – dicono con un filo di voce. Le faccio avvicinare e le bacio. Ricevo una telefonata da mio fratello lontano.

Ho tutti accanto e sono loro grata. Eppure sono sola. Mi sento sola.

Voglio tenere per me questo strazio di malattia.